Vertice Antimafia: intervista a Salvatore Calleri

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

Sabato 22 novembre a Campi Bisenzio, Firenze, si è tenuta l’11° edizione del Vertice Antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto.
È singolare la presenza di una fondazione antimafia in una città come Firenze, tanto lontana da quelle considerate “terre di mafia”. È singolare che in una località come Campi Bisenzio, si svolga uno dei più importanti appuntamenti con le personalità che su questo fronte sono impegnate.
Perché Firenze? Proviamo a chiederlo a Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Caponnetto.

È solo questione di “solidarietà sociale” con le terre martoriate dalla mafia, se a Firenze si parla di mafia?
Il fenomeno mafioso ha da tempo superato i confini delle terre di origine per insediarsi e svolgere con profitto le sue attività anche al nord. In particolare non possiamo dimenticare che Firenze ha vissuto la sua stagione stragista, con la bomba di Via dei Georgofili in cui persero la vita 5 persone ed altre 48 ne risultarono ferite. E non si può sottovalutare il fatto che nella nostra regione solo il 40% delle ditte che vincono gli appalti sono toscane, o che ci siano qui fior di beni confiscati alla mafia.
Ma non è solo questo. Da qui, da lontano è possibile avere un occhio obiettivo e distaccato, non viziato dalle specifiche appartenenze che portano a vedere come tutte uguali le mafie. Per la Sicilia la mafia porta il nome dei corleonesi, a Reggio Calabria ha le caratteristiche della Ndrangheta, a Casal di Principe il volto della Camorra ed a Lecce quello della Sacra Corona Unita. Senza dimenticare la mafia cinese, quella russa, quella albanese: nuove realtà di cui si tende a sottovalutare l’entità.

Gomorra ci racconta che la Camorra opera e lucra molto al nord. In particolare fa riferimento all’Emilia Romagna, che dice essere stata costruita dalle imprese della camorra.
A Bologna e in Emilia Romagna la situazione è decisamente grave, in quanto assolutamente sottovalutata.

Anche a Bologna si chiede il pizzo?
Parlare di pizzo significa affrontare il problema con un ottica “da Sud”. Il problema non è il pizzo, ma gli affari, le imprese, gli immobili, gli appalti che finiscono nelle mani di attività estranee alla regione e che si possono ricondurre alla mafia.

Un problema di amministrazione, dunque?
Questo non vuol dire che ci sia una collusione da parte delle amministrazioni, quanto piuttosto, come dicevo, una assoluta sottovalutazione del problema. C’è da dire che in Toscana è più difficile accantonare la presenza mafiosa. Il ricordo di Via dei Georgofili è ancora fortissimo. E di recente sono stati evidenziati appalti finiti nelle mani dei Corleonesi: è più facile avere la percezione di come la presenza mafiosa inquini l’economia locale. Problema che dovrebbe essere percepito anche a Bologna, anche se meno che in altre realtà emiliane: lungo la riviera ad esempio, dove è fiorente il mercato della droga e della prostituzione, è molto attiva la mafia russa. E così anche per la Lombardia e il Veneto: c’è e fa affari, ma si sottovaluta il problema.

Cosa fare perché il problema non sia più sottovalutato?
Quello che stiamo facendo ora noi due. Parlarne.

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