Il trivelliere

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

trivelliereEbbene sì, la politica globale si muove ancora dietro miraggi che durano una stagione. All’ultimo simposio della Royal Academy menti lucide e con credenziali sopra ogni sospetto ponevano in essere la questione delle questioni: la scienza è indipendente dal mercato? Qui non si gioca a moscacieca o a cricket, non parliamo soltanto per parlare: c’è in di mezzo la sopravvivenza del nostro sapere e del nostro fare. Alcuni economisti come Sir Rufus Grover, specialista dei flussi di credito indirizzati alle fondazioni culturali e scientifiche, prevedono una crisi irreversibile e dagli esiti funesti del nostro sistema socio-sociale. Dieci anni al massimo e chi vive di scienza sarà costretto a cercarsi dei benefattori per non rimanere a mollo. In ogni caso, la nostra civiltà è agli sgoccioli e, se anche cambiasse strutturalmente la propria organizzazione, ormai sarebbe troppo tardi per rimediare.
Ultimamente, sempre piuttosto in prossimità della conclusione dei miei viaggi, mi dico che si avvicina l’ora di andare in pensione, di ritirarsi a vita privata. Letture dei fedeli padri in poltrona, qualche ammiccamento al mio bassotto Gustav, uno sguardo alla vecchia quercia del giardino mentre fuori il clima fa quello che vuole. Voglia di lavorare per l’umanità ce n’è ancora, gli stimoli non mancano, la salute regge, le risorse economiche mi basterebbero sino alla fine dei miei giorni ma qualcosa si sta incrinando e non escludo esiti improvvisi.
Da quando sono sulle tracce del trivelliere i miei dubbi sono numerosi e caparbi. Non è tanto la bestia ad inquietarmi quanto l’interesse nei suoi confronti dei grandi imperi petroliferi. Si sa che il nostro principale carburante ha i giorni contati e che dopo la trasformazione per lo sfruttamento dei giacimenti nelle terre artiche e antartiche non rimane che la nostra capacità di trovare soluzioni a indicarci una via sostenibile. Gli ultimi fuochi della nostra civiltà si stanno spegnendo davanti ai nostri occhi e alla nostra indifferenza. Il trivelliere, con il suo becco aguzzo e la sua singolare sete di oro nero, per qualche tempo potrà dilazionare un nostro tramonto che ci segue come un’ombra. Spengler, se tu potessi sentirmi dall’alto della tua profezia incredibilmente efficace!… E tu, trivelliere che succhi le sostanze della terra, non ti accorgi che stiamo andando in malora? Mi stai mettendo a dura prova e non ne ho voglia… In ogni caso non sono qui per mostrare la mia bile e i miei lettori stanno aspettando di vedere come appari. Gambe lunghe (almeno un metro) con pelle ruvida e morbida simile a quella delle zampe di gallina. Per alcuni una prelibatezza; per altri cibo per i cani. Può stare in posizione eretta tutto il giorno per poi inginocchiarsi e scrutare le acque in totale comodità. Il trivelliere ama la terra ma si trova assolutamente a proprio agio anche lungo i fiumi ricchi di pesci. Il suo collo, che il disegno di Quentin non rende nella sua interezza per una negligenza di cui gli renderò conto, può raggiungere anche i due metri. Immaginate: una specie di gru con peso, esigenze e duttilità maggiori, un becco acuminato e temperato a tal punto che può essere utilizzato come un compressore, una capacità di movimento sorprendente, una autonomia alimentare che può durare settimane e soprattutto una forma vivente che si nutre principalmente di combustibili allo stato grezzo senza disdegnare piante e altri animali. La sua capacità di adattamento è fuori dal comune. Personalmente non ho ancora capito quanto le sue peculiarità possano veramente essere utili all’umanità. La caccia che gli stanno dando le maggiori potenze militari non ha l’obiettivo di ucciderlo ma di catturarlo per ottenere il massimo rendimento delle sue qualità. Naturalmente, una volta esaurito il suo scopo a causa della vecchiaia o malattie che gli impediscono di operare, potrà essere rimesso in libertà e lasciato morire. In questo il trivelliere non è affatto un animale speciale.

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