Preghiera del lavoratore stanco

Alberto Valente

Padrone nostro
che stai in ufficio
liberaci dall’impiccio
dacci la mobilitazione
sgancia la liquidazione
toglici dal cantiere
ci brucian le mani
ci duole il sedere.

(Coro)
Nell’ingranaggio senza fine
come bullone di rotativa
sopporto il mio sacco
ingoio la piva.

Fai che la mia vacanza sia breve
che sia sopportabile la nostalgia
di quello che non abbiamo avuto
stretti sul divano ad imbuto
guardiamo muti il tg uno.

(Coro)
Nell’ingranaggio senza fine
come un’anguilla vorrei passare
ma ci rimane impigliato il mio cuore
che ancora pulsa, macchina insulsa.

I miei occhi pesti alla sera
fai ancora più gonfi di vernice
che non veda più Beatrice in bigodi
stampa straziata di un matrimonio di maggio
senza coraggio, senza virtù.

(Coro)
Nell’ingranaggio senza fine
non ho la spada che inceppi il moto
e come topo vorrei fuggire.

Nella mia zucca
non ho pensieri
solo di numeri si riempie
mi pulsan le tempie
di bollette ed enalotto
di cambiali scadute
di ragioni vedute
di atti eroici da capo reparto
di plotoni d’assalto di giorni cobalto
di permessi d’uscita
di club vacanza
spaparanze su playa.
È lunedì ritorna la naia.

(Coro)
Nell’ingranaggio senza fine
sento il mutuo muggire sul collo
pieno ormai satollo
di Fernet e Tuttosport.

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