La turnàta di Mario Perrotta

Salvatore Smedile

migrantiVai a teatro per distrarti, per alleggerire le monotonie, per curiosare fra le proposte del cartellone in cerca di qualcosa di nuovo. Poi, un amico che ti pensa ti registra Emigranti Express, racconto radiofonico in 15 puntate di Mario Perrotta. Un viaggio a ritroso sui treni diretti in Belgio e in Svizzera, quando eravamo noi italiani ad andare in cerca di fortune per il mondo. Allora, appena Italiani Cincali, la versione teatrale di quel programma, è di passaggio a Torino, non te la lasci scappare. Un bel teatro vissuto e a misura di spettatore, il Baretti, nel cuore di un quartiere dove l’umanità si incontra e si scontra sotto gli occhi di tutti. Prezzo contenuto, una ventina di persone, inizio puntuale. Il tempo di dare uno sguardo alla scena senza orpelli (una sedia di legno e un bicchiere d’acqua per terra) e Mario Perrotta sale sul palco. Vuole assicurarsi che i cellulari siano spenti e invita a non scartare caramelle. Il modo con cui lo dice è già teatro, gioco, rapporto, pretesto, intrattenimento. Pantaloni grigi stropicciati, maglietta di lana marrone con le maniche lunghe sotto la camicia bianca. Scarpe nere consumate, da uomo che si dà da fare, che lavora e che non vive per l’estetica. Si spengono le luci e Mario (personaggio, tra gli altri, dello spettacolo) fa ancora un preambolo necessario: “Nel dialetto leccese esistono due parole per indicare la stessa cosa: la enùta e la turnàta. Entrambe indicano il ritorno ma la enùta è il tempo di guardarsi attorno veloci per ripartire subito e dimenticare, la turnàta è per sempre”.
Conto alla rovescia (siamo nel ’69, l’anno dello sbarco sulla luna) three… two… one… Mario sul palco si guarda intorno. Crea lo spazio, lo prefigura e lo raffigura. Un ulteriore esordio che anticipa il genere di spettacolo che andremo ad assistere. Un solo attore dovrà sostenere e rendere credibile una vicenda crudele e lineare. Nino è figlio di emigranti stagionali leccesi che sul finire degli anni sessanta partirono per cercare lavoro. In quel tempo di fame, chi lo trovava, raggiungeva il suo Paradiso.”Addove c’era lavoru c’era Paratisu e il nostro era in Banhofstrasse, numero 14, città di Zurico, nazione Isvizzera, anno 1955“. Nino si esprime in prima persona e fa parlare il suo mondo dentro una storia più complessa. Il dialetto, comprensibilissimo, è un monologo che spazia nel tempo e tra i fatti connettendoli per libera associazione. Seconda metà degli anni ’50, l’emigrazione del nonno; prima metà degli anni ’60, l’emigrazione del nonno e del padre; seconda metà anni’60, quella del nonno, del padre, della madre e del piccolo Nino. Il comico diventa tragicomico e si trasforma in dramma senza accorgersene. Mirabile equilibrio del narratore che diventa padre e si fa figlio, nonno, madre, zio.
Com’è il Paradiso? È una casa composta da due stanze: la cucina e tutto il resto, quattro metri per cinque “con un tavolo, quattro, sedie, tre letti, un frigorifero, un armadio … e una finestra che dava sulla luna”. La potenza di un attore è evocare, far vivere quello che dice e vedere quello che non c’è. La voce e le sue inflessioni trasportano in quel passato, in quella stanza di Zurigo dove Nino diventa amico della luna. La narrazione si articola, salta da un discorso all’altro senza interruzione, parla un soggetto indiretto tipico del sud: “Dice…”. Ma chi è che dice?… Magistrale il soliloquio di Nino che si sdoppia, si frantuma e ritorna coeso nell’eloquio. Si esprime una coscienza che sviscera una ferita della nostra memoria. La parola si fa discorso civile, saggio, elenco di cifre inimmaginabili. Il copione, scaricabile in rete sul sito di Perrotta, diventa giornalistico: “Siamo nel 1969. In Svizzera i lavoratori stranieri sono quasi un milione su una popolazione di 4 milioni e mezzo di persone. Di questo milione, 700.000 sono italiani tra i quali 180.000 con permesso di dimora stagionale”. Il punto: “allo stagionale è fatto divieto, per legge, di portare in Svizzera moglie e figli… firmato e sottoscritto il 10 agosto 1964. Confederazione elvetica; Governo italiano”. Cosa dovevano fare e cosa facevano gli stagionali? Portavano in Svizzera i propri figli di nascosto e li facevano vivere come fantasmi. Li educavano a non far rumore, a non farsi vedere, a non fare amicizia con nessuno. “In Svizzera nel 1969 c’erano 30.000 bambini italiani clandestini figli di altrettanti stagionali che, giustamente, se ne erano fottuti della Confederazione elvetica e del Governo italiano”. Non è più racconto: è storia vera fatta di carne, sudore, dolore, tragedia, verità. Stanno iniziando a circolare gli esiti di quel macello legalizzato. Perché nel ’69, anno di conquista, in patria, di diritti civili (istituzione della Scuola Materna Statale, eliminazione delle gabbie salariali, approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori) l’Italia è stata a guardare? Non erano figli suoi anche quel fiume di proletari che si versava all’estero per fame? E che dire di quelle 900.000 schede della Polizia Federale Svizzera che archiviavano ogni passo falso e sospetto di lavoratori potenzialmente sovversivi? E i tre referendum della Schwarzenbach-Iniziative a favore della chiusura delle frontiere? La voce narrante fa un’ipotesi: Ma siamo nel ’69. E c’è l’autunno, quello caldo e il tempo è poco, forse non c’è più tempo per pensare… Piazza Fontana… muore l’anarchico Pinelli… non c’è più tempo…”.Non si poteva pensare a tutto! Pochi brani musicali scandiscono le scene. Azzeccatissimi gli inserti degli Led Zeppelin, padroni e rappresentativi di quell’epoca di sconvolgimenti.
La turnàta di Nino è rocambolesca. Il corpo del nonno morto viene caricato in auto come se fosse ancora vivo e portato in Italia. Al confine di stato viene nascosto nel baule dell’Alfa Giulia bianca (altro simbolo del tempo) perché clandestino. Ancora di più la finzione è vera e la verità è finzione. “Stu buiu ti pare nna malatia e allora cominci a sentire il tuo cuore, una musica regolare che ti accompagna che forse te la fa passare sta porca paura”. La discesa verso il paese è il viaggio della consapevolezza di Nino. Scopre il mondo nella sua interezza tutto in una volta. Il suo viaggio è il nostro viaggio dentro un inferno dimenticato ma che non esitiamo a riproporre agli emigranti di turno. Durante una sosta, Nino viene finalmente a sapere che cincali (zingari) è il nome con cui vengono chiamati gli italiani in Svizzera. Diventa grande e si rivolge al nonno con immagini di autentica poesia: “portati nel cuore sta gente dura e fiera che schiuma rabbia antica dalla bocca e sudore di fatica dalla pelle”.
Il finale è all’insegna di Albano, pugliese purosangue che canta canzoni della sua terra. Nino, ormai grande, con la voce di chi ha vissuto una grande avventura, conclude: “Con vostra pazienza sono arrivato in fondo chi poteva dirlo, spero con buoni risultati, che la storia è vera ne faccio fede io sottoscritto Antonino Filace detto Nino”. Anche Albano, in questo contesto, diventa indispensabile.
Applausi scroscianti e commozione generale. Cosa può fare un attore con il suo corpo Mario Perrotta lo ha dimostrato senza appartenere a generi e a scuole d’avanguardia. Basta e avanza una storia vera, una passione che vuole denunciare quello che non è stato ancora detto.

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