Lo stambrecco

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazione)

stambrecco

Da stanotte sono a Lumur. Oltre ad un deserto è una città disabitata da millenni. È la prima volta che ritorno involontariamente in un luogo già esplorato. La sensazione è a tratti gradevole e a tratti sconfortante. Cosa è più importante?… Perdere tempo a riconoscere quello che si è già visto o rivedere con occhi nuovi quello che in fondo non si è riusciti a classificare? Anche noi ricognitori del sapere abbiamo strumenti limitati per indagare la realtà. Disegni, parole, esperienze, intuito, ricordi, mitologie.
Lumur, dopo Rutan, quell’insieme di equilibri in cui stavo per perdermi infatuato da una bellezza impraticabile, come una donna che non è di questo mondo, ogni minuto che trascorre è sempre più disinvolta e avvenente. Può avere un’anima una città inanimata? Può assediarti i sensi contro la tua volontà? Può soggiogarti come una Musa e lasciarti senza respiro né difese? Mi sto dimenticando chi sono e cosa faccio nel cuore di una notte che mi cambierà. Da domani non esisterò più per nessuno se non per me stesso e per le antiche pietre di Lumur. Mi guardano silenziose come se stessero per prefigurare quello che verrà. Un ultimo sforzo e finiranno queste storie che in fondo non sono servite a nulla. Passerò a nuova vita: mi lascerò invadere da questa naturalità a cui non ho mai detto veramente sì. Con la stessa attitudine con cui ho costruito la mia carriera taglierò i ponti con quello che sono stato. Non mi sento più evoluto di quei carovanieri che nei secoli hanno attraversato migliaia di terre impenetrabili. Come loro sono in cerca di una meta indefinita che può durare il tempo di una notte o di una tempesta.
Ma un animale mi costringe ad un’ultima descrizione. Ho sempre avuto l’impressione che le forme viventi del nostro mondo siano più intelligenti e partecipi di quanto appare. Secoli di storia e conoscenze non ci hanno ancora avvicinato alla loro sensibilità. Uno stambrecco, incrocio tra stambecco e capra di montagna, mi scruta mentre cerco di delinearlo sul mio quaderno blu. Sono io l’intruso a Lumur, sono io che sono un di più e cerco spiegazioni sul perché, il come e il quando. Regale, sicuro di sé, mi fissa come se leggesse le mie intenzioni e volesse infondermi coraggio. Lo guardo, annuisco con un lieve cenno del corpo, come ho imparato dai nomadi costretti a dire tanto in pochi gesti. Non chiedo altro. Mi basta. Si sta facendo chiaro e ogni cosa è al suo posto. Il deserto, le abitazioni vuote, il sole che avanza con riserbo, il vento tiepido che soffia da nord, la mia mente che è un tutt’uno con il mio corpo, libera di pensare e agire senza impedimenti. Lo stambrecco che mi punta perché ha capito che mi fermerò, non tornerò più a casa. Cosa sarò, cosa diventerò non lo so ma sarà sempre meglio della mediocre esistenza che ho vissuto senza troppa convinzione. Anni e anni di estenuanti ricerche e privazioni senza poter entrare in relazione con quello che mi sta davanti. Come ora lo strambecco di cui mi importa poco o nulla e che mi condurrà in qualche luogo che mai nessuno racconterà. Ecco la questione: voglio andare e rimanere in un mondo senza avere l’obbligo di rappresentarlo, radicarmi in un ambiente dove non sono più di passaggio. Soprattutto non voglio più sentirmi costretto a pensare, a discriminare tra il bene e il male. Fidato Morion, un saluto anche te, illustratore di storie inconcludenti. Che il tuo nome non cada nell’oblio come invece mi auguro del mio. Forse ho sbagliato tutto ma questa è stata la mia vita. Non mi rimane che gettare al vento il quaderno blu e farmi mondo di questo mondo. Ora lo posso fare.

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2 thoughts on “Lo stambrecco

  1. Anonimo ha detto:

    E’ un nome del tutto inventato. Un incrocio tra lo stambecco e qualcos’ altro. La nostra intenzione è di descrivere un mondo immaginario che sia tangibile. La bestia in questione è un pretesto narrativo. Attualmente siamo impegnati con”La casa proibita.”
    S.

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