Una bella giornata d’agosto

Maria Genovese

Un raggio di sole si insinua tra gli scuri accostati, filtra attraverso un impercettibile spazio tra le tende, ed arriva a scaldarmi il viso, svegliandomi. Galleggio per un po’ tra sonno e veglia…
… Oddio! Amanda, devo portarla a scuola!
No, siamo in agosto. Piano piano riemergo dai fumi del sonno, e riprendo contatto con la realtà.
Dalla cucina rumori: la macchina del caffè espresso, il barattolo dello zucchero, il pacco di biscotti. Amanda mi sta preparando la colazione: e già la vedo, arrivare con i suoi modi da mammina che viene a svegliarmi dolcemente con il suo “Dormito bene, mamma? Riposati che sei tanto stanca.”
No no no… c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo. Ha solo sei anni, e a quest’età sono io che dovrei andare a svegliarla amorevole, dopo averle preparato una sostanziosa colazione. Sto rischiando di capovolgere i ruoli: sono io che dovrei accudire lei, non il contrario.
Mi sveglio triste, ricordando i rituali che vivevo da bambina, nella mia normalissima famiglia numerosa: mio padre al lavoro, mia madre in casa a tenere in ordine ed accudire noi figli. All’oscuro di qualsiasi eventuale problema di carattere economico che non sia il fare quotidianamente la spesa. A “portare i soldi a casa” ci pensava papà. Quasi rimpiango il maschilismo di quella situazione: nessun genere di stimolo o soddisfazioni personali, se non quelli legati alla nostra crescita, ai nostri progressi. Ma forse, pochi pensieri, poche angosce: di sicuro nessuna di quelle che attanagliano la mia mente.
È agosto. Amanda è a casa da scuola. Ha trascorso tutto il mese di luglio con i nonni: una separazione per me dolorosa, che però mi ha sollevata per un po’ dalle preoccupazioni, consentendomi di dedicare serenamente la mia attenzione a quelle voci senza volto e ai loro pruriti: faccio l’operatrice in una chat line. Non è una linea erotica, ma troppo spesso le conversazioni finiscono in falsi momenti di piacere. Unica salvezza quando la situazione diventa troppo pesante, schiacciare il tasto zero, che fa cambiare interlocutore.
Adesso però Amanda è a casa, con me. Con questa mamma tanto difficile da gestire.
In effetti non è affatto facile avere una madre come me. Quando è nata Amanda ho giurato a me stessa che avrei fatto di tutto per non sentirla una “gabbia”, non percepirla come un ostacolo tra me e le mie esigenze: una forma brutale di egoismo che ho sentito necessaria per amarla come merita. Per non trasformarmi in una madre frustrata. Il mio amore per lei sarebbe stato un amore fasullo: autoimposto più che sentito. E lei sarebbe cresciuta nell’ipocrisia, imparando l’ipocrisia.
Alla fine Amanda è diventata la mia ispirazione, il mio motore.
Spesso mi capita di ritrovarmi ad osservarla: è sorprendente quanto mi somigli: è come se passasse il tempo ad osservarmi e cercasse poi di imitarmi. Ma lo fa con naturalezza. Non è uno scimmiottare la madre, ma il riprodurre l’immagine che ha di lei: in Amanda rivedo i miei pregi ed i miei difetti. Rivedo la bambina che ero, la donna che potrà diventare, e quella che sto imparando ad essere. Guardo lei e mi correggo, e la aiuto a correggersi.
La amo. Vorrei poter prenotare in un bell’albergo al mare e farle fare una bella vacanza. Ma non è possibile, non possiamo permettercela. E inoltre devo lavorare.
Non mi resta altro che lavorare tutta la notte fino all’alba, e dedicarle tutto il resto della giornata. Ed è bello farlo. Bello tanto da non sentire la stanchezza accumulata per le poche ore di sonno. Se potessi eviterei anche quelle, così da poter essere lì ad osservarla quando apre gli occhi al mattino. Mi chiedo spesso cosa possa pensare.
“Sei una mamma bravissima!” mi dice spesso col sorriso. Ma mi chiedo sempre se non cerchi più che altro di rendermi felice, o di convincere se stessa di avere il meglio. Mi chiedo spesso se non si confronta con le sue amiche, se non mi confronta con le madri delle sue amiche: loro sempre precise e in ordine al mattino quando le accompagnano a scuola, io sempre di corsa, con gli occhi gonfi, ed il primo maglione infeltrito che trovo buttato addosso nella fretta. Le osservo spesso quelle mamme, e mi chiedo spesso come siano con i loro figli: mi chiedo se preparano biscotti per la loro colazione, se si fermano un po’ di tempo a giocare con loro, se gli cantano la ninna nanna per addormentarli. Se si sentono mai così in colpa per il poco tempo che riescono a dedicargli.
Mi chiedo spesso anche cosa pensino di me, del mio essere costantemente stanca, e del mio fumoso lavoro di cui non parlo mai. Cosa pensano quando telefonano il sabato mattina per invitarci al parco, e sentono rispondere la squillante voce di Amanda “La mamma sta dormendo”. Che razza di mamma possono pensare che io sia: una madre che dorme quando la figlia è già in piedi, dorme mentre loro sono già andate a comprare il pane, dorme mentre loro stanno dando gli ultimi colpi di straccio in una casa perfettamente pulita e in ordine, dorme mentre loro stanno cominciando a preparare il pranzo.
“Dormito bene, mamma? Riposati che sei tanto stanca.”
Mi sento in colpa. Ma il suo abbraccio cancella subito tutto.
Cosa possiamo fare oggi? Andare al parco, o al mare? O magari prendere un autobus e andare in centro?
“Ma mamma, dobbiamo andare alla stazione! Ti ricordi? Me lo avevi promesso!”
È vero: è una giornata importante, e le avevo promesso che saremmo andate insieme alla stazione. E siamo ancora in tempo: sono appena le nove e mezza. Ci prepariamo in tutta fretta e corriamo a prendere l’autobus.
La piazza antistante la stazione è gremita: volti tirati, espressioni commosse, alcune rabbiose. Volti di tutte le età. Sul lato sinistro del piazzale un palco. Sobrio, come l’occasione richiede.
L’orologio della stazione è fermo. Fermo alle 10,35.
Silenzio: sembra quasi di sentire un unico polmone che respira all’unisono. Tre fischi di treno.
“Mi racconti di nuovo? Cosa è successo quel giorno alla stazione, mamma?”
La sua curiosità mi piace. E sento l’obbligo di risponderle con la verità, sforzandomi di parlare in modo che capisca. Non è nascondendole il male sotto il tappeto insieme alla polvere, che la potrò tutelare dalle brutture.
Su queste, purtroppo, mi è impossibile schiacciare lo zero.

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