Sulla sineddoche: manifestazione a Torino

Davide Picatto

Quando volete, noi sempre pronti. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

Quando volete, noi sempre pronti. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

Il cellulare vibra quando sono nell’ascensore. È il lavoro: la IV elementare che avrei dovuto portare in visita al Museo Egizio a metà mattinata ha disdetto la prenotazione, il prossimo gruppo lo avrò alle dodici e trenta. Mezza giornata sprecata. Non esco nemmeno dall’ascensore, pigio il tasto e torno in casa: la colazione tagliata nella solita fretta mattutina mi reclama.
Accendo il portatile, bevo il caffè leggendo gli aggiornamenti del mio feed reader -rigorosamente open source-, rispondo ad alcune mail, metto su un po’ di musica, preparo una lavatrice, metto ordine nel caos della cucina. Torno davanti al monitor, c’è una nuova mail. La cosa che però attira il mio sguardo è un link nell’aggregatore di notizie di Yahoo Mail: G8 università Torino, cariche polizia e traffico in tilt. Me ne ero totalmente scordato, il lavoro veramente aliena. L’articolo: una serie di banalità incentrate sugli scontri di ieri (lunedì 18 maggio, NdA) e sui rischi per il corteo di oggi. Da nessuna parte si parla del perché 41 rettori provenienti da tutto il mondo (i Grandi Otto, Cina, Brasile, India, Sud Africa, Corea del Sud, Australia, Indonesia e altri paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell’America Latina e dell’Africa) si sono incontrati qui a Torino, nel Castello del Valentino, e del perché alcuni studenti (la Rete contro il G8-Onda Anomala) decidono di dissentire scendendo in piazza. Ma tant’è, sciocco io ad informarmi con Yahoo Notizie. Guardo l’ora di inizio manifestazione: 10.30, Palazzo Nuovo. Mi metto le scarpe, prendo lo zaino ed esco. Sono le undici, lavoro fra un’ora e mezza e forse riesco ancora ad intercettare l’Onda da qualche parte in centro.
Il 58 mi lascia al capolinea. Tutto tranquillo. Via Roma chiusa al traffico. Piazza Castello chiusa a Via Roma. Forze dell’ordine ovunque. Cammino rapido in Via Principe Amedeo, poi svolto in una perpendicolare e sono in Via Po, verso la metà. Il corteo è lì davanti, sfilacciato. Riesco a passare oltre alcuni poliziotti in assetto antisommossa e mi getto nella corrente. In fondo alla via, ad un passo da Piazza Castello, la testa del corteo. Sono in molti. Fischietti, cori da stadio, insulti sotto al rettorato, striscioni, gente colorata, ragazzi e ragazze che ridono, cantano slogan. Polizia ovunque, soprattutto davanti. Vie laterali sbarrate, molte serrande abbassate. Nel corteo c’è la Digos. Li riconosci facilmente anche se in borghese. Tutto procede tranquillo. Si cammina spediti, c’è stato un ritardo alla partenza: molti studenti in arrivo da altre città dovevano ancora arrivare a Porta Nuova. C’è fretta di raggiungere il Parco del Valentino, sede del “G8 Universitario”.
In Piazza Castello mi stacco dal corteo, il lavoro mi chiama. Un cordone nerovestito di poliziotti sbarra Via Roma. Una mano termina nel manganello, l’altra in uno scudo di plexiglas. Non mi fanno passare. Spiego che devo andare al lavoro. Non mi credono, o non gliene frega nulla. Dico che lavoro al Museo, rispondono che provengo dal corteo e che in Via Roma non si passa. E come faccio? Fai il giro dall’altra parte. Ridicolo, ma non ne vogliono sapere. Torno indietro e prendo Via Accademia delle Scienze, la parallela. Mi vien voglia di fare il giro dell’isolato, risalire Via Roma e sbucargli alle spalle, giusto per prenderli un po’ per il culo, poi però vedo in Via Cesare Battisti, appena dietro l’angolo, un altro gruppetto di poliziotti e blindati. Stanno lì, fermi, non sbarrano nulla. Aspettano. Intorno un gruppo di ragazzi francesi, in gita. Gente che passa. In mezzo uomini armati di manganello, scudo, casco. Qualcuno impugna dei lancia lacrimogeni, altri delle mitragliette. Tutti hanno la pistola alla cintola. Gli ronzo intorno, mi fanno cenno di allontanarmi. E lo faccio, comincio ad essere in ritardo per il lavoro.

I nuovi cassoneti di corso marconi. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

I nuovi cassoneti di corso marconi. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

Al Museo è un eccidio. Molte scuole hanno telefonato per disdire le prenotazioni della giornata, spinti da genitori terrorizzati dai media. Torino è descritta, già da ieri, come una città assediata, pronta a ricevere l’urto di orde barbariche, con un centro prossimo al collasso. C’è gente che però arriva in Museo senza nemmeno essersi accorta della manifestazione, e le scuole che non hanno rinunciato alla visita sono arrivate puntuali. Qualcuno riceve telefonate strane da casa: stai attento, per strada c’è il caos. Per il momento per strada il caos non c’è, sta solo sui giornali, alla televisione e sui siti internet di informazione: una guerriglia annunciata che toglie spazio ad ogni discussione seria sul futuro dell’università e dell’istruzione. E domina una sineddoche, una parte per il tutto: le frange violente dei centri sociali per studenti pacifici, un centinaio di idioti per migliaia di universitari che protestano senza ricorrere alla forza.
La sineddoche impera ovunque, dai media ai bar, dalla strada al museo. La sento in bocca a gente che reputo intelligente e sveglia. Si parla solo degli scontri di ieri (3 feriti, di cui un poliziotto caduto da solo) e di quelli di oggi, ancora da venire. Si parla di due provocatori, si tace su tutto il resto.
Alle cinque mi incammino a casa, incazzato con il mondo. Con la gente che si fa abbindolare. Con il potere che abbindola. Con chi non si informa. Con chi parla con frasi tratte da Studio Aperto o da Leggo. Con l’informazione che fa pena, strumentalizzata o no. Ormai la moda è questa: serve lo choc, serve il sangue, servono tette, culi, calciatori, animali simpatici, delitti estivi, attori, tragedie, stragi, cinepanettoni, ricette, pessimi cantanti, televisione, reality. Il resto non fa notizia, il perché di queste cose non fa notizia, la cultura non fa notizia, il dibattito, se non quello urlato od osceno, non fa notizia. Fanno notizia le mirabilia, la violenza, il semplice.

Barricate. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

Barricate. Fotografia di Gianluca Platania, tutti i diritti riservati.

Leggo su internet cosa si dice del corteo. È terminato in guerriglia. In Corso Marconi spuntano caschi, bastoni, sampietrini, estintori. Volano botte e fumogeni. In pochi tentano l’impossibile: sfondare la barriera delle forze dell’ordine. Davanti c’è la Facoltà di Architettura, dietro scorre il Po. Il giornalismo facile dice che le sue acque sono pattugliate da moto d’acqua, e sotto il loro livello ci sono i sommozzatori. Colorismo ridicolo. Spiegamento di forze ridicolo. Dall’alto pattugliano gli elicotteri. Non c’è scampo per i manifestanti, si devono ritirare respinti dalle cariche della polizia, gli occhi arrossati e la gola riarsa per i lacrimogeni. La mia ragazza, reduce da un concorso pubblico, non può parcheggiare in via Ormea, un poliziotto glielo sconsiglia. Gli chiede perché: una manifestazione dei centri sociali. Anche lui parla per figure retoriche, senza sapere probabilmente cosa sono. Poco oltre riesce ad entrare in un bar con due amiche. Arrivano veloci altri due poliziotti, urlano di chiudere tutto, di barricarsi, il corteo passerà lì vicino. Il terrore viene inculcato strada per strada, porta per porta.
Gli scontri ci sono stati, le automobili danneggiate, i feriti, i cassonetti in mezzo alla strada e le barricate pure. Un’amica fotografa, allontanatasi dai tafferugli per sfuggire alla pioggia di oggetti contundenti, mi ha riferito che i violenti saranno stati un centinaio. L’Onda è passata oltre, è tornata a Palazzo Nuovo.
Naturalmente sui media sentirete parlare solo per sineddoche.

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