Vertice antimafia

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

È una giornata piovosa, ma questo non scoraggia i tanti che sono accorsi da ogni angolo d’Italia per prendere parte a questo evento, diventato ormai una consuetudine per Campi, pur essendo piuttosto inusuale: un vertice antimafia, in una cittadina fuori Firenze, a chilometri di distanza dalle terre della mafia.
Il senso di tutto questo lo dà in apertura dei lavori il sindaco di Campi Bisenzio, Adriano Chini: “Perché a Campi? Perché aiuta a ricordare che anche qui in Toscana la mafia è ricca e in fermento. Il fenomeno esiste ed è preoccupante”. E prosegue ricordando non solo le ferite che Firenze porta ancora su di sé, memoria delle bombe di Via dei Georgofili, ma soprattutto la testimonianza del pentito Leonardo Messina di fronte alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta nel 1992 da Luciano Violante, che dichiara che esistono in Toscana “alcune decine¹ […] Una era espressione della famiglia di Gela. […] A Campi Bisenzio”².
Tutti i relatori che si sono succeduti al microfono, per parlare ad una sala gremita da giornalisti, personalità locali, persone comuni, e soprattutto studenti, danno senso a questa giornata, rendendo chiara l’importanza di questo parlare di mafia: il Generale Gironi della DIA è presente in rappresentanza delle istituzioni, dello Stato “per sottolineare l’importanza del vertice, per svolgere una azione incisiva di contrasto sotto ogni aspetto”. Anche quello culturale.
“Il metodo mafioso ormai è funzionale, ed invade ogni settore della vita sociale. Soprattutto l’informazione” spiega Sandra Amurri, coraggiosa giornalista dell’Unità, e membro della Fondazione Caponnetto, che ha organizzato questo evento. “E questo non è un problema. Questo è IL problema. Siamo in un regime dell’informazione che cancella l’informazione: chi si pone domande va emarginato. In questo paese non c’è spazio per la verità, frutto di inchiesta e denuncia – prosegue la Murri – In questo paese la “straordinarietà”, quale dovrebbe essere l’illecito, diventa “normalità”, e la “normalità” diventa “straordinarietà”. Questa situazione è talmente estesa che addirittura il vocabolario culturale, il vocabolario giornalistico finisce con l’essere rubato alla mafia: quello che Latorre passa davanti alle telecamere, sotto gli occhi degli italiani a Bocchino, nel lessico dei giornalisti non è un biglietto, ma un pizzino“.
È importante parlare di mafia, se non necessario, proprio per questo suo insinuarsi subdolo nella nostra società, a qualsiasi livello, nel nostro quotidiano, nel nostro modo di essere. Ed è importante parlarne soprattutto nelle scuole, ai giovani, perché sappiano riconoscerla ed allontanarla.
Rosario Crocetta, sindaco di Gela intervenuto al vertice accompagnato dalla scorta che lo segue da quando è diventato bersaglio della mafia, racconta un aneddoto esemplare di come questa cultura sia diventata quotidiano modo d’essere nella società: le zone limitrofe gli alberghi dove hanno soggiornato i partecipanti ai lavori del vertice e il ristorante che ne ha ospitato i pranzi e le cene sono stati chiusi al traffico per ordinanza comunale, che ha provveduto tra l’altro ad impedire la sosta di auto anche dei residenti. Una signora residente nei pressi del ristorante, infuriata, non ci sta, e subito è supportata da due uomini, uno dei quali sventola un “sono un senatore della repubblica”. In effetti è un senatore di AN, che si riferisce a questa ordinanza come ad un abuso di un Comune, amico della Fondazione Caponnetto e favorevole al vertice. La Fondazione si deve ridimensionare, in poche parole: non può comportarsi così da gradasso occupando il quartiere… in pratica la fondazione starebbe spadroneggiando.
Neanche per un attimo il senatore della repubblica si chiede “Ma che ci sia qualcosa di pericoloso in tutto questo? Che si stia cercando di proteggere la cittadinanza oltre che le personalità che prendono parte al vertice?” Perché il punto è proprio quello: la presenza di persone come Piero Grasso, Salvatore Lumia, Rosario Crocetta o altri personaggi del mondo dell’imprenditoria colpiti dalla fatwa della mafia rendono la situazione potenzialmente pericolosa. Ciò significa che il vertice non vada fatto? O che sarebbe anche giusto ma che lo si faccia nei luoghi competenti (Sicilia, Calabria, Campania)?
E qui sta l’errore, che ci riporta al punto di partenza: il problema è ampio e diffuso su tutto il paese, e Firenze, e le vittime di Via dei Georgofili lo sanno bene.
Non bisogna essere straordinari per avere rispetto” dice Roberto Molinaro, imprenditore di Lamezia Terme. Roberto Molinaro è presente al vertice, solo con la sua famiglia. Non ha una scorta a proteggerlo, anche se è tra quei coraggiosi imprenditori ad avere denunciato i suoi aguzzini, rifiutando in maniera eclatante di pagare il pizzo. In Calabria la ‘Ndrangheta non arriva nel tuo negozio e chiede il pizzo, come fa la mafia siciliana: in Calabria la ‘Ndrangheta arriva nel tuo negozio come un normale cliente, prende della merce e va via senza pagare. Se stai zitto, è tutto a posto. Se ti ribelli e pretendi il pagamento, cominciano le minacce di morte e gli attentati all’azienda. E a Roberto Molinaro le minacce di morte sono arrivate, ed anche gli attentati: perché non si è limitato a denunciare. Li ha addirittura fotografati.
Il problema di Molinaro è che il reato che lui denuncia, e per il quale è da più di 10 anni che combatte, proprio per le caratteristiche con cui si manifesta non è considerato una estorsione ma un “danneggiamento”, reato che non giustifica un richiesta di intercettazioni ambientali, fondamentali per dare modo di procedere in maniera efficace. E così i procedimenti penali aperti contro le persone che ha denunciato vengono puntualmente derubricati.
Senza una scorta Roberto Molinaro continua la sua vita “normale”, testimonia la sua battaglia per una vita “normale” in un paese “normale”, che avrebbe solo bisogno di uomini come lui. Uomini come Bruno Piazzese, imprenditore siracusano presidente della locale associazione antiracket, vittima di tre attentati alla sua attività per avere rifiutato il pizzo, e per il suo impegno nell’associazione; come Lorenzo Diana, deputato Pd che da 13 anni vive sotto scorta colpito dalla condanna a morte dei casalesi; come Rosario Crocetta, sindaco di Gela nel centro del mirino della mafia per il suo noto impegno antimafia. Uomini che sappiano tracciare un solco, per non essere costretti ad essere “straordinari”.

Note:

1- L’organizzazione di Cosa Nostra è stata individuata grazie al lavoro di Giovanni Falcone, con il contributo del pentito Tommaso Buscetta che ne ha spiegata la struttura verticistica e piramidale che dipende dalla cosiddetta Cupola. Alla base troviamo le famiglie governate da un capo-famiglia di nomina elettiva. Le famiglie si dividono in gruppi di 10 uomini, e sono detti “decine”. Queste sono comandate da un “capo-decina”. Tre famiglie di territori contigui formano un “mandamento” governato da un “capo-mandamento” che ne è rappresentante, estraneo ad ognuna delle famiglie per evitare conflitti di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una “commissione” o “cupola provinciale”. Con la diffusione su tutta la penisola si è resa necessaria la creazione di una “cupola regionale” o “interprovinciale” a capo della quale è posto il capo della cupola provinciale più potente.

2- Verbale 15 della IV Commissione Parlamentare Antimafia. Eccone uno stralcio:
LEONARDO MESSINA. Sì. Oramai per Cosa Nostra la Sicilia è piccola, non può ragionare solo nell’ambito regionale.
PRESIDENTE. Quali sono le città o meglio le aree della Toscana più prese, per così dire, da Cosa Nostra?
LEONARDO MESSINA. Consideri che quando si crea una cellula non può più appartenere a quel paesino perché fanno gli affari più vari a livello regionale, in tutti i posti; non è più Campi Bisenzio, non va più interpretato per quel paesino.
PRESIDENTE. La dimensione è dunque regionale.
LEONARDO MESSINA. È regionale.
PRESIDENTE. Non c’è una commissione regionale in Toscana?
LEONARDO MESSINA. No, il punto di riferimento era Giacomo Riina per tutti.
http://www.liberliber.it/biblioteca/i/italia/verbali_antimafia_xi_legislatura/html/violante01/15_00.htm

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