Quella sporca dozzina

Maria Genovese

Campi Bisenzio, 22 novembre – 11° vertice antimafia

Mica vorrai parlarne sul serio? Ma sembrano usciti da Quella sporca dozzina!
Quella sporca dozzina: anche se non sono dodici mi sembra un bel titolo per un articolo che parli della security della Fondazione Caponnetto, tanto che lo stesso Salvatore Calleri, il presidente della Fondazione che così scherzosamente li ha appellati, si convince e lascia che faccia quattro chiacchiere con questi ragazzi.
Siamo a Firenze, nella hall dell’albergo dove sono riuniti gli ospiti della Fondazione che prenderanno parte al vertice. Chi come relatore. Chi come sostenitore. Chi anche solo per ascoltare e parlarne, scriverne, far uscire fuori dalla Limonaia “Caponnetto” in Villa Montalvo a Campi Bisenzio, sede dell’11° Vertice Antimafia, i temi che sono stati discussi. Volti noti e meno noti di chi vive una vita sotto scorta, e con loro volti anonimi di uomini e donne che hanno macinato chilometri per essere qui, ognuno con la sua piccola o grande realtà, con nel cuore la voglia di portare il suo impegno, e nella memoria il ricordo di Falcone e Borsellino. E di Antonio Caponnetto, ovviamente. Ognuno con il diritto a vivere con serenità la sua permanenza a Firenze per il vertice.
E per garantire a tutti questa serenità la Fondazione ha la sua sporca dozzina: chi lavora nelle security facendo servizio d’ordine presso i grandi magazzini, chi facendo il buttafuori in discoteca. Chi studia, chi ha la ragazza, chi ha una famiglia che vede troppo poco. Chi gradasso, chi bullo: sessisti come solo certi ambienti maschili sanno essere, ma nello stesso momento capaci di ammirazione sincera per una bella ragazza che veste i panni della scorta. E in questo ambiente, chi fa delle scelte: chi sceglie di pomparsi muscoli e neuroni di “integratori”; chi sceglie di andare volontario (o forse sarebbe meglio dire “mercenario”) in un paese in guerra, e mostrare al mondo come muore un italiano. E chi sceglie di seguire un’utopia, arrivando dal sud al nord del paese per proteggere chi è impegnato nella lotta alla mafia, diventando espressione stessa della cultura dell’antimafia.
Un magistrato fa in fondo una scelta legata ad una professione, un politico decide di assolvere con onestà il proprio ruolo. L’imprenditore sceglie sulla spinta del presente e del futuro della sua attività. Il familiare di una vittima è mosso dal dolore e dal bisogno di giustizia.
Loro, quella sporca dozzina che dozzina non è, lo fanno da volontari, per motivazioni intime e profonde. Mentre osservano la strada scherzano. Mentre scherzano, parlano. Mentre parlano si raccontano: G. racconta la sua vita randagia ed il suo passato nell’arma, che già lo aveva portato a conoscere e combattere la mafia. E. racconta aneddoti legati soprattutto alla Fondazione, e nel parlare lascia trapelare la presenza di un fratello che si è fatto fregare dalla droga, spiegando forse il motivo della tristezza del suo sguardo. A. parla del suo paese massacrato dalla mafia, con la rabbia e l’amore di chi è cresciuto in una famiglia nonostante tutto normale: un fratello che adora, una fidanzata che accetta e condivide il suo stile di vita, ed una laurea a portata di mano conquistata lavorando. E c’è chi non parla, sorride, risponde agli scherzi, mentre continua a scrutare con attenzione la strada.
Ma comunque tutti qui, col sorriso sulle labbra e i nervi tesi di chi sa che sta facendo qualcosa di importante.

N.d.R: leggi gli altri articoli del reportage sull’11° Vertice Antimafia:

Vertice Antimafia
Vertice Antimafia: intervista a Salvatore Calleri

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