I’ve not a dream

Giovanni Guizzardi

Un saggio ginnico pubblico eseguito al Concorso Dux, durante il periodo fascista. Licenza GNU 1.2

Un saggio ginnico pubblico eseguito al "Concorso Dux", durante il periodo fascista. Licenza GNU 1.2

Non so nemmeno che nome avesse il padre del mio bisnonno, so solo che arrivò in città dalla campagna, con un sacco sulle spalle e senza un soldo. Vendeva lacci da scarpe per le strade e il suo sogno era di guadagnare abbastanza per poter aprire un negozio. Non so come, ma ci riuscì. Si sposò, ebbe dei figli e li fece studiare tutti quanti. Nessuno di loro però volle seguire le sue orme e la sola idea che tutto il suo lavoro sarebbe svanito con lui accelerò la sua morte. Il negozio fu venduto, i figli seguirono i loro sogni.
Uno di essi, il mio bisnonno, divenne direttore di una banca.
Suo figlio, mio nonno, credeva in Dio e in Santa Romana Chiesa. Da bimbo fu educato ai valori dell’umiltà e della carità, e li prese sul serio. Talvolta succede, purtroppo. Da grande ebbe una moglie e tanti figli, cioè visse cristianamente e cristianamente morì. Lavorò per tutta la vita come capo cassiere della banca che suo padre aveva diretto, ma del denaro non gli importò mai nulla: il suo unico sogno era di andare in paradiso, sebbene il più tardi possibile. La moglie gliel’aveva procurata il parroco; ai figli, sei, per fortuna provvide di persona con fervore non solo religioso. La morte lo colse a 63 anni. Quando morì non so se ci andò, in paradiso. Nemmeno lui lo seppe, a mio modesto avviso.
Mio padre amava ricordare gli anni a suo dire formidabili in cui ogni discorso al balcone o la conquista militare di una lontana capitale africana erano occasione di festa e di esultanza. Era un ragazzo, sognava di fare il guerriero come aveva letto nei romanzi di Salgari e già faceva le prove in divisa da avanguardista. Nella sua testa aveva un’idea piuttosto nebulosa del proprio futuro, ma non per questo gli appariva meno attraente. Lieto e pensoso, si sentiva parte di un grande paese, perciò era autorizzato ed anzi indotto in ogni modo a considerare radioso il domani dell’Italia e quindi anche il proprio.
Doveva essere una faccenda generazionale e non solo italiana, perché una decina di anni fa ebbi modo di fare un viaggetto in Germania, a Norimberga, e conobbi il padre di una mia amica del quale non ricordo più il nome ma che allora tutti, figlia compresa, chiamavano “Pichilini” perché questa era la parola che usava con maggior frequenza quando si esprimeva nel suo immaginifico e sgangherato italiano. Orbene, una sera che eravamo in birreria ed eravamo passati dal lei al tu, mi venne in mente, complice il terzo boccale di birra, di fargli la domanda più ingenua e più impossibile per un tedesco nato prima del 1925. Gli chiesi cioè come era potuto accadere che loro, i tedeschi, si fossero potuti tenere Hitler per dodici anni e gli avessero permesso di fare tutto il casino che fece. Lui mi sorrise con evidente imbarazzo ma mi rispose con sincerità: “Hitler ci ha fatto sognare.

Due B-17 in volo sullEuropa Orientale. Immagine di dominio pubblico.
Due B-17 in volo sull’Europa Orientale. Immagine di dominio pubblico.

Pichilini e mio padre dovettero ricostruire la loro vita di adulti sulle macerie delle loro città, rase al suolo dai B17 americani.
Fin da quando ero bimbo la vox populi mi ha sempre indotto a pensare di essere nato in un paese disgraziato, e alla fine me ne sono convinto. Era tale e tanta la generale insoddisfazione nei confronti dell’esistente che alle soglie dell’adolescenza mi venne naturale di credere che dovevo fare qualcosa per modificare tale scandaloso stato di cose. Non so da dove mi derivasse poi tanta certezza di avere in tasca, proprio io, la risposta ai tanti clamorosi e indicibili malanni del mio paese e del mondo intero, ma è un fatto che quello fu il mio sogno. D’altra parte anch’io, come mio nonno, come mio padre e come Pichilini, lo condivisi con gran parte dei miei coetanei. C’era in quel volitivo delirio la grandezza tutta illuministica di una palingenesi planetaria, non disgiunta da un afflato irrazionale e volontaristico di chiara matrice irrazionalista. Insomma, avevamo tutti quanti mal digerito la filosofia dell’ultimo anno di liceo e ci credevamo tanti piccoli titani pronti a scalare l’Olimpo. E dire che lo sapevamo benissimo che fine avevano fatto i titani, ma ho il sospetto che in fondo ci crogiolassimo non poco in quella sorta di epico cupio dissolvi. E poi, intendiamoci, di titanico avevamo solo uno smisurato egocentrismo.
Dovemmo ricostruire la nostra vita di adulti sulle macerie della nostra anima, bucherellata dalle P38 di quelli di noi che avevano giocato a fare i partigiani sulla pelle di chi non gli aveva fatto assolutamente nulla di male e che, se una colpa aveva, era di essere cresciuto un po’ più in fretta di loro.
Mia figlia adora X-Factor. A quattro anni gira per casa dimenandosi come un derviscio e cantando a squarciagola Oceano. Per il suo compleanno le ho regalato un microfono, sapevo di farla felice. Da grande vuole fare la velina, ma chissà, magari fra un anno cambia idea e decide di fare il Gabibbo. Non so quale sarà il suo sogno fra quindici anni, ma so qual è quello di tanti ragazzi di oggi. Li ho visti in tivvù, hanno le stesse facce dei miei studenti e parlano nello stesso modo afasico, asfittico e mariadefilippiano. Fanno ore di attesa per esibirsi alcuni secondi davanti a Simona Ventura e farsi ridere dietro da mezz’Italia. Hanno visto Saranno famosi e forse in cuor loro ritengono di non avere altra speranza di combinare qualcosa di buono nella loro vita impastata di telenovele e di BigMac. Come dargli torto? Forse è quello il loro sogno.
Dopo essere stati invitati elegantemente ad andare a zappare da Morgan escono talvolta in lacrime, più spesso con il sorriso più falso del mondo sulle labbra e la disperazione nel cuore. Le loro lacrime, la loro rabbia e il loro indignato stupore li ho già visti. Sono gli stessi che scorgo talvolta sul volto stolido di una ragazzotta che, dopo una visita guidata alla necropoli etrusca di Marzabotto e un’ora passata ad ascoltare un ex partigiano che le riempiva la testa di anatemi nei confronti di Kappler e delle SS, mi ha spiegato masticando una gomma che a Marzabotto ci sono le tombe degli etruschi trucidati dai nazisti.

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