Il vento fa il suo giro

Salvatore Smedile

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Se è vero che la speranza non muore continueremo ad avere delle aspettative su film indipendenti che partecipano con successo a numerosi festival (seppure non a quelli giusti, evidentemente) e aprono varchi nelle questioni della contemporaneità. Il vento fa il suo giro è uno di questi. Diretto da Giorgio Diritti, un regista andato a scuola da Pupi Avati, va subito detto che la sua opera prima è sua e non è sua. Alla coproduzione hanno partecipato gli attori principali, la troupe e, indirettamente, i valligiani che hanno messo a disposizione del progetto beni materiali (mezzi, case, oggetti di scena) e animali. Ispirato da una storia di Fredo Valla, interpretato da due attori professionisti e da una fantastica comunità occitana che si è lasciata persuadere a raccontare se stessa, il film è ambientato in un mondo rurale e locale metafora di qualcosa di più esteso. Un microcosmo che ha valore universale. Ogni aspetto della narrazione non si risolve nella narrazione stessa: un mistero, un che di segreto si manifesta sin dai primi fotogrammi. Non so come ma ho ancora in testa L’arcano incantatore di Pupi Avati, “foto esoterica delle nostre campagne”.

Due uomini viaggiano in auto parlando occitano. Siamo in estate. Il paesaggio è aperto. Tornanti, gallerie strette, gole mozzafiato, una natura che sembra un eden. Uno dei due, volto pensieroso da contadino, chiede: “Ma cosa dovrei dire nell’introduzione?” Tra le mani ha un libro. Quello al volante gli suggerisce di parlare della rueido nel periodo postbellico, una prestazione d’opera collettiva e gratuita a favore di chi nella comunità ne ha bisogno. Il contadino va con la memoria ad una vecchia cappella adibita a fienile. Un santo, pitture sacre murali, un bambino che mette del fieno in una gerla. Forse è lui. La sua mente è ferma su una fotografia in bianco e nero di tanti anni fa. È sollevato e, mentre il viaggio procede, afferma: “E l’aura fai son vir”. Partono i sottotitoli: “Il vento fa il suo giro”. La sequenza si muove sull’asse temporale passato-presente-futuro senza interruzioni. Nel prologo si condensano i nuclei semantici della pellicola. Quello che segue è leggibile in quegli sguardi e in quelle prime parole. Galleria. Buio. Scritta minuscola a lato: “nove mesi prima”. Un altro inizio. Il vero inizio. Stessa strada e i fari di una macchina che avanza nella sera. Inverno, neve, cielo scuro e pesante. A tratti uno straniero scende dal suo veicolo per guardarsi intorno. Maglione, pantaloni corti e scarponi da montagna. È un ex professore dei Pirenei francesi che si è dato alla pastorizia, in fuga dalla centrale nucleare che gli stanno costruendo intorno. In cerca di un posto dove emigrare e dove trasferire famiglia e attività, passa dalla Valle Maira, una delle valli occitane della provincia di Cuneo, un ambiente che non gli sembra ostile. La musica è ipnotica: arie popolari con inserimenti elettronici che dilatano le percezioni. Il motivo che si ripete non ossessiona ma innervosisce. Si respira l’atmosfera di alcuni gialli di provincia. È tutto molto realistico eppure non lo è. Philippe arriva a Chersogno, nome immaginario forse mutuato dal non lontano Monte Chersogno. Ha deciso che vuole abitare lì. Entra in un bar e chiede se qualcuno può affittargli una casa con una stalla. Silenzi, primi piani di uomini consumati da un tempo che non scorre, la bellezza del paesaggio, il vento. Si parla occitano e non si ricorre al doppiaggio. Un punto di forza. L’orizzonte culturale di Philippe e degli abitanti di Chersogno è simile se non identico: lui è straniero ma parla una lingua a loro familiare. Eppure la comunità si difende. Dopo numerose riunioni politiche e informali sulle strade, viene dato il benestare. Il tempo di andare a prendere la moglie Chris, i tre figli e le capre e la famiglia Héraud si trova davanti a qualcosa di irreale. Non sembra vero. L’accoglienza è straordinaria e tutto è pronto per il nuovo insediamento.

Lavoro sui campi, in casa, nella stalla, fatica, solidarietà, eros. Chris, la straniera esile, acqua e sapone, ha un corpo vivo non represso, capelli lunghi che lava alla fonte e un seno che nasconde senza paura di essere vista, un giusto senso del pudore. Gioca con i figli a nascondino per le vie del paese. Un labirinto di desideri trattenuti e nascosti. Fausto, il musicista che improvvisamente trova la sua ispirazione nel microcosmo di Chersogno, ha occhi per guardare e sentimenti per amare. Sublima, diventa amico di Philippe, il marito. Mangiando pane e formaggio i due fanno lunghi discorsi, elementari ma pesanti come macigni. Lo straniero non dà scampo: “La cultura nasce dalla convivenza giorno per giorno”… “La nostra società è basata sulla frustrazione che fa nascere il più basso dei sentimenti. Un uomo represso si vuole vendicare”. Sono profezie. La persona con cui Philippe parla di più è Fausto, colui che si schiererà per ultimo dalla parte della comunità. In breve le cose si mettono male, molto male. I pregiudizi maturano all’unisono, tutto concorre a isolare il forestiero: non vuole far benedire la sua casa, è ateo, i suoi bambini sono sporchi, ha fatto amicizia con il matto del villaggio, in un raptus ludico notturno esce di casa nudo, le sue capre mangiano le foglie degli alberi e pascolano nelle proprietà incolte. L’odio attecchisce e si radica. Un’anziana si spacca da sé le dita di una mano pur di accusare Philippe di averla fatta cadere provocandole la frattura. Il senso della comunità, rappresentato dalla lingua e dalla fede, si srotola in un inferno di nefandezze senza etica. Più volte viene inquadrata una chiesa e un prete che nulla può. Philippe scopre che il consorzio umano può essere più nocivo di una centrale nucleare e riparte. Chris subisce in silenzio un destino che gli è piombato addosso senza accorgersene. Il matto del villaggio, il solo ad aver tratto benefici dai nuovi arrivati, si toglie la vita. La natura, così splendida e fraterna fa da sfondo ad una umanità incapace di andare oltre i suoi recinti. Non ha ancora capito di essere di passaggio e che l’intolleranza non porterà mai nulla di buono.

Il vento fa il suo giro
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 110 minuti
Prima uscita al cinema: 01/06/2007
Con: Dario Angilante, Giovanni Foresti
Regia: Giorgio Diritti
Soggetto: Fredo Valla e Giorgio Diritti
Casa di produzione: Arancia Film e Imago Orbis
Fotografia: Roberto Cimatti
Colonna sonora: Marco Biscarini e Daniele Furlati
Distribuzione: indipendente

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