Piombo fuso

Davide Picatto

Death in Gaza, creazione di Cactusbones. Licenza CC 2.0
Death in Gaza, creazione di Cactusbones. Licenza CC 2.0

Chi è cresciuto negli anni settanta-ottanta con i polizieschi americani potrebbe rischiare di scambiare per una forma di giustizia una becera vendetta violenta: Hunter non sparava mai in aria, ma mirava al petto dell’assassino, e Callaghan fremeva dalla voglia di premere sul grilletto della sua 44 magnum per ammazzare il rapinatore. Solo l’A-team preferiva scaricare i propri mitragliatori in terra, dietro ai piedi dei cattivoni in fuga.
Spesso, nei pensieri e nelle frasi dette al bar, assomigliamo tremendamente al giustiziere della notte: il violentatore dovrebbe essere castrato, l’assassino impiccato (non vale nemmeno la pena sprecare una pallottola) ed il ladro privato delle mani. Seguendo lo stesso ragionamento, quei bastardi dei Taliban, copritori di donne e abbattitori di aquiloni/torri, dovrebbero sparire dalla faccia della terra, seguiti da quel perfido dittatore/fabbricatore di armi di distruzione di massa che era Saddam e dalla novella SPECTRE del terrore internazionale, al-Qaida. Stessa sorte, naturalmente, deve spettare a quei vigliacchi che lanciano per puro odio missili su case abitate da cittadini inermi.
Curioso però il pulpito dal quale ci ergiamo a giudicare, accusare ed elargire punizioni in giro per il globo: i paesi occidentali sono i più grandi detentori e produttori di armi di distruzione di massa, e proprio uno di essi è stata l’unica nazione al mondo ad usare contro la popolazione civile nemica, e per ben due volte, quella più potente: la bomba atomica. Napalm, missili cruise, bombe intelligenti, proiettili all’uranio impoverito, bombardieri stealth, bombe taglia-margherite, caccia a reazione, carri armati, bombe a frammentazione, i più svariati agenti chimici, mine antiuomo eccetera eccetera eccetera, in decenni hanno mietuto vittime, per lo più civili, dalla Corea al Vietnam, dalla Palestina al Libano, dall’Iraq alla Serbia, dall’Afghanistan all’Iraq nuovamente e poi di nuovo dal Libano alla Palestina, e questa ancora, ancora e ancora. Il paese che ha meno rispettato le risoluzioni dell’ONU è Israele. Il paese più impunito per avere meno rispettato le risoluzioni dell’ONU è Israele. L’uso di armi non convenzionali vietate dalla Convenzione di Ginevra è comune anche dalle nostre parti, così come il colpire (volutamente o casualmente non cambia la situazione delle vittime) la popolazione civile.
Facciamo parte di un serpente che si mangia la coda? Se fosse così, il giudice che usa come strumenti di repressione gli stessi per cui è stato giudicato colpevole l’imputato dovrebbe subirne la stessa sorte, almeno a rigor di logica. Ma qui non si parla di logica astratta, filosofica, ideale. Qui si parla di logica del potere, per cui il giudice è chi detiene il potere, e non può e non vuole essere giudicato da nessuno. E tanto per non sporcarsi la faccia, si mostra come vittima. Noi, appagati dalla somma giustizia che riteniamo di poter incarnare, ci crogioliamo nella vendetta e, di fronte agli orrori commessi, puntiamo l’indice e diciamo: siete voi che ve la siete cercata.

Secondo molti, probabilmente tutti, e giustamente, non si può accettare di vivere con la minaccia che un razzo possa un giorno o l’altro sfondare il tetto della propria abitazione. Eppure, secondo molti, è lecito, giusto, dovuto, auto-difensivo rispondere al lancio di qualche decina di razzi in grado al massimo di coprire la distanza di una maratona con un bombardamento ed un’invasione di uno dei territori più densamente popolati della terra: la Striscia di Gaza è un rettangolo di 360 chilometri quadrati affacciata sul Mediterraneo, cinta da Israele e lambita dall’Egitto. È abitata da un milione e mezzo di persone, per una densità di 4117 abitanti per chilometro quadrato.
È un carnaio la Striscia di Gaza, e bombardare o sparare in un carnaio non può far altro che provocare una carneficina. Non è un covo di terroristi. Ci sono abitazioni, scuole, ospedali, uffici, luoghi di lavoro e di incontro. È una terra povera, provata da anni di embargo, di assedio, stretta alla gola da chi ne detiene il controllo dell’approvvigionamento idrico, energetico, alimentare; è un luogo dove si vive solo grazie agli aiuti umanitari, dove le possibilità di sviluppo, di crescita personale, di autoaffermazione sono remote; è una terra provata da sessant’anni di guerra ed occupazioni.
Politici, giornalisti, opinionisti e quasi chiunque abbia la favella ha dato il proprio appoggio ad Israele, scandalizzato dal fatto che al giorno d’oggi si debba vivere in una democrazia minacciata da una organizzazione che non ne riconosce il diritto ad esistere. La presa di posizione è netta, ribadita ovunque e comunque. Chi esce dal coro corre su un filo di rasoio, accusato di essere filo-terrorista e antisemita e di non riconoscere il diritto di difesa che ogni nazione deve avere. Questa è la fine che fanno i vari D’Alema, Santoro e pincopallino da bar. Filopalestinesi che se parlano in TV sono tacciati di faziosità al punto di proporne l’umiliazione intellettuale: il divieto di avere un’opinione personale controcorrente e di poterla esprimere liberamente.
È in momenti come questi, in cui l’orrore delle armi si riversa sulla popolazione civile, in cui la prepotenza del potere ha la meglio e fa ciò che vuole, indifferente agli appelli ed alle risoluzioni, in cui la voce di chi lo difende si fa grossa e tenta di coprire chi lo accusa, è in questi casi che bisogna insistere, continuare a farsi sentire, dissentire, avere il coraggio di andare contro all’opinione comune auto-ammantatasi di giustizia.

Se la Guerra al terrore di questo primo millennio ci ha insegnato qualcosa, è che la guerra al terrore alimenta il terrore, è il pane di cui si nutre il terrorismo. Otto anni fa non si moriva di attentati dinamitardi in quel di Baghdad o di Kabul. Non si giocava al cecchino a Mumbai, non si moriva così male a Madrid, Londra, Sharm al-Sheykh, Istanbul, Casablanca… È così lampante che è ovvio che se ne siano accorti anche a Washington o a Tel-Aviv, è così chiaro che forse non se ne sono nemmeno dovuti accorgere: è una conseguenza così prevedibile che sarebbe impossibile non prenderla in considerazione in fase di progettazione. Ma allora perché combattere il terrorismo in questo modo? Evidentemente non per eliminarlo. Ci deve essere un’altra risposta, o più probabilmente un’altra domanda.
Qual è l’obiettivo di quest’ultima campagna militare? Impedire ad Hamas di lanciare razzi sulle città meridionali israeliane, ci viene detto. Distruggere le postazioni di lancio, i depositi, i centri di potere. Peccato che questi si trovino a Gaza, in un’area densamente abitata, difficili da colpire. Quindi bombardamenti annichilatori e repulisti generale dell’esercito, con conseguente strage di civili, da cui un rinnovato odio di questi nei confronti degli aggressori, un rinforzamento di Hamas e nuova linfa per il terrorismo di domani. Solo radendo al suolo la Striscia si potrebbe evitare di favorire il nemico, senza contare che poi si dovrebbe fare lo stesso con Cisgiordania, Hezbollah e mondo arabo, perciò l’obiettivo non è raggiungibile.
Ma questo è solo l’obiettivo che viene dato in pasto al mondo, un tentativo maldestro di mostrarsi con la faccia pulita, o appena macchiata (tanto si è tutti nel fango, e non è necessario ricorrere a saponi, creme o ad interventi estetici). I veri obiettivi devono essere ben altri: le elezioni che fra poco si svolgeranno in Israele, e che vedono il partito al governo, quello laburista, fino a dicembre in grande svantaggio, recuperare a grandi balzi ad offensiva in corso, essendo questa ben vista dalla maggioranza degli israeliani; approfittare, finché possibile, del permissismo del governo Bush e accaparrare territori e posizioni di dominio nell’area prima che Obama, il novello messia, giunga a guastare la festa (ammesso e non concesso che intenda mutare la politica estera degli Stati Uniti, ed i dubbi cominciano ad affiorare visto il suo silenzio); mostrare i denti, i bicipiti ed i coglioni al grande avversario, l’Iran; ottenere un impegno maggiore dell’occidente nel presidiare l’area e nel garantire la protezione di Israele; costringere l’Egitto a sorvegliare meglio il confine con la Striscia, a colpire il contrabbando e l’ingresso di armi a Gaza.

Il triello. Il buono, il brutto e il cattivo. Immagine di dominio pubblico.
Il triello. Il buono, il brutto e il cattivo. Immagine di dominio pubblico.

Alla luce di questi obiettivi, questa non è una guerra difensiva, ma un’offensiva imperialista mirata ad imporre la propria presenza e la propria forza non solo nell’area, ma anche nello scacchiere mediorientale. Roba forse un po’ vergognosa da dirsi in pubblico, ma comportamento perfettamente normale alla luce della storia dell’uomo in società.
Se Israele non rappresenta il buono, non è nemmeno il cattivo. Forse è soltanto il brutto, così come Hamas. La popolazione civile invece, dall’una e soprattutto dall’altra parte, è quella che farà una brutta fine: nell’epilogo di questo triello non sarà il buono a vincere.

Alcune cose interessanti lette qua e là in accurato disordine:
– su Carmilla
– su Nazione Indiana
– su Leonardo
– su Wikipedia (in inglese)

3 thoughts on “Piombo fuso

  1. Pietro Laro ha detto:

    Quoto in pieno!!!! E poi che bella scrittura, bello stile. BRavi!!! ciao e complimenti a tutti.

  2. Mario De Gregorio ha detto:

    Calma, calma, calma.

    Con i cannoni ancora fumanti, ragionare lucidamente è difficile.

    Mettiamola così: e se a Gaza si scoprisse (non ora, per carità, magari fra 3 mesi….) che i consensi di Hamas tra la popolazione stanno precipitando? Se la guerra-lampo di Israele avesse dato il colpo di grazia ad un governo fanatico e islamista? Se fra 6 mesi Fatah vincesse le elezioni a Gaza?

  3. nulladiessinelinea ha detto:

    Certo, il discorso Fatah-Hamas meriterebbe più spazio. Fatah è appoggiato in pieno, grazie anche alla sua politica di conciliazione con Israele, dall’occidente. Ma non dimentichiamo che due anni fa Hamas ha vinto le elezioni grazie ad una campagna non fondata sull’odio, bensì su azioni concrete per ridurre corruzione, malgoverno e incapacità di creare uno stato Palestinese da parte di Fatah. È seguita una lotta militare fra le due compagini, con Fatah appoggiata dall’occidente che non ha mai riconosciuto il governo di Hamas, in quanto questo a sua volta non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele.
    Da una parte abbiamo un interlocutore democraticamente sconfitto che dialoga con il mondo, dall’altra un governo legittimamente eletto con cui nessuno vuole trattare in quanto considerato terrorista.
    Giustamente ora i giochi sono tutti da svolgere. Comunque Hamas da questa guerra è uscito rinforzato: non si può convincere la gente a suon di cannonate che il partito per cui ha votato è il nemico. La gente ragiona in maniera più spiccia: sei tu il nemico, tu che mi getti le bombe addosso. Naturalmente Israele & co. faranno di tutto per favorire politicamente e militarmente il ritorno di Fatah.

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