Il borboleto

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)
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Ancora qualche mese tra queste piane e poi tornerò ai rituali da cui sono scappato senza troppe spiegazioni. Ho camminato per tutti i continenti, ho rinforzato le mie capacità di resistenza, ho rigenerato forze che sembravano spente e ho visto che il limite non è così imminente. Dalla foresta da cui scrivo potrei facilmente farmi assorbire per l’eternità, diventare figlio di una terra in cui non sono nato, rinunciare alla mia identità e alla mia scienza. Qui siamo vicinissimi al mito, ogni pensiero si fa realtà tangibile e ci si sente prima di ogni cosa su cui sia intervenuto l’uomo, agli albori della civiltà.Tuttavia, pur essendo tutto straordinario, ho deciso che il mio posto non è qui.
Non potrebbe essere diversamente per un accademico che si divide tra le sue ricerche e il suo hobby preferito: stare nella sua veranda della sua tenuta nello Yorkshire, leggere libri di storia e alzare gli occhi solo per assistere ai frequenti cambiamenti climatici di lassù. La veranda, costruita da vetrai locali, un piccolo tempio che mi permette di vedere a 360 gradi quel che avviene intorno, è il capolavoro della mia tarda età.
Che strano trovarmi a Solberete e sognare le mie lande incolte ma ordinate, simili ai suoi abitanti, vicine ai loro cuori e alle loro tradizioni! Eppure la foresta in cui sto inseguendo il borboleto ne ha di cose da dire e da ricordare. È un po’ che Romeo, la mia guida in questo estenuante rincorsa dei mangiatori di farfalle, mi dice che ci siamo, che dai canti degli uccelli (per lui cantano, senza mezzi termini) si capisce che stiamo arrivando nell’altopiano dei borboleti. Di questi ultimi avevo sentito parlare da fonti non ben precise, a volte non distinte dalle leggende. Inevitabile, in luoghi dove il tempo ha un’altra verità e il passato si mischia col presente con disinvoltura. Il borboleto (dal portoghese borboleta, farfalla) è un rapace che si nutre dei piccoli che incontra nelle sue peregrinazioni: uccellini da nido, coniglietti, leprotti, pulcini, gattini, cuccioli di cane ma soprattutto farfalle, il suo cibo preferito. Volteggia alto come un avvoltoio e plana nell’aria fino a quando la sua eccellente vista gli segnala una preda. In un attimo è su di lei e la fa sua. Becco aguzzo che si trasforma in un imbuto dall’apertura ampissima e resistente. Il borboleto unisce forza e velocita, intelligenza sopraffina e crudeltà feroce.
Manca poco”, ripete Romeo. Ironia della sorte: proprio sul bello penso al mio ritorno. Qualcosa sta cambiando in me e me ne accorgo solo quando mi assalgono e tormentano pensieri nostalgici che rischiano di giocarmi brutti scherzi. Rimango concentrato sull’obiettivo, sull’animale che sto pedinando con metodo, non distolgo l’attenzione da quello che devo raggiungere a tutti i costi ma un’altra idea si insinua nella mia mente, un’altra forza mi tira verso un’altra direzione.
E subito dopo si fa viva la mia coscienza di ricercatore che mi risveglia e mi urla:“E il borboleto?”
Riprendo in mano la mia vita e il mio destino e parto all’attacco, cammino, cammino, cammino e con occhi vigili scruto ovunque si muova qualcosa. Peccato che le farfalle e i borboleti restino magnificamente mimetizzati nel loro ambiente.

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