Faber nostro

Salvatore Smedile

A Fabrizio De André

Fabrizio De André nel 1980. Immagine di pubblico dominio.

Fabrizio De André nel 1980. Immagine di pubblico dominio.

Faber nostro che sei nei cieli o nelle terre fredde e umide di nessuno…
Ti ricordo alla tua maniera, schietta e fugace, simile alle parole che riempiono i nostri giorni apparentemente sempre uguali. Se non sono cresciuto a pane e cantautori, come tanti in Italia in quegli anni in cui muovevi il canto a luci spente, dove l’eversione era sovvertire le regole dell’illusorio buono e quieto vivere, non è stata colpa mia. Semplicemente vivevo altrove e le mie guide sono state bande rock d’Oltremanica e americane che andavano per la maggiore. Con loro mi sono aperto e sono diventato grande.
Sui giornali leggevo di te e del tuo dolce e scandaloso stare dalla parte dei dannati e dei perdenti, ma continuavo ad ascoltare musiche psichedeliche che sarebbero andate in disuso e poi tornate nuovamente in uso. Tutto è ciclico, la storia si ripete, tutto ritorna e se ne va. Ne sono passati di anni, sei cambiato tu, sono cambiato io, sono cambiate le città e le campagne, le ideologie, i bisogni e le stagioni.
Cominciai ad ascoltarti un po’ intimorito dal tuo italiano sporco e aulico, mi avvicinai alla tua canzone che portava la letteratura nei tuguri. Eri un gigante, eri un titano, eri un mostro sacro della disobbedienza. Mi sono accostato gradualmente, a piccoli passi, a qualcosa che dovevo riconoscere. Non ci si improvvisa partigiani di un dolore così aperto e profondo, radicato dentro di noi e nel mondo. E poi c’è un’età per tutto e anche il mestiere vostro non è più quello di un tempo. Non ci sono più le osterie, le bettole, le locande dove venirvi ad ascoltare e, con poche lire, mangiare pasta e fagioli e bere quello che c’era. Il vino era vino anche senza etichette, annate, barricamenti e profumi di more. Ma forse tu, fumatore e bevitore, non eri proprio un frequentatore di cantine: eri piuttosto un angelo caduto in terra per raccontare le sue forme sordide e maleodoranti, le sue viscere e i suoi inferni.
Faber nostro che non sei più con noi e che non canti più dal vivo…

Fabrizio De André nel 1980. Immagine di pubblico dominio.

Fabrizio De André nel 1960. Immagine di pubblico dominio.

La tua voce era calda, vibrante, incavata, inconfondibile e naturalmente autentica. Di lei rimangono memorie e nostalgie di concerti che non ho più dimenticato. Dominava sempre il palco e sempre scompariva per diventare il canto delle nostre povertà ataviche e istintive, difensive del nostro esistere devoto a quelle regole che serviamo sin da quando siamo nati. Tu eri il palco e non lo eri. Eri Faber e non eri Faber. Chi eri allora? E dove eri quando cantavi?
Eppure erano storie, le tue digressioni nei concerti, che ci accompagnavano in luoghi che non erano distanti perché erano dietro e dentro le nostre case. Anticipavano e introducevano ballate sulla vita e sui suoi lati crudi e sconci, oscuri. Quei diseredati, quei vinti, quei disertori, quei senzadio, quegli zingari, quelle bagasce, sono ancora qui. Sono sempre loro, protagonisti delle nostre strade, figure senza età che nulla hanno da perdere perché nulla hanno mai avuto da guadagnare. Loro, a cui neghiamo di esistere con in nostri preconcetti e le nostre indifferenze. Quella trama ci riguarda. Quella trama siamo noi. Quante Prinçesas batteranno i vicoli stanotte in cerca di sé stesse? Quante Jamine renderanno tutto facile e impossibile mettendo a soqquadro certezze e sentimenti? Quante Nine vedremo volare prima di stasera? Quante smisurate preghiere dovranno recitare gli ultimi sbandati del mattino? Quante anime salve si incontreranno nel porto di nessuno?
Faber nostro che non puoi rispondere dal tuo silenzio…
Che dici di tutto questo clamore e insistere sulla tua grandezza? Cosa pensi dei cofanetti che stanno per invaderci a ripetere chi eri, cosa facevi, cosa volevi, perché cantavi? Com’era il tuo dio di carne e senza ombre? Avresti mai immaginato tanta rievocazione, ti saresti mai aspettato questo tributo nazionale? Ma dove sono finiti quei detrattori che ti hanno dato addosso? Ti hanno messo l’aureola, Faber!… Proprio a te che cercavi la santità nella putrefazione, nell’immoralità, negli angoli bui, nei vicoli della morte.
Faber nostro dalle poesie scabrose e dal gusto amaro…
Dal suono classico, genovese, sudamericano, dal ritmo sfrenato e suadente che muove i fianchi e si abbandona ad un piacere della terra che sembrava dimenticato. Canta per me ancora una preghiera che non sazi l’anima, che lasci vivere la carne senza le spine di un dio superbo e irrimediabilmente lontano.

One thought on “Faber nostro

  1. Luigi ha detto:

    Voglio solo consigliarti, da estimatore di De Andrè, se non lo conosci, questo, fra gli altri siti, che parlano di lui, nel modo giusto, senza farne un santino nè un’icona.
    Nei nostri cuori lui canta sempre.

    http://www.creuzadema.net

    Ciao
    Luigi

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