A proposito di April the cruellest

Anna Maria Occasione

Nel suo scritto recentemente pubblicato su questa rivista, Salvatore Smedile, traendo spunto dall’incedere della primavera e dalla sua interpretazione nei versi di Eliot, fonde riflessioni personali e letterarie sulla poesia e sul ruolo del poeta, entrambe di indubbio interesse.
L’autore tocca essenzialmente tre punti, partendo dalle implicazioni che sottende il ragionare intorno alla poesia, passando per l’intima connessione tra il viaggio fisico/ideale e la rassicurante presenza di un libro in versi, concludendo per un elogio alla forza della poesia, rara espressione di libertà, impermeabile a qualsiasi forma di censura e di dittatura.Il primo di questi temi, può scomporsi in realtà in due parti: da un lato, Smedile riflette sulla materia della poesia, la parola, dall’altro, sul tipo di aspettativa cui il lettore ambisce dal poeta.
La parola nella poesia assume connotati che altrove non ha.
La parola nella poesia è materia, come la pietra nelle mani dello scultore od i colori stesi sulla tavolozza. Poetare non significa scegliere vocaboli nel novero di un dizionario, optando per quella che meglio sembra adattarsi al pensiero che si vuole esprimere, ma è creazione di un quid novi, di un prodotto che non è il risultato della somma di addendi, ma in uno è significato e plastica espressività.
Pensiamo ad esempio a due versi sul mare: l’uso di una pur semplice locuzione come rotondo fragore di onde conduce immediatamente nel lettore l’immagine sia del movimento che del suono ed insieme quella della ciclicità che porta con sé, delle magia delle parole, del senso dell’eterno, del tempo che si ripete, delle cose che vanno e vengono secondo un imperscrutabile destino.
Le parole, dice Smedile, sono come il vento, volubili e discontinue, tanto che ogni giorno in poesia ci può smentire: non chiederci la parola che squadri da ogni lato, scriveva Montale.
Il poeta non fornisce formule da verificare con la prova del nove.
Il poeta non definisce, intuisce.
Il poeta è colui che prima di altri, coglie ciò che ancora non c’è. È colui che forma colleganze ai più ignote, che vede nella realtà fenomenica simbolismi ed arcani essi stessi essenza della vita.
Colui che vive nella consapevolezza dei gesti, laddove altri sgranocchiando il cardo, galleggiano in superficie.
Per questo il tenere un libro di poesie accanto a sé, è il chiodo sulla parete che ci consente di salire, l’antro che ci ripara dalle incertezze delle fasi della vita, La taverna di Brest, per dirla con Smedile, dove l’incontro è esso stesso conforto nel confronto tra esperienze.
Due parole sulla libertà della poesia. Si spazia da Neruda a Hikmet mentre Brecht diceva che è sfortunata la terra che ha bisogno di eroi. La poesia non si imbriglia. Vola tra le maglie di ogni carcere, anche le più strette della terra, sopravvive al suo stesso autore, testimone oltre la morte della forza del pensare.
Forse il solo appunto che si possa fare è alla traduzione dei versi di Eliot, riportata in nota e tratta dalla pubblicazione a cura di Einaudi.
Pur non essendo linguista, non mi parrebbe infatti aderente al testo, l’utilizzo nella sua traduzione del tempo presente indicativo, laddove il poeta inglese usa ripetutamente il presente continuo.
Breeding, mixing and stirring danno a mio avviso il senso delle azioni che si svolgono in contemporaneità che è in sé la vera crudeltà del mese di aprile.
È mentre la terra morta fiorisce di lillà che la pioggia scuote le radici, mescolando così il ricordo (del passato) con il desiderio (del futuro).
Aprile simbolo della vita.
Vita che dà e che insieme toglie, che genera ed in quel mentre fa morire: l’uomo consapevole, nel mezzo di tutto questo, è aggrappato alla sua poesia, mentre vede la sua esistenza scorrere, tra i ricordo del passato ed i desideri del futuro.

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