Vuoto di legge

Anna Maria Occasione

Sovente nel colloquiare quotidiano taluni comportamenti vengono giustificati da colui che li compie opponendo il noto modo di dire per cui è consentito tutto ciò che non è proibito. Lo scenario che si presenta all’osservatore appare diviso in due settori, l’uno normativizzato, l’altro vuoto. Nel vuoto, non esiste norma, non esiste legge, non esiste abuso. Vi è anche chi più finemente oppone che quando la legge intende proibire un comportamento lo dice e che, per converso, se tace, ciò significa che siffatto comportamento sia ammesso (ubi lex voluit dixit).
L’uso di tale fraseologia consente diverse riflessioni.
Anzitutto, si tratta, tecnicamente, di utilizzo non proprio di uno dei criteri di interpretazione della legge. Nel campo del diritto, tale criterio viene applicato laddove vi sia presenza di una norma prescrittiva di un certo divieto; allorché si tratti di verificare se altra fattispecie, diversa dal comportamento preso in esame dal precetto, possa essere compresa o meno nel divieto, si applica il criterio interpretativo di cui sopra, tendendosi ad escludere la punibilità del comportamento non espressamente considerato (sempre che ciò sia conforme anche ad altri criteri sui quali qui è non il caso di soffermarsi). Quindi il criterio ermeneutico di cui stiamo discorrendo (anche detto di interpretazione restrittiva della legge) entra in gioco laddove vi sia una norma e non, come nel comune parlare, quando una norma non vi sia.
Ciò conduce ad una seconda riflessione.
Constatiamo ogni giorno come ciascuno di noi sappia interloquire su qualunque argomento. Tutti sappiamo tutto ed abbiamo il diritto di parlare di tutto. Del resto, si è radicato un nuovo concetto di democrazia che si manifesta nella (mera) opportunità di far pervenire la nostra opinione dovunque e a chiunque, sia il presidente Obama, sia il talk show della sera, il blog scientifico, l’ultima ricetta o proposta di moda, l’evento del giorno e così via. Il fenomeno non è recentissimo. Diciamo un quindici/venti anni or sono, all’interno di programmi televisivi veniva posto un quesito (della più diversa portata, anche strettamente giuridico e quindi tecnico) e si chiedeva al pubblico presente di esprimere la propria opinione. Ad esempio, ai partecipanti (persone non esperte nel settore di riferimento) poteva essere sollecitato esprimersi in merito alla liceità o meno che una band si esercitasse nel garage posto in un condominio od alla legittimità del rifiuto del pagamento del canone di affitto qualora il proprietario non abbia previamente rinfrescato i muri dell’appartamento affittato e via di questo passo.
Il metodo, confortato tra l’altro da ottimi ritorni di audience, veniva così rapidamente estendendosi dal diritto, alla medicina, alla politica, sino ad essere riguardato – giusto per avvicinarsi ai nostri giorni – come una delle ragioni di successo del neo eletto presidente degli Stati Uniti, al quale chiunque poteva rivolgere suggerimenti e comments. Nel sito www.change.gov sorto agli albori della vittoria del presidente Obama, era sufficiente riempire un form e forniti una serie di dettagli personali veniva inoltrata con cadenza periodica costante una news letter via posta elettronica, corredata di intervista dell’esperto della materia, già pubblicata su uno dei più noti network mondiali e dotata di apposito spazio per poter lasciare un proprio scritto.
Da questo quadro, la figura dell’esperto, di colui che impiega la propria vita per imparare e che alla fine, più sa e più pensa di non sapere, ne esce estremamente sfilacciata, lasciando un vuoto, non di norme questa volta ma di sapere, che anche qui, al pari della norma che apparentemente manca, viene irrimediabilmente riempito.
Infatti chi parla, scrive, dà giudizi sovente è colui che non sa ma pensa di sapere, abilmente illuso (ammettendo che sia in buona fede) di avere un peso, un valore che potrà essere preso in considerazione e nel contempo domato nel suo anelito di democrazia, in questo modo pure illusoriamente soddisfatto.
Non è facile di certo analizzare le ragioni che nel tempo hanno consentito questa sorta di sfrangiamento socio-politico. Sembra tuttavia che al tutto difetti la premessa: nel vivere civile, infatti, non esistono vuoti né Bronx da colmare: perché esistono i principi, gli usi, le tradizioni, l’educazione, il senso del prossimo, del rispetto, del dovere, della correttezza e così via, detto in un’unica parola, esiste l’etica, che senza vuoti e mancamenti segna il confine tra il lecito ed il non lecito, tra il proibito ed il consentito, non perché vi sia una formalizzazione del precetto normativo, ma perché ciascuno di noi e noi tutti insieme – anche senza saperlo – formiamo norme a regolamentazione del nostro vivere quotidiano con tutte le conseguenza che ne derivano.

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2 thoughts on “Vuoto di legge

  1. Giovanni Guizzardi ha detto:

    Vorrei fare una premessa: ho letto l’articolo con grande interesse e condivido quasi tutto quel che in esso viene affermato. Ciò che sto per scrivere quindi non vuole esserne una confutazione, ma casomai una riflessione che proprio l’articolo ha suscitato. Quindi, prima di tutto, complimenti a chi l’ha scritto.
    Allora, cominciamo dall’inizio. Come è vero, oibò, che oggidì ogni stronzo si sente in diritto di dire la sua su cose che non sa e che non capisce, in nome del principio tutto democratico che siamo tutti uguali e che ogni opinione, anche la più demenziale, deve essere rispettata. Ed è altrettanto vero che purtroppo se mille stronzi pensano e dicono una stronzata, essa assume un forte connotato di verità. Faccio un esempio innocuo, ma significativo: alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 miliardi di imbecilli giubilanti in tutto il mondo hanno festeggiato la fine del secondo millennio, anche se in realtà tale fine sarebbe avvenuta solo un anno dopo. Ora, se perfino un’informazione semplice come quella che ogni secolo ha cento anni e che quindi l’ultimo termina con due zeri è incomprensibile per la maggioranza del genere umano, figuriamoci una faccenda che coinvolge la corretta interpretazione di un principio giuridico!
    Quanto affermato però nell’ultimo periodo dell’articolo fa riflettere: è proprio vero che nel vivere civile non esistono vuoti né Bronx da colmare? Detto in altre parole, se ho ben capito, ciò significa che fra persone civili non c’è bisogno di leggi per ogni cosa perché spesso basta la buona educazione e il rispetto del comune sentire.
    A mio parere il problema è che forse quel comune sentire non è affatto comune, che quella buona educazione non è affatto diffusa, che non esistono principi, usi, tradizioni comuni e che il senso del rispetto, del dovere e della correttezza non sono un patrimonio comune neppure essi.
    Non sono un esperto di diritto, ma ricordo che da piccolo in molti bar c’era un cartello con scritto “vietato sputare”. Secondo me, ciò significava che c’era un mucchio di gente che lo faceva. Oggi invece quei cartelli sono scomparsi, per fortuna. Ciò può significare soltanto una cosa: tutti sanno che non sta bene sputare e ben pochi lo fanno. Voglio dire che le leggi vietano e regolamentano ciò che occorre vietare e regolamentare, non ciò che è patrimonio etico comune. E’ ciò che viene sostenuto nell’articolo, mi sembra. Purtroppo però in una società multietnica e multiculturale come quella attuale, non è proprio possibile fare riferimento ad un’unica etica. L’idea stessa che esista un unico comune modo di percepire il bene e il male è una mera illusione etnocentrica. Per un europeo una donna che gira per strada nascondendo il volto è una potenziale rapinatrice, per un afghano una donna in minigonna è una bagascia che può essere violentata nei giardini pubblici. Ne consegue che in molti paesi europei esistono leggi che vietano di coprirsi il volto in pubblico ed altre che puniscono gli stupri, mentre a Islamabad non credo proprio. Ma senza andar tanto lontano, mi sembra che il concetto di correttezza e di rispetto della cosa pubblica che più è diffuso a Trieste non sia esattamente lo stesso di quello che va per la maggiore a Napoli. Ora, finché ognuno se ne sta a casa sua in mezzo ad altri come lui, tutto bene, ma in caso contrario ogni discorso sull’etica va a farsi friggere, e l’unica cosa a cui ci si può aggrappare per garantire un minimo di vivere civile è il rispetto delle leggi. E se allora le leggi su qualche aspetto controverso del vivere civile mancano, abbiamo un vuoto normativo.
    Chissà se ho detto una stronzata…

  2. nulladiessinelinea ha detto:

    Ringrazio anzitutto per il commento. La mia nota è nata dal rammarico di dover constatare che, sempre più spesso, si tenda comunemente a pensare che se la legge non dice o non c’è, il comportamento che si aveva in mente di porre in atto, sia per ciò solo consentito. Niente legge, niente abuso, in sostanza. Si tende a pensare, in altri termini, che laddove vi sia un vuoto di legge, sia terra di nessuno. Il Bronx, cui in senso figurato, mi riferivo. Personalmente, non concordo con questo comune pensare. In una società civile, vuoti di legge non ne esistono. Non solo le leggi (nel senso comune del termine) vanno rispettate, ma vanno tenuti presente e quindi rispettati, come la medesima valenza imperativa, anche quei principi superiori che le presuppongono e le animano e mi riferisco, ad esempio, al principio di uguaglianza, di correttezza, di buona fede, del non creare danno e così via. Il che significa che laddove, per avventura non vi sia specifica normazione (perché il legislatore non abbia ritenuto regolamentare la fattispecie in modo esplicito, ad esempio) non si può per ciò solo ritenere lecito il comportamento cui accede, dovendosi sempre e comunque verificare, ancora ad esempio, se esso risponda o no ai principi accennati sopra od altri, come gli usi, le tradizioni, il senso di equità. In questo senso, ho utilizzato il termine etica, nel suo significato più semplice visto come dovere di rispetto degli altri, dell’altro, del mondo circostante. Che l’etica, cambi, muti, nel tempo e territorialmente, anche sotto il profilo giuridico è più che mai noto. Giusto senza andare tanto in là, si pensi all’abrogazione del delitto d’onore, all’introduzione del divorzio, alle grandi rivoluzioni del diritto degli anni settanta. Tutte senz’altro frutto di un etica in mutazione. Ma questo non significa, sempre a mio modesto avviso, giustificare il caos, il vuoto, la legge del più forte e della prevaricazione.

    Anna Maria Occasione

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