Il feliano

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

felianoDa giorni vago per le campagne umide e sordide di questa parte del mondo dove l’unica soddisfazione è incontrare bestie non ancora classificate. A volte le ricerche si prolungano più del necessario e mi trovo ad inseguire tracce e ombre che non stanerò mai. Noi uomini di scienza siamo come cacciatori che non demordono e solo una volta raggiunta la preda appagano la loro sete di dominio.
Da una settimana perlustro il territorio senza Quentin Morion. “Mi assento per qualche tempo“, ha lasciato scritto su un foglio al posto del suo sacco a pelo. Uno spontaneo senso di smarrimento ma poi ho immediatamente rimesso in ordine i miei pensieri. Sono al servizio di una causa più alta che non contempla deviazioni di percorso. Da una settimana sono solo con me stesso.
Il mio scopo è ritrovare quello che chiamiamo il feliano. Una specie di gatto dal profilo elegantissimo e con una testa sproporzionata rispetto alla grandezza del tronco e degli arti. Sembra un incrocio di vari felini su cui si sono innestati tratti di altre specie. La testa ricorda quella di un cane; le estremità delle zampe appaiono zoccoli cartilaginosi.
Nella cittadina di Rutan, capoluogo del territorio che sto battendo con infinita pazienza, una sera decido di dormire su un letto che possa dirsi un letto, di lavarmi con un sapone profumato e di cenare come un cristiano. Una volta ogni due settimane, quando si può, lo si fa più che volentieri. Viviamo di memorie che ci aiutano nei momenti più difficili e che rinnoviamo in continuazione. Siamo sempre gli stessi eppure cambiamo ogni giorno. Insomma: una sera a Rutan, dopo un’abbondante cena a base di capra e patate, dopo essermi scolato una caraffa di vino vermiglio locale, torno in camera a riguardare le mie carte. Sento dei movimenti felpati e fulminei provenire dal balcone. Mi affaccio, non vedo nulla e ritorno al mio lavoro. I rumori persistono. Spengo la luce e faccio finta di niente. Che bella sensazione respirare l’aria di Rutan! A 800 metri di altezza, con quel cielo nitido, quegli odori di quercia, quei silenzi sovrumani, la realtà ha sembianze magiche.
Dunque, spengo la luce e attendo. Dopo un’ora, pur non sentendo nulla, mi avvicino alla finestra e vedo qualcosa di simile ad un gatto immobile sul balcone attiguo al mio. Mi accosto un po’. L’animale guarda nel vuoto ma nella sua posa leggo delle intenzioni. Non è lì in cerca di cibo o di conforti che difficilmente troverebbe a causa del suo aspetto. La sua speranza è che un umano lo noti a debita distanza e che si depositi nella sua mente una reminiscenza su cui prima o poi dovrà tornare. Non vorrei sbagliarmi, ma il feliano dimostra di possedere un’intelligenza sorprendentemente in grado di calcolare le relazioni causa-effetto. Cosa deve fare un essere vivente che viene respinto per le sue forme? Mettersi da parte? Rinunciare alle relazioni con i suoi simili o con esseri umani che potrebbero adottarlo nello loro comode abitazioni? C’è chi nasce fortunato, circondato da agi e affetti; c’è chi nasce ai margini e vive tra mille difficoltà. Il feliano non si perde d’animo e volge in positivo il negativo. Non solo può diventare una bestia amabile della cui presenza non si può fare a meno, non solo può diventare un animale domestico che porta allegria nelle famiglie. Se vuole, il feliano ti innamora, ti costringe a far di tutto per prenderlo con te, anche in situazioni non perfettamente adeguate per il suo mantenimento. Confesso che a me è capitato e dovrò trovare buone giustificazioni per quando tornerò al focolare della mia amata Carol.

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