Mezzora con Francesco Burroni

Salvatore Smedile

Francesco Burroni al lavoro. Fotografia di Andrea Tescari, tutti i diritti riservati.

Francesco Burroni al lavoro. Fotografia di Andrea Tescari, tutti i diritti riservati.

Ci vediamo mentre è a Torino per partecipare alla lavorazione di un film. Non è il massimo per un maestro di improvvisazione come Francesco Burroni: lo si evince da tanti particolari. Anzitutto il posto dove ci incontriamo. Un albergo a quattro stelle, di quelli spuntati come funghi per le recenti Olimpiadi invernali , asettico, lindo e intangibile. Colonne altissime di vetro espongono bottiglie di vino pregiatissimo che stanno lì a guardarti e dirti tanto non mi berrai. Penso al Dolcetto d’Alba, nascosto nella mia borsa, imbottigliato da me medesimo con l’etichetta scritta a mano.
11.45: Burroni si presenta nella hall per la nostra chiacchierata. Doveva essere un’intervista ma è andata così e a me basta per conoscere di persona uno che di teatro ne ha di cose da raccontare. “Alle 12.15 mi vengono a prendere”, dice subito per far intendere che il tempo a disposizione non è molto. Nella sala ristorante, vuota e defilata, chiediamo il permesso di occupare un tavolo e iniziamo. Qualche convenevole di rito dovuto ad un amico comune che ha insistito per farci conoscere. Non so quanto lui sappia di me ma di Burroni io so veramente tanto. Materiali, appunti di lavoro, fotografie, filmati, libri, scritti sulle sue metodologie di lavoro. Ho anche letto, su di lui, una tesi interessantissima di Francesca Carrara che snida un modello di teatro definito nell’arco di una carriera che racconta l’Italia degli ultimi quarant’anni. Per Burroni, nato a Siena da famiglia Ocaiola, è stato naturale aggregarsi a cori popolari e cantare, suonare, improvvisare, divertirsi stando tra la gente. Fa il sessantotto, allarga i suoi orizzonti culturali e politici, bazzica in Lotta Continua, organizza spettacoli con poesia di protesta. Sta fuori dai tradizionali circuiti culturali, frequenta a Bologna la scuola di Alessandra Galante Garrone, fondata sul metodo Lecoq, segue i seminari di Ugo Citi a Firenze. Poi gli stages più vari, dal canto lirico alle pratiche di improvvisazione dell’ Action Theater di Ruth Zaporah. Nel 1987 a Parigi vede per la prima volta un match d’improvvisazione teatrale e rimane talmente impressionato da chiedere a Michel Lopez, coach di una squadra francese, di venire in Italia a tenere uno stage. Da cosa viene cosa e nel 1989 nasce la LIIT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale); nel 2001 l’associazione Imprò. La ricerca si alimenta da sé, ogni scoperta porta a nuove scoperte. Fa tournées in varie parti del mondo e nel 1998, capitano della nazionale italiana, vince il campionato del mondo d’improvvisazione teatrale. Oltre a partecipazioni televisive e cinematografiche scrive libri di sonetti a rima incrociata.

Francesco Burroni in azione. Fotografia di Andrea Tescari, tutti i diritti riservati.

Francesco Burroni in azione. Fotografia di Andrea Tescari, tutti i diritti riservati.

La prima cosa di cui mi parla Burroni è il film che sta girando. La mimica del suo volto e del suo corpo fanno intendere molto più di quello che vorrebbe dire. È apparentemente tranquillo, sicuramente si è fatto una bella dormita e una bella doccia, ma c’è qualcosa che lo rode: “Mi convinco che è buono fare cinema, che c’è sempre da imparare ma la fatica è grande. Non c’è spazio per improvvisare.”
Inevitabile parlare di cosa sia, per lui, il teatro. Il tempo stringe, entriamo nel vivo senza passaggi intermedi. Vediamo se riesco a farmi dire qualcosa che non trovo su google. Ogni tanto Burroni guarda l’orologio ma ha voglia di cercare un’ulteriore sintesi sulla sua occupazione principale. Chissà quante volte persone più importanti di me gli hanno posto le stesse domande. “È un momento irrazionale che mette in moto nell’uomo un contatto con la sua parte intima. L’arte è come la donna: a volte la incontri, a volte no”. Ma quello che mi preme è la sua visione dell’improvvisazione: “È una creazione artistica in rapporto diretto con il fruitore. Ci sono tre livelli: il primo è il rapporto con la tua parte irrazionale, il secondo è l’ascolto degli altri, il terzo è il rapporto con il pubblico che partecipa al momento creativo”. Non posso non farmi raccontare il suo sessantotto, sicuro di poter saltare da un discorso all’altro. “Ero iscritto a Giurisprudenza e nella contrada dell’Oca vivevo un contatto primordiale con la cultura popolare e orale. C’è stato un boom teatrale, l’esplosione di massa di un espressione aperta a tutti. Però saper costruire è importante e rifiutare solo non basta”. Poi gli chiedo che ruolo ha giocato la psicanalisi nella sua vita. Burroni non si scompone: “Per me esiste il Fagiolismo. Da Massimo Fagioli ho preso il concetto che l’uomo nasce sano e che si ammala diventando adulto”.

Francesco Burroni. Fotografia di Salvatore Smedile.

Francesco Burroni. Fotografia di Salvatore Smedile.

Mentre parliamo, puntualmente secondo copione, due giovani lo vengono a prendere per portarlo sul set. Gli faccio qualche foto. Mi viene un’ultima curiosità: “Qual è il lato debole dell’improvvisazione?”. Tira un sospiro e dice: “Bisogna ripartire sempre d’accapo… Puoi non averne voglia”. È il momento di tirare fuori la mia bottiglia di Dolcetto. “Non sarà preziosa come queste che vedi dentro le teche ma l’ho imbottigliata con le mie mani e il vino sono andato a prenderlo personalmente”. Burroni va in camera a prendere il troller e torna con un suo libro di filastrocche in toscano. Lo firma e mi saluta regalandomelo. I suoi accompagnatori lo prendono in consegna e lo invitano a seguirlo. Mi guardo intorno un’altra volta cercando di dichiarare qualcosa a quell’ambiente e a quelle bottiglie, oggetti d’arte che mai nessuno gusterà. Tra me e me penso: “Che vita è mai questa?”.

www.francescoburroni.it
www.aresteatro.it
www.matchdiimprovvisazioneteatrale.it
www.actiontheater.it
www.massimofagoli.it
Francesco Burroni, Match di improvvisazione teatrale la storia, le regole, le strategie, gli esercizi dello spettacolo più rappresentato al mondo. (Dino Audino Editore, Roma 2007)

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