Setting musicoterapico: cornice e palcoscenico.

Giovanni Vizzano

Setting musicoterapico: cornice e palcoscenico. Analogie con le opere di alcuni artisti del Novecento. Contributi e spunti di riflessione. Tesi di diploma, corso triennale di Musicoterapia A.P.I.M. (Associazione Professionale Italiana Musicoterapeuti). Relatore: Dott. Gerardo Manarolo (15 dicembre 2007).

Esprimere le cose che vorresti cancellare, conduce spesso alla risoluzione.
(Frederick Leboyer)

Quando il musicoterapista inizia un percorso con un nuovo paziente, si prepara ad incontrare una persona, e lo fa con la propria presenza, ma anche predisponendo uno spazio. L’allestimento di uno spazio con certe caratteristiche pensate per quel determinato paziente, è espressione dell’estetica del musicoterapista. Il paziente incontrerà il terapista, ma anche lo spazio che quest’ultimo ha preparato per lui.
Noi siamo influenzati dall’ambiente in cui viviamo: esiste una costante relazione tra il nostro stato interiore e l’ambiente. Il nostro corpo è uno strumento estremamente sensibile alle variazioni, proprio come una corda di uno strumento: vibra o parla in modo analogico, a seconda dell’ambiente che lo circonda. Non esistono i cinque sensi, esiste il corpo.
(…) Curare è condividere un dolore, un disagio, un limite: in tale condivisione si propone una trasfigurazione simbolica della sofferenza che viene inserita in un rapporto, in una relazione, in una rete di significati che delinea prospettive e percorsi. È indispensabile che la cura si caratterizzi per una particolare attenzione al clima dell’accoglimento, e possa ricreare uno spazio di comprensione e di gioco.
(…) Il musicoterapista, come la madre ambiente di winnicottiana memoria, sostiene e contiene l’altro, non tanto in modo diretto, ma estendendo questa condizione alla situazione nel suo insieme, alla stanza di musicoterapia, agli strumenti ed ai materiali utilizzati: il terapista è, dunque, una presenza-spazio. Nell’incontro terapeutico, inoltre, esiste un unico processo, ed una doppia funzione: lo spazio e l’esperienza creativa che in esso ha luogo, resa possibile dalla relazione terapeutica. Lo spazio del setting non è solo lo spazio in cui avviene l’incontro terapeutico, ma anche il parallelo incontro tra il paziente e le proprie creazioni nel loro evolversi.
(…) L’intervento musicoterapico prevede un setting strutturato, ovvero una cornice spazio-temporale ed un insieme di regole. La definizione di una struttura circoscritta e regolata, di una cornice ambientale artificiale favorisce la realizzazione di esperienze umane.
La nozione di cornice, familiare a tutte le tecniche di psicoterapia, ha un rilievo tutto particolare in una attività sonora come la musicoterapia. Il lato effimero del sonoro, la sua mancanza di limiti psichici, la sua non-visibilità, ne fanno un terreno di esperienza dei limiti, fisici e psichici, e delle problematiche patologiche che vi sono legate.
Nell’arte, la funzione tradizionale della cornice, è quella di isolare il dipinto dal muro al quale è appeso: la cornice genera concentrazione e delimita un’area in cui ciò che vi è incluso va interpretato simbolicamente.
La cornice ha funzione normativa e selettiva, separa il dominio dell’arte dal mondo reale. La cornice separa l’immagine da tutto ciò che immagine non è. La cornice chiude ed esclude, ma al tempo stesso invita. Come il sipario che apre e chiude lo spazio della rappresentazione teatrale o il silenzio che precede un’esecuzione musicale, la cornice è confine, limite, frontiera, trampolino, possibilità di passaggio. Se estendiamo il concetto di cornice dall’aspetto puramente cognitivo, organizzativo, ci si avvicina alla qualità del rito.
Il setting è, in questo caso, inteso come un luogo sacro e un tempo sacro (sacro è una parola indoeuropea che significa separato). Il luogo sacro può essere schematizzato come un cerchio, un cerchio intorno al proprio corpo, che crea uno spazio protetto e che separa dentro e fuori. Il cerchio, come forma prototipo di una superficie di contatto o membrana divisoria di un dentro e di un fuori, ha una duplice rappresentatività: immagine del sé corporeo e immagine delle zone di rapporto con l’oggetto, fusione e separazione dalla madre. Il cerchio compare nei disegni del bambino quando comincia a viversi come contenente. Essere alloggiati significa cominciare ad essere. Per permettere al paziente di essere, di esprimersi, di creare, dobbiamo predisporre un luogo opportuno.
Scrive l’artista inglese Richard Long: “Le mie sculture sono luoghi. La scultura e il luogo sono tutt’uno. Scelgo linee e cerchi perché sono loro che fanno tutto”.
E Antonin Artaud, scrittore, poeta e attore, narra: “Vi è una storia del mondo nel cerchio di quella danza, racchiusa tra due soli, quello che declina e quello che sorge. E quando il sole declina gli stregoni entrano nel cerchio, e il danzatore dai seicento campanelli lancia il grido di coyote, nella foresta. Il danzatore entra ed esce, tuttavia non lascia il cerchio”. Il cerchio/setting, così come per i primitivi o per lo spazio teatrale, anche in musicoterapia, non va lasciato: né con la propria presenza fisica, né con la propria interiorità.
(…) Martin Heidegger parla dell’idea di sacrificio del nostro crederci esseri pensanti, del rigetto della volontà di potenza del pensiero. Deve per necessità compiersi un sacrificio, un itinerario di espiazione, per chiunque voglia condursi nei pressi di un luogo in buona sostanza sovra-umano, luogo dove ha il suo principio il processo di tendenziale indistinguibilità tra l’osservatore e la cosa osservata. Luogo per il quale, in certi casi estremi, quel che appare fuori di noi appartiene in verità a noi, ed è parte integrante di noi, più di quanto noi non si appartenga a noi stessi. Heidegger lo raffigura come “il luogo della silente ferma calma, a partire da cui solo si dà qualcosa come la possibilità di coappartenenza di essere e pensiero, cioè della presenza e della sua apprensione”.
Il percorso espressivo consente di partecipare ad un’esperienza estetica e può riavvicinare alle precoci esperienze infantili, attivare ricordi, fantasie e intrecci narrativi. Tutto ciò richiede un contesto facilitante, solido, sicuro e continuo nel tempo: tali caratteristiche rendono terapeutico un setting artistico, il quale deve altresì garantire funzioni di contenimento e protezione, di ascolto partecipe e di sostegno. Tuttavia il setting artistico è il luogo del possibile sconfinare, della comunicazione estrema.
Winnicott ritiene l’esperienza del gioco un cercare sconnesso: è soltanto “in questo stato non integrato della personalità che ciò che noi descriviamo come creativo può comparire”. Limitare mediante un confine ha in sé anche il significato di soglia. Raffigura lo stare al limite, al margine di qualcosa per un periodo iniziale, o di preparazione, necessario per conoscerci e cercare di conoscere ciò che sta al di là della soglia stessa. Varcare a piacimento le soglie definite dal processo terapeutico-drammatico, vivifica la nostra creatività, che si riflette in termini di versatilità, apertura al nuovo, creatività. L’attraversamento delle soglie favorisce l’incontro tra le persone.
Il lavoro di costruzione delle soglie è continuo. Può accadere che a volte le soglie si confondano ed elementi del mondo esterno influenzino il percorso espressivo.
Compito del terapeuta sarà individuare a quale livello tali elementi possono essere adeguatamente affrontati: se trattarli nel qui ed ora ed elaborarli creativamente. È necessario che il terapeuta mantenga dentro di sé la consapevolezza e la chiarezza dei confini, e riesca a testimoniarla costantemente col proprio atteggiamento: il musicoterapista è custode delle soglie.
Allora il passaggio di quella soglia che divide due campi, due fasi della vita, acquista un valore nuovo, magico-religioso, diventa rituale. Qualcosa di cerimoniale può essere inoltre letto nella ripetitività delle sedute (in un giorno prefissato, alla stessa ora, nello stesso luogo).
Anche le arti hanno le loro origini nel rituale: il rituale crea un centro focale e concentra energia.

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