Convivenza civile

Anna Maria Occasione

Gli operatori del diritto specializzati nel diritto della famiglia maturano agevolmente nel tempo la consapevolezza “statistica” delle ragioni per cui, almeno in apparenza, si addivenga alla rottura dei rapporti personali tra soggetti che abbiano condiviso un tratto di vita insieme con l’intenzione di portare avanti siffatta relazione, per così dire, a tempo indeterminato. La c.d. crisi del matrimonio, in realtà, è solo uno spicchio del più ampio spettro che contiene tutti i rapporti familiari e legati alla “persona” nel suo complesso.
Le ragioni di una rottura dei rapporti familiari in sé possono essere le più disparate: nelle separazioni a volte dipendono da uno solo dei coniugi, a volte da entrambi, allorquando un evento negativo colpisca uno solo dei due soggetti ma l’altro sia in grado di affrontare la gravità di siffatto evento. Non è mai esclusa l’incidenza di fattori biologici, esistenziali, sociali.
In altri campi, il distinguo è più sottile, se si pensa che una delle norme meno socialmente sentite è quella dell’obbligo dei figli di aiutare i propri genitori in difficoltà (art. 433 e seguenti del nostro codice civile) tanto che si assiste ad un crescente proliferare di richieste di intervento da parte dei distretti sociali a tutela di persone non in grado di provvedere al proprio mantenimento.
Qualunque sia la causa apparente (ciascuno ha sempre pronta una difesa in cui crede ciecamente e che costituisce “l’unica realtà possibile”) resta la questione di fondo.
Delle molte ipotesi che si leggono (perdita di ruoli definiti, crisi di valori, anacronismo dell’istituto del matrimonio, della famiglia in generale, confusione ideologica) vi sono due aspetti, dalle caratteristiche prismatiche e nel contempo generali, che a mio avviso incidono sull’argomento: individualismo e comunicazione.
La tendenza all’individualismo costituisce fenomeno ben lumeggiato sotto il profilo sociologico ed a livello di consapevolezza globale.
Abbandonati gli anni settanta, gli aneliti collettivi e l’impulso di aggregazione dettato dalla condivisione di idee, sospinti da un crescente stato di benessere economico, la soglia di richieste traenti origine da qualcosa di “comune” si è spostata verso impulsi provenienti dal “singolo”, con tutto quel che ne è conseguito. Dalla “comunità” che trovava sostegno nella condivisione dei costi si è passati alla “mononuclearità” dove il costo, esattamente come il bisogno, è del singolo e non viene diviso con nessun altro.
È altrettanto notorio che la mononuclearità resiste, sino a quando le condizioni economiche esterne siano in grado di reggerla. Lo star bene del singolo (wellness), la ricerca di spazi propri (introdotta con la new age), la tendenza a crearsi una dimensione personale, unica e diversa da tutti gli altri (il personal trainer ne é l’espressione più banale), al di là della loro valenza eticamente positiva o negativa che non intendo qui valutare, hanno un costo in termini di denaro e quando siffatto costo non è più sopportabile, scoppia il conflitto.
Avendo sempre in mente il dato statistico (che quindi vede i casi gravi per fortuna occupare porzione numericamente minoritaria rispetto alla stragrande maggioranza dei conflitti endo-familiari), si assiste ad esempio ad una recrudescenza degli interventi legali in occasione dei periodi di vacanza: in questi momenti dell’anno, la “coperta” in altri termini “si stringe”.
Il conflitto scoppia perché in una dimensione mononucleare, non si tollera per nessuna ragione al mondo, che uno possa avere più dell’altro ed obiettivo (conscio o non che sia) è avere, ma non più nel senso junghiano della parola distinto dall’essere, bensì nel senso odiernamente tipizzato, di avere quanto meno quanto abbia l’altro se non, possibilmente, più dell’altro.
In questo contesto di competizione esasperata, il concetto di comunicazione, che ontologicamente prevede un mittente ed un destinatario del messaggio, una necessaria compresenza di due soggetti che a turno dovrebbero uno parlare ed uno ascoltare, si è paradossalmente evoluto in un senso altrettanto individualistico.
Assistiamo ad un caso di trasformazione endogena del concetto, laddove superate le visioni legate alla difficoltà di comunicare in sé (ad esempio, espresse da Karl Popper), la comunicazione abbandona definitivamente la sua radice (comunicare deriva da comune) e si erge non più a diritto di esprimere un’opinione (per cui Voltaire, avrebbe dato la sua vita) bensì “diritto di esprimere un giudizio contro un altro”.
Se ancora trent’anni fa si identificava il diritto di esprimere il proprio pensiero come una delle più profonde manifestazioni della libertà, oggi passati per la fase transitoria ed apparentemente innocua del minimalismo, esprimersi significa prevaricare, urlare, alzare la voce, abolire ogni confronto, emettere giudizi anziché opinioni, per la maggior parte non verificabili, parlare per assiomi in un ring dove vince chi si mostra prepotente, sfrontato ed irriverente, dove la vittoria è quella del più (apparentemente, alla greca) forte contro il più debole.
Il civile e sereno scambio di opinioni discordi, base di qualunque progresso umano non si vede più (se non giusto forse ancora nel campo scientifico). Esiste il litigio, l’ira bipolare tra due fronti (come se non potessero tra l’altro esistere tre, cento, mille opinioni differenti), il parlare da parte di tutti su tutto: tutti siamo esperti, tutti abbiamo letto su internet, tutti siamo onniscienti.
Che fare in questo contesto? Difficile dare risposte.
Mi limito ad una delle tante, giusto per rimanere nell’ambito del diritto, laddove il diritto si fonde con l’etica pura: comportarsi secondo buona fede e correttezza, coltivare dentro di noi un senso di solidarietà che ci porti a mantenere i patti, le promesse, le aspettative degli altri anche quando questo comporti un sacrificio per noi, che ci faccia provare piacere nell’aiutare chi si trovi in difficoltà, che ci obblighi moralmente e giuridicamente, in ogni momento, a non fare del male (neminem laedere) a nessuno e per alcuna ragione.
In questo concetto, mi sembra, sia racchiuso tutto: in una parola, un vivere civile, meglio una convivenza civile, dove individuo e comunicazione imparino questa volta, nelle continue approssimazioni di cui è fatta l’evoluzione umana, prima di tutto a fermarsi ed ascoltare: solo dopo, se del caso, a parlare.

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