Non l’ho fatto apposta

Anna Maria Occasione

In un suo articolo di qualche anno fa, Alberoni annotava come spesso si senta utilizzare la frase non l’ho fatto opposta da soggetti che in tal modo pretenderebbero giustificare un loro comportamento non del tutto irreprensibile. Piccolo o grande che sia il comportamento in questione, dire non l’ho fatto apposta varrebbe ad escludere non solo l’intenzionalità, ma anche la attribuibilità del comportamento stesso all’agente, quasi che il fatto possa dipendere da chissà quali cause fortuite od esterne.
Alberoni portava criticamente a sé l’esempio del drogato costretto a commettere attività criminose o a chiedere con la minaccia denaro alla propria famiglia, giustificandosi con il fatto di essere dipendente da sostanze stupefacenti e quindi di non farlo apposta. Gli esempi potrebbero tuttavia essere infiniti, a partire dall’accidentale urto della portiera con quella del vicino, all’ammalorarsi della spesa portata a domicilio da un lavorante poco attento. Episodi di vita quotidiana, vissuti quasi come normali.
Alberoni tocca in realtà un argomento insieme etico e giuridico di grande profondità. La frase non l’ho fatto apposta, infatti, richiama l’infanzia di tutti noi, quando bambini incapaci di gestire adeguatamente corpo e mente, si tentava in tal modo di diminuire la punizione e spesso davvero così succedeva, consapevoli i genitori o chi altri di trovarsi in presenza di una personalità non ancora del tutto sviluppata ed in grado di controllarsi. È frase quindi che appartiene a quel bagaglio di norme di educazione, che voleva distinguere il bambino socializzato da quello rozzo e prepotente.
Da bambini, tuttavia si diventa adulti. Quando pertanto la capacità di autocontrollo si debba ritenere pienamente formata (il che per la legge si presume con il compimento della maggiore età, salvo abbassarsi tale soglia per talune fattispecie che qui non è il caso di approfondire), la frase non l’ho fatto apposta non dovrebbe essere pronunciata se non in situazioni di significato nella pratica irrilevante. Infatti, il non averlo fatto apposta, altro non significa che escludere il dolo, ma legge ed etica richiedono che ciascuno di noi si comporti in modo da evitare che si facciano danni. E se commettiamo un atto o poniamo in essere comportamenti tali da cagionare un danno, ne siamo responsabili in quanto quasi sempre esso dipende da negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di norme.
Tecnicamente, questa responsabilità si definisce extra-contrattuale, perché non deriva dal fatto che due o più soggetti siano legati da vincolo contrattuale. Nasce invece fuori dal contratto, dalla necessità di vivere in una comunità basata sul rispetto reciproco e sulla correlata necessità di assunzione di responsabilità laddove pur in assenza di intenzionalità si rechi un danno altrimenti evitabile.
Lo sciatore non esperto che scende come un liberista e nella sua corsa ne travolge un altro, non può ad esempio cavarsela con due scuse, in quanto consapevole della sua scarsa dimestichezza con la sua pista (imperizia) poteva immaginare di non essere in grado di compiere le dovute manovre atte ad evitare un incidente a terzi. Colui che trasporta un vetro da un appartamento al camioncino senza preoccuparsi di proteggere i bordi taglienti (negligenza), non può giustificarsi con il non averlo fatto apposta se durante il percorso non si sia accorto di aver reciso qui e là rami e fiori delle piante a decoro del giardino. Se in lavanderia si rovina un capo portandolo a temperatura più alta di quanto consentito (violazione di norma o di istruzioni), la mancanza di intenzionalità, non esime il titolare dall’essere responsabile del danno arrecato.
La scelta di questi esempi di proposito è caduta su comportamenti di scarso peso (auspichiamo infatti che lo sciatore travolto se la sia cavata con poco), ma nella realtà purtroppo si assiste ad una quantità notevole di lesioni e danni anche gravissimi dipendenti da responsabilità extracontrattuale. Quasi ogni tragedia nel campo dei trasporti di ogni tipo, giusto per riportarsi a fatti di cronaca recenti, reca a monte un difetto di manutenzione, una mancanza di controllo, una condotta non rispettosa di norme siano esse di legge o di prudenza o di sicurezza.
Eppure, nonostante ciò, la tendenza dei mezzi di comunicazione, è quella di porre l’accento sul fatto e non sulle cause, tanto che spesso si sente parlare di triste fatalità, di sfortunata sequenza, di sorte avversa che ha fatto trovare proprio quel lavoratore su quel ponteggio sotto un temporale di inconsueta entità.
Non è così, però.
La fatalità, il caso fortuito, come si esprime la legge, è una componente rarissima nell’accadimento di un danno. Quasi sempre infatti dietro i piccoli danni di ogni giorno così come dietro le grandi tragedie vi è la condotta umana. È questione quindi di educazione, di civiltà. È questione di abituarci ogni istante, ogni momento a comportarci con il massimo rispetto ed attenzione verso gli altri, a pensare che le cose non accadono per caso, ma sono quasi sempre riconducibili a noi. È questione di provare ogni istante, ogni momento il piacere di riflettere sui nostri comportamenti e chiedersi sempre, questo sì, se abbiamo adottato le precauzioni, gli accorgimenti atti ad evitare che altri possano patire conseguenze ingiuste delle nostre distrazioni.
Anche perché a volte, una distrazione porta a posteriori morti e feriti.

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3 thoughts on “Non l’ho fatto apposta

  1. Dario Tozzoli ha detto:

    Il quadro desolante che quotidianamente ci offre il mondo del lavoro, con le sue morti il più delle volte non riconosciute, si inserisce perfettamente in quell’atmosfera di indifferenza e insensibilità che l’implacabile lobotomizzazione mediatica ha prodotto e continua a produrre per l’interesse dei furbastri di turno ( che si credono più furbi degli altri solo perchè hanno più degli altri ). Il sistema capitalistico e consumistico, disastroso non solo per gli esseri umani ma per l’intero pianeta, si regge infatti sulla manipolazione mediatica delle masse. E perchè il “giochetto” continui occorre mantenere le masse in perenne stato di infantilità ( che, nell’età adulta, è sinonimo di imbecillità e non di innocenza ).
    Kant non era certo un rivoluzionario, eppure basta leggere la sua breve risposta a “Cos’è l’Illuminismo” (5 dicembre 1783) per rendersi conto di quanto, oggi, un’idea semplice e ragionevole come quella di pensare ognuno con la propria testa per emanciparsi dallo stato di minorità, possa risultare sovversiva e rivoluzionaria.
    Minorati, dunque irresponsabili, sono tutti coloro che, per una manciata di falsa sicurezza sono disposti a sacrificare la loro libertà individuale rinunciando al diritto di essere se stessi. Coloro che sono costretti a rinunciare alla propria libertà, invece, sono semplicemente degli schiavi. Ciao, Dario

  2. anna maria occasione ha detto:

    Perfetta l’analisi, mostra consapevolezza.. Ma il contesto per quanto degradato, inconsistente e malato non può costituire valida scusa nel perseverare nell’indifferenza e nell’insensibilità. Occorre agire. Cominciamo a parlare di libri, di Kafka o di Granier a chi ci racconta del Grande Fratello, con lo stesso entusiasmo, gesticolando e spalancando gli occhi. Daremo entusiasmo.Contageremo. Parliamo di Gregor Samsa, come se fosse il nostro più caro amico, che cavolo, si è svegliato insetto e come diavolo farà ad andare a lavorare. Parliamo di economia, di storia, di filosofia. Siamo cortesi e corretti. Si stupiranno, capiranno. Facciamo domande. Che cosa pensi, perchè, spiegati.Le domande sono più importanti delle risposte. Smascherano. Ti pongono davanti al problema. Non ci sono scuse di alcun tipo. Se le cose stanno oggi come stanno dipende anche dall’inerzia di chi invece pensa, scruta, comprende. Proponiamoci e facciamolo con serietà.. Non è uno sforzo, è un piacere:)

  3. Dario Tozzoli ha detto:

    Sono d’accordo con te.
    Oggi l’azione collettiva orientata verso la liberazione degli esseri umani dalle condizioni di dominio e sfruttamento (spesso brutale) è stata in gran parte neutralizzata dai poteri di turno nel modo stesso in cui hanno se non determinato almeno pesantemente condizionato le nostre società cosiddette civili (vedi Jean Baudrillard “La società dei consumi”).
    Credo che tu abbia centrato uno dei punti fondamentali della questione: “Proponiamoci e facciamolo con serietà… Non è uno sforzo, è un piacere”.
    In pieno accordo con le tesi di Michel Onfray (almeno per ciò che riguarda il “versante politico”, vedi “La politica del ribelle” – Fazi ed.2008) si tratta del recupero di una dimensione edonistico-rivoluzionaria (che non ha, naturalmente, nulla a che fare con il consumistico e superficiale edonismo-reganiano di qualche anno fa) in chiave eminentemente anarchica e individuale ma costitutivamente aperta alla comunicazione e allo scambio. Una dimensione, oggi sovversiva, che tiene saldamente unite la libertà individuale (non il mero “libero arbitrio” del poter fare egoisticamente ciò che ci pare) con l’etica della responsabilità.
    Questa mi sembra l’unica forma di lotta politica autentica oggi praticabile (almeno per chi si trova nella nostra condizione di cittadini in moderni stati “democratici”).
    Opponiamo dunque il nostro libero, responsabile e adulto “metterci in gioco” al solito “giochetto” che vorrebbe impedirci di crescere: è in gioco la nostra stessa libertà.
    Riprendiamo in mano “L’unico e le sue proprietà” di Max Stirner; i libri di Nietzsche; “Il trattato del ribelle” di E.Junger; le analisi del potere e dei metodi di assogettamento di Michel Foucault (per comprendere quali potrebbero essere le vie di fuga attraverso le quali ognuno di noi, in quanto individuo unico e irripetibile, può cominciare a disassoggettivarsi, affrancandosi da un condizionamento
    che ormai è biopolitico, vale a dire inconsciamente incorporato); “Eros e civiltà” di Marcuse; “Contro il metodo” di P.Feyerabend; “Asfissiante cultura” di Jean Dubuffet; “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di W.Benjamin; “Quaderni dal carcere” di Gramsci… ecc…
    Sembra impossibile che il “giochetto” del potere capitalistico possa continuare indisturbato nonostante sia stato smascherato tantissime volte e da così tanti punti di vista. Non parliamo poi di quanto questa “crisi” avrebbe dovuto aprire gli occhi ai più…
    Ma quando saremo la maggior parte, su questo pianeta, ad averlo compreso non ci sarà più spazio per i furbetti di turno.
    Per ora “divertiamoci” a diventare noi stessi comunicando agli altri il nostro piacere di farlo e aiutando il nostro prossimo, per quanto ci è possibile, a fare altrettanto.
    Un saluto. Dario

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