La sfida afghana

Davide Gallarate

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Bandiera dei Talebani: rappresenta la Shahada, la professione di fede "Allah è l'unico Dio e Maometto il suo profeta". Licenza CC 2.5

Il momento tanto temuto è arrivato: l’insurrezione talebana, che ha gradualmente riconquistato il sud dell’Afghanistan dopo la sconfitta ad opera della “Coalizione dei Volenterosi”, è giunta a Kabul, dove l’11 febbraio, in un mix letale di attentati suicidi e sparatorie, hanno perso la vita non meno di diciannove persone e cinquanta sono rimaste ferite. Come se ve ne fosse ulteriore bisogno, questo attacco dimostra il fallimento di più di sette anni di applicazione della dottrina Bush-Rumsfeld e lancia la prima grande sfida all’amministrazione Obama in termini di politica estera.
Per capire come si sia arrivati a questa situazione drammatica, che il vicepresidente Joe Biden ha prosaicamente definito come “grande casino”, è necessario fare un passo indietro sino al 2003, quando il governo del neopresidente Hamid Karzai, impotente e ostaggio dei signori della guerra che avevano combattuto i Talebani sotto la bandiera dell’Alleanza del Nord, appoggiati dalla CIA con milioni di dollari, viene pressoché del tutto abbandonato dagli Stati Uniti, ormai concentrati unicamente sull’invasione dell’Iraq. L’intento di Donald Rumsfeld, vero artefice della disfatta occidentale in Afghanistan, è ormai chiaro e, nonostante sia certo che Osama Bin Laden e i Talebani guidati dal mullah Omar si siano rifugiati sulle montagne dell’Hindu Kush, gli Stati Uniti dirottano tutte le proprie risorse sul rovesciamento di Saddam Hussein. Con il quasi completo disimpegno delle forze USA, a poco possono servire gli sforzi delle restanti truppe di Enduring Freedom nel controllare un territorio così vasto e frastagliato, sia dal punto di vista geografico che da quello etnico.
Questa situazione rappresenta un terreno fertile per la riorganizzazione delle file dei Talebani, appoggiati, oltre che da Al Qaeda, dall’Inter-Services Intelligence, i potenti servizi segreti del Pakistan, che hanno sempre utilizzato elementi jihadisti come strumento di politica estera pur senza l’avvallo del governo di Islamabad. Dalle Federally Administered Tribal Areas del Pakistan, roccaforte dei movimenti fondamentalisti islamici dell’Asia, i gruppi armati guidati dai mullah talebani hanno gradualmente riconquistato le aree a maggioranza pashtun del sud dell’Afghanistan, arricchendosi con la produzione di oppio e migliorando costantemente equipaggiamento ed addestramento. Nelle madrasse, le scuole coraniche sparse in tutta l’Asia Centrale, dal Turkmenistan al Pakistan, centinaia di nuove reclute vengono indottrinate ad una cieca fedeltà al mullah Omar e mandate in Afghanistan per combattere una coalizione occidentale indebolita, impossibilitata ad agire dalla mancanza di mezzi e di truppe. L’attacco a Kabul dell’11 febbraio dimostra come siano stati sinora vani gli sforzi per reprimere l’insurrezione talebana, passo necessario per la normalizzazione e la stabilizzazione non solo dell’Afghanistan, ma dell’intera Asia Centrale.
Per uno Stato ancora debole dal punto di vista istituzionale come l’Afghanistan, dove Karzai è visto unicamente come il “sindaco di Kabul”, per di più a pochi mesi dalle elezioni presidenziali programmate per l’agosto di quest’anno, un attacco alla capitale da parte delle forze talebane rappresenta un duro colpo, che fa vacillare il già precario equilibrio su cui oggi si regge la democrazia afghana. La vera sfida per l’amministrazione Obama sarà riuscire a creare in Afghanistan un rinnovato clima di sicurezza, onde permettere un regolare svolgimento delle elezioni, sentite dalla popolazione afghana come un momento estremamente importante. Non sarà solo questione di aumentare il numero di truppe dislocate sul territorio, ma, soprattutto, di procedere ad una seria operazione di ricostruzione nazionale – questione totalmente negletta dalla precedente amministrazione americana – per dotare il governo afghano dei mezzi necessari a controllare il Paese, migliorare le condizioni di vita della popolazione e rilanciare un’economia distrutta da trent’anni di guerre.
Sarà inoltre l’occasione giusta per dimostrare al mondo arabo che i tempi sono cambiati, che alla politica del “gettare la pietra e nascondere la mano” di George W. Bush si è sostituito un impegno per raggiungere un’effettiva stabilità nella regione, anche se il prezzo da pagare, sia in termini economici che di vite umane, sarà alto.

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One thought on “La sfida afghana

  1. fulvio ferrario ha detto:

    Le considerazioni di Gallarate, sicuramente interessanti dal punto di vista storico, mi sembrano distorcersi in una sorta di strabismo per quanto riguarda le conclusioni ultime e le prospettive in Afghanistan.
    Vi propongo una riflessione che ho scritto a caldo subito dopo l’attentato ai nostri militari.

    Dopo il tragico attentato in Afghanistan, che ha visto, per ora, la morte di sei soldati italiani e di dieci civili afgani (notizia che bisogna recuperare allungando le orecchie durante i vari notiziari, un po’ come i codicilli scritti in caratteri minuscoli ed illeggibili a piè pagina delle polizze assicurative), vorrei proporre (per la verità non so bene a chi) alcune riflessioni sulla situazione afgana.

    Per prima cosa, la missione che vede impegnati i nostri soldati, insieme con il resto del contingente multinazionale a guida NATO ed USA, non deve più essere chiamata “missione militare di pace” ma, esplicitamente e con un passaggio parlamentare che lo sancisca, “missione militare di combattimento”. Il fatto che l’Italia partecipi, con le sue forze armate, ad una guerra e che sia coinvolta, quotidianamente, in confronti armati con gli insorti, non è più nascosto da nessuno: peccato che manchi un atto formale che lo certifichi.
    Dirò in altra occasione cosa penso di quali sono i problemi che questa realtà crea con i dettami della nostra Costituzione.

    In secondo luogo, il fatto che la Missione multinazionale in Afghanistan sia stata in qualche modo autorizzata dall’ONU non esime ogni singolo paese partecipante dal riflettere su quanto sta succedendo, sulle strategie che è più opportuno usare sul terreno, sulla conoscenza della realtà nella quale si opera, sulla crescita, testimoniata da tutti gli osservatori presenti sul campo, dell’odio che la popolazione afgana rivolge contro le truppe straniere in misura almeno uguale, e, probabilmente, superiore a quella riservata alle varie formazioni armate degli “insorgenti”.

    In terzo luogo, deve finire, se si vuole capire cosa sta succedendo, la stucchevole ed insipiente interpretazione secondo la quale i Talebani sono il nemico invisibile e sfuggente che impone alla società afgana i livelli attuali di arretratezza, corruzione e violenza tribale, religiosa, politica ed ideologica.
    Semplicemente non è vero.
    Non che gli studenti islamici ed i loro capi (tra cui il Mullah Omar) non siano parte del problema ma sono, giustappunto, solo una parte, probabilmente assai più piccola di quanto non si voglia far credere. Purtroppo, il problema è molto più complicato ed è sfuggito, quando è stata decisa l’invasione, ai saccenti esperti di problemi orientali che albergano alla Casa Bianca, al Pentagono e dintorni. In Afghanistan esiste, da tempi immemorabili, una miriade di gruppi organizzati, potentemente armati, signori assoluti delle zone di loro pertinenza che sono universalmente conosciuti come “signori della guerra”. Controllano le coltivazioni di oppio, il traffico d’armi e chissà quante altre attività di cui sappiamo poco o nulla. Con questi gruppi, che costituiscono un’ossatura potentissima in grado di controllare la maggior parte del territorio, gli strateghi d’accatto della NATO (in prevalenza di provenienza USA), fin dall’inizio delle operazioni militari, hanno pensato di sviluppare accordi, patti, alleanze più o meno segreti ma, di fatto, conosciuti da tutti, in funzione antitalebana. Deve trattarsi della parte civile della missione finalizzata alla sicurezza, alla ricostruzione, all’esportazione della democrazia. Sta di fatto che questi patti durano dalla sera alla mattina ed un gruppo armato, il giorno prima “alleato” delle truppe ISAF, il giorno dopo, per ragioni di convenienza contingente, può aiutare i talebani a compiere un attentato o, addirittura, organizzarlo in proprio.
    Per convincere i signori della guerra a non ostacolare il contingente internazionale nell’opera di contrasto ai talebani, gli USA ed i loro alleati hanno messo in sella, come Presidente, un delinquente internazionale di nome Karzai, amico di tutti i più feroci signori della guerra, complice del narcotraffico, capo di un’organizzazione capillare dedita alla corruzione pubblica e privata in grado di controllare ed usare a suo piacimento tutti i fondi internazionali destinati alla ricostruzione.
    Non dice proprio nulla a nessuno il fatto, testimoniato da numerosissimi osservatori internazionali, che, quando si fa un pattugliamento in zone di campagna coltivate ad oppio, i mezzi militari evitino accuratamente di passare dove crescono le piantagioni per non rovinarle?
    Adesso il delinquente Karzai ha superato ogni limite con elezioni burla che farebbero invidia persino a Ceaucescu e che hanno messo in imbarazzo persino i più generosi alleati dei paesi ISAF ed, in particolare, la Comunità Europea e gli USA, che ora non hanno nessuna idea seria di come uscire da una situazione francamente grottesca.
    Strano, un attentato devastante alle nostre truppe un’ora dopo che Karzai si è autoproclamato Presidente eletto sulla base di risultati elettorali contestati da tutti i principali paesi dell’ISAF: siamo sicuri che siano coinvolti solo i Talebani???

    In quarto luogo, in una guerra che si sta perdendo militarmente prima di tutto per la crassa ignoranza di chi ha deciso di scatenarla, che si è già persa civilmente perché i cuori ed i cervelli degli afgani non sono stati certo conquistati dai bombardamenti alla popolazione civile o dall’appoggio incondizionato al delinquente Karzai, credo siano necessarie alcune riflessioni. Se si decide, legittimamente, che trattasi di “guerra giusta” (forse bisognerebbe, su questo, far decidere i popoli dei paesi partecipanti), è del tutto evidente che, per non esporre i soldati al massacro inevitabile, non serve, come si sta facendo, massacrare scientificamente i civili afgani, ma è più utile fare scelte precise sul terreno militare che aumentino le capacità di “intelligence” sul terreno (esisteranno anche bombe “intelligenti” ma servono a poco se sono usate da stupidi), che rafforzino significativamente (se esistono) le truppe specializzate nella guerriglia su terreni misti e con grande esperienza degli scenari urbani, che migliorino le dotazioni di armamenti individuali, che lavorino significativamente sul rafforzamento dei mezzi blindati, che aumentino la capacità di risposta mirata agli attacchi, che mi sembra, francamente, “suggestiva” (se non si parlasse di vite umane).
    Si può vincere una guerra come questa? Dipende molto dal significato che si da alla parola “vincere”: se si intende, con questo, “stabilizzare” Kabul, forse un paio di altre città ed un pezzettino di territorio circostante, può darsi che, con uno sforzo militare, umano, finanziario e tecnologico immenso, ci si riesca per un certo periodo (con le truppe presenti sul territorio costantemente), se si pensa, invece, alla “liberazione” dell’Afghanistan, ad una sorta di “nuovo inizio” con condizioni di sicurezza, libertà e ripresa economica in tutto il paese, credo che siamo giunti ad un punto in cui l’unica soluzione sarebbe quella di “liberare l’Afganistan dagli afgani” (forse lo pensava Bush, non credo Obama).

    In quinto luogo, se queste sono le condizioni, bisogna chiarire che le sdegnate reazioni del nostro mondo politico (in particolare del Ministro della Difesa La Russa) contro “l’attacco vigliacco e proditorio” alle nostre truppe risultano francamente “pelose”; altro non è che un atto di guerra, rivolto, da questo punto di vista legittimamente (entrando nella logica folle della guerra), contro truppe combattenti ( e, prossimamente, come dice il Ministro, bombardanti): ciò che è accaduto in Afghanistan, dal punto di vista della strategia militare, è una sconfitta sul terreno.
    Sarà sgradevole affermare queste cose ma, purtroppo, è la pura e semplice verità che tutti sanno (La Russa meglio degli altri).
    Per cercare di rendere un po’ meno probabile il ripetersi di fatti come questi che, in una guerra, stanno, comunque, nel conto e sono ineliminabili, si deve intervenire subito sulle dotazioni dei nostri soldati.
    L’unico modo per evitarli è quello di andarcene subito, cosa fattibile non come risposta vigliacca e pavida di un paesucolo di quaqquraqquà, ma come soluzione basata sulla convinzione che in Afghanistan si è sbagliato assolutamente tutto e che quella guerra porterà dalla parte opposta rispetto agli intenti di chi l’ha cominciata. (Ci piacerebbe che si riunisse una sezione plenaria dell’ONU per fare un bilancio).
    A proposito, che fine ha fatto Al Qaeda, il babau che ha dato il via a tutta la serie di bestialità compiute dall’Occidente in quella parte del mondo?
    C’è qualcuno che ha in mano uno straccio di documento, non, ovviamente, taroccato da questo o quel servizio, che dimostri inoppugnabilmente il legame tra lo sceicco amico di Bush ed i Talebani?? Non credo o, quantomeno, nessuno l’ha visto…………

    Infine, si dice che la guerra in Afghanistan è essenziale per impedire il diffondersi del terrorismo islamico nel mondo, ergo è una guerra per difendere la nostra sicurezza.
    E’, di nuovo, un’affermazione francamente suggestiva. Vorrei che qualcuno, che si occupa seriamente di oriente, islam e scenari internazionali, onestamente dica quanti attentati in Occidente hanno compiuto i barbuti “studenti” islamici, quante strutture di reclutamento o campi di addestramento legati ai talebani sono stati scoperti fuori dall’area Iran, Afghanistan, Pakistan (che non stia lì il problema? Peccato, sono alleati degli Americani: che sfiga, è come l’Ararbia Saudita!!!!!).
    Si dice che un Afghanistan in mano ai talebani diventerebbe un’enclave terroristica di pericolosità inimmaginabile: può darsi ma, essendo che lo hanno già “governato” per molti anni imponendo ai loro sfortunati sudditi la “sharia” e lasciando ai “signori della guerra” campo libero (ovviamente con equa divisione dei proventi) per i loro lucrosissimi traffici senza che il resto del mondo neppure se ne accorgesse, anzi, con una certa dose di entusiasmo per la sconfitta militare subita dalla gloriosa “Armata Rossa”, credo che sia una di quelle affermazioni ad uso e consumo dell’opinione pubblica ben lungi dall’essere dimostrata.
    Mi risulta che i Talebani abbiano parecchi AK 47, un po’ di missili scassati, mitragliatrici vecchiotte, bombe rudimentali autocostruite ma che l’atomica ce l’abbia qualcun altro nelle vicinanze.

    La cosa che più mi colpisce è che queste banalità non vengano discusse da nessuno in questo bel paese. Che non lo faccia il Governo mi pare normale: potrebbe risultare autolesionistico. Mi stupisce che non lo faccia nemmeno l’“opposizione” nei sui vari colori, dal bianco più bianco fino al rosso incendiario.
    E’ strano.
    Cordialmente
    Fulvio Ferrario
    di SUR (Società Umane Resistenti) – Associazione ARCI – Torino

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