April is the cruellest

Salvatore Smedile

Tempesta sul mare del Nord, Cadzanz (NL), aprile 2008. Foto di Chiara Costardi.

Tempesta sul mare del Nord, Cadzanz (NL), aprile 2008. Foto di Chiara Costardi.

Ragionare intorno alla poesia implica una predisposizione al discontinuo, al volubile di cui è composta la sua materia prima: le parole. Esse sono come il vento: vengono, vanno, si dimenticano di quello che hanno detto, si riposano, si risvegliano, riprendono a volare. Per questo ogni giorno ci si può smentire.
Siamo in primavera. La prima luce del giorno ha un calore e una pienezza a cui mi devo nuovamente abituare. Quando mi sveglio, per i primi dieci minuti è come se non fossi ancora corpo. Mi sembra di rinascere, di sentire per la prima volta odori, suoni, rumori, di rivedere i colori del mondo. È uno stato d’animo particolare, decisivo per le azioni che intraprenderò durante la giornata. Con il passare degli anni questi momenti che ho smesso di chiamare aura, si assomigliano, si ripetono e mi fanno dire con più scioltezza che nella vita ci sono attimi che si ripropongono.
Ogni primavera, ormai da vent’anni, da quando ancora abitavo nella città in cui sono nato, si rinnova il miracolo di avere nella mente, tra le mani, le parole con cui nominare il mutevole dei giorni. Ricordo come fosse ora quel pomeriggio in cui improvvisamente si passava da un sole accecante ad una tempesta di pioggia e neve che obbligava ad accendere le luci di casa. Fuori, gli eventi si susseguivano secondo un ordine naturale; dentro, trovavo un assetto con cui significarli. Non ero in contemplazione, non stavo per diventare un mistico. Semplicemente stavo rileggendo (stavo leggendo per la prima volta) The Waste Land di Thomas Eliot.

April is the cruellest month, breending
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain…

(Aprile è il più crudele di mesi: genera / Lillà dalla morta terra, mescola / Ricordo e desiderio, stimola / Le sopite radici con la pioggia primaverile…) (1)

In questo memorabile e ineguagliabile incipit si realizzava una magia. Da allora quelle parole, per me, sono le parole con cui dire e pensare, rappresentare la primavera. Come se avessi trovato il modo di farla esistere eternamente.
Cosa è accaduto quel pomeriggio? Con i suoi versi Eliot ha toccato il cuore del mondo. Ha creato una realtà più forte della realtà stessa, ha incarnato il verbo, ha rivelato il potere straordinario di dare vita dentro una coscienza a un evento quotidiano come la pioggia improvvisa.
Passano le stagioni ma ad ogni primavera quei versi, per me, sono ancora lì a richiamare innumerevoli ricordi che rendono la vita piena di mistero. Tutto fugge e tutto rimane. I mesi transitano nelle nostre esistenze e noi con loro; facciamo esperienze che ci modificano, attraversiamo mondi a volte lontani e impossibili, ci trasformiamo. Eppure siamo sempre lì, rincuorati e sostenuti da parole che abbiamo scelto (o che forse ci hanno scelto), come se ci fosse un punto di confine in equilibrio tra mutevolezza e ed eternità. Per chi scrive e per chi legge.
L’esempio di The Waste Land non è l’unico con cui spiegare l’effetto della poesia. La lista è lunga e penso che ognuno ne abbia una sua con cui sentirsi veramente a casa in ogni luogo.
Quando parto per un viaggio fisico o mentale (imbarcarsi in un’avventura dell’interiorità è non meno intrigante e rischioso di una scalata o di una esplorazione) ho sempre con me un libro di poesie. Non si sa mai come andrà a finire, magari ci si impantana, non si procede e si rimane fermi a doversi inventare qualcosa per non smarrirsi. Ma so che ci sono delle parole accanto a me, una comunione con altri uomini e altri mondi che mi fanno andare avanti.
Mi chiedo sovente perché i poeti durante le dittature continuano a fare i poeti e non si arrendono mai. C’è qualcosa di eroico in loro o semplicemente rispondono a degli impulsi della loro natura? In entrambi i casi le loro parole, anche le più lontane dai fatti quotidiani, hanno un urgenza che nessuno potrà mai far tacere. Sono come l’aria che entra ovunque, quando e come vuole. Ognuno è prigioniero della realtà, ha catene di cui vorrebbe liberarsi. Scrivere poesie è una buona via di uscita.
Prima di andare a dormire mi piace avere vicino dei versi. Che li legga o meno (il più delle volte mi basta qualche cadenza verbale per riconciliarmi con il sonno) so che sono a portata di mano e la notte fa meno paura. Anche nell’ultimo viaggio, ma su quello ho ben poco da programmare, mi piacerebbe avere con me un libro che mi sia stato compagno in vita, un manuale dei piccoli gesti quotidiani in cui ha risuonato per me il grande poema dell’universo. In fondo è questo lo scopo del poetare: contribuire con il proprio assolo a scrivere una storia più grande di noi.

(1) Thomas Eliot , La terra desolata (traduzione di Mario Praz, Einaudi ’83)

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