Luce foto racconto

Chiara Ceolin

Taverna di Brest, scattata al Caffè Basaglia, il 31/3/09. In scena Alberto Valente e Giulia Gallo. Fotografia di Chiara Ceolin, tutti i diritti riservati.

Taverna di Brest, scattata al Caffè Basaglia, il 31/3/09. In scena Alberto Valente e Giulia Gallo. Fotografia di Chiara Ceolin, tutti i diritti riservati.

Phos (genit. photos) dal greco luce e grapho, rappresento, disegno, scrivo, quindi scrivo, disegno con la luce o la luce.
È quanto mi sembra di fare: scrivere racconti con la luce. Scrivere la luce, darle una forma che evochi qualcosa di nuovo. Trasformare la luce, da luce a racconto, a parola, a memoria, a sorpresa. Darle una forma nuova, plasmarla e renderla pulsante. Come il primo battito del cuore, uno sfarfallio. Una metafora.
Le foto che considero riuscite sono racconti aperti, sono l’incipit di un racconto che ciascuno completerà a suo piacimento. Se fanno parlare e se portano altrove, al di là della scena rappresentata e visibile allora sono foto “riuscite”. Talvolta è sufficiente un dettaglio, una piega del vestito o una fibbia della scarpa per portare altrove la memoria. Come fa un odore particolare. Una foto può diventare un balconcino a cui affacciarsi, per affacciarsi dentro. È pericoloso affacciarsi all’interno era il titolo poi scartato da Luis Buñuel e Salvador Dalì per il loro Un chein andalou.
Raccontare il sorprendente in ogni essere umano, il diverso e l’alieno in ciascuno, quel corpo, quello sguardo o quella espressione in cui non ci si riconosce subito. Provo a cogliere, quasi a rubare quello che non c’è, che non si sapeva di avere o di essere. Alle volte l’immagine del corpo sulla scena rivela all’attore l’altro che lo abita. Gli rivela quanto non coincida mai all’immagine che crede di avere.

O'Orlandoh, scattata il 26/10/2004. In scena Salvatore Smedile. Fotografia di CHiara Ceolin, tutti i diritti riservati.

Orlando, scattata il 26/10/2004. In scena Salvatore Smedile. Fotografia di Chiara Ceolin, tutti i diritti riservati.

Fotografare gli spettacoli di Tribalico pone un paradosso: ci sono dei disabili tra gli attori ma la foto prova a cogliere il diverso in ciascuno, l’estraneo e quindi la questione diventa “chi è il diverso”? Ciascuno si rivela diverso da se stesso. Alcuni di loro non si riconoscono nelle foto, restano turbati ma si piacciono, sono attratti da quell’alieno che ho fotografato e che non conoscono. Mi diverte molto.
Attraverso le parole gli attori sono portati altrove. Il testo affonda nella carne e dalle corde vocali scaturiscono echi e fantasie che vorrei catturare disegnandoli con la poca luce di scena.
Fotografo la mancanza, l’invisibile, la voce, lo sguardo che esce dalla foto, lo smarrimento.
Mai quello che pensavo di ritrarre. È una sorpresa continua.

N.d.R: Tribalico, nato nel 1998 come laboratorio dell’associazione AU.DI.DO. (Autogestione Diversamente Dotati) di Alpignano (Torino), nel corso degli anni si è strutturato come compagnia teatrale. A breve è prevista una pubblicazione che racconta la sua storia, composta dalle fotografie di Chiara Ceolin e da estratti degli spettacoli principali (www.urzene.it/tribalico).

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One thought on “Luce foto racconto

  1. Anna ha detto:

    Buongiorno.
    Sto scrivendo la mia tesi di laurea e vorrei
    saperese conosce dei testi specifici che parlino
    della fotografia come volontà di raccontare, lasciare racce, fare memoria.
    Faccio tesi racconto con scatti fotografici e racconti di anziani.
    grazie in anticipo
    Anna

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