L’entropia: elogio dell’imbecille

Giovanni Guizzardi

Una decina di anni fa trovai su una bancarella di libri a metà prezzo uno di quei volumetti che già dalla copertina si presentano squallidi. Perfino il titolo sapeva di serie B ed era per me al tempo stesso un monito ed una lusinga, Elogio dell’imbecille. L’autore poi, Pino Aprile, era all’epoca vicedirettore del settimanale Gente, un motivo in più di orrore. Da vero depravato comprai il libretto e me lo portai a casa ben nascosto dentro una copia di Repubblica. La sera lo divorai, con l’eccitata voracità dell’onanista che sfoglia una rivista pornografica.
Secondo l’autore tutte le società umane tendono a rendere gli individui ugualmente imbecilli, tendono cioè all’entropia intellettuale. Tesi apparentemente paradossale, se confrontiamo la nostra intelligenza con quella dei pitecantropi. A prima vista si direbbe il contrario, e cioè che col passar del tempo la specie umana si stia evolvendo verso forme di intelligenza sempre più complesse ed elevate. Ma in effetti sono ormai quasi 50.000 anni che la nostra massa cerebrale non aumenta. Giustamente Aprile osserva che ciò non significa molto, poiché ciò che più conta è l’uso che si fa del cervello, non la sua massa. Tuttavia, già Monod aveva osservato che sulla Terra si nota da tempo un curioso fenomeno: il tasso di natalità è molto più alto fra le popolazioni e fra i ceti sociali meno acculturati: d’accordo, cultura non è sinonimo di intelligenza, ma mi spiegava un amico neuropsicologo che ciò è vero solo fino ad un certo punto, nel senso che una persona molto istruita può non essere molto intelligente, ma sicuramente una persona molto intelligente non è mai del tutto ignorante, perché l’intelligenza va coltivata, e sul nulla dell’ignoranza più totale non nasce nulla. Aggiungiamo che lo sviluppo dell’intelligenza è legato, nella prima infanzia, ad una adeguata alimentazione, per cui non c’è molto da sperare da popolazioni in crescita demografica esponenziale che vivono a causa di ciò in perenne stato di carestia.
La tesi di Aprile tuttavia non è questa. Egli si rifà semmai ad un’altra serie di osservazioni, molto più sociologiche. Ritiene infatti che le società umane da molto tempo non hanno più bisogno dell’intelligenza come fattore evolutivo. Se millenni fa l’uomo è sopravvissuto grazie ad essa, ora non più. Ora il suo problema è opposto: l’intelligenza è divenuta un ostacolo. Miliardi di uomini vivono sulla terra e usano i prodotti dell’intelligenza solo a patto che essi siano così semplici da essere alla portata di tutti, cioè degli imbecilli.
È l’imbecille che costituisce la pietra di paragone, che fa da minimo comune multiplo. L’intelligente invece, con la sua assurda pretesa di essere diverso, di voler provare soluzioni nuove, di fare cose nuove, di modificare l’esistente, è solo un impiccio. Un certo Peter sostiene al proposito che in ogni organizzazione umana se qualcuno dimostra capacità fuori del normale nella sua attività viene subito “promosso” ad una funzione superiore, più complessa, e se anche in questa nuova funzione riesce a dare il meglio di sé viene nuovamente “promosso”, e così via fino a che non giunge a rivestire un ruolo a cui è del tutto inadeguato: allora si ferma, e lì resta, a dar prova della propria inettitudine, per la gioia di tutti: finalmente è diventato “normale”. In pratica i sistemi tendono all’omologazione dei propri membri, cioè all’entropia.
Ma Aprile non si ferma qui: secondo lui il teorema di Peter ha una falla, in quanto si basa sul principio che le organizzazioni umane si reggano comunque sull’operato dei migliori. Ma se così fosse, tutto dovrebbe andare a rotoli. Invece ciò non accade: in continuazione il teorema di Peter trova puntuale applicazione nelle nostre società, eppure le organizzazioni sopravvivono benissimo. E allora? Allora, dice Aprile, la verità è che le organizzazioni complesse, per funzionare, devono essere popolate di cretini, perché sono state costruite per loro. Il geniale imprenditore che fonda un’azienda di successo non la può fare andare avanti da solo, e se spera di trovare come suoi collaboratori e suoi dipendenti solo dei geni, sta fresco. Egli in verità costruisce un’azienda in cui possano lavorare anche degli imbecilli, e se l’azienda ha successo significa che in essa gli imbecilli, cioè i più, riescono a fare ciò che è loro chiesto. Inoltre il geniale imprenditore non è eterno e, quando morirà, l’azienda, per andare avanti, non potrà contare quasi mai su un altro genio che ne prenda il posto: solo se è stata strutturata per dei cretini riuscirà a sopravvivere, e se al suo interno comparirà ad un certo punto una persona intelligente, essa sarà solo un elemento perturbatore. Darà fastidio. Il guaio è poi che le persone intelligenti, quando si avvedono della assoluta irrazionalità dei sistemi di cui fanno parte, tendono sciaguratamente a porsi domande micidiali del tipo: “Possibile che non si possa fare meglio?” o “Possibile che nessuno si sia accorto che…?” e magari tentano, in buona fede, di porvi rimedio. Ma in tal modo fanno saltare il sistema, perché gli imbecilli sono capaci solo di seguire le procedure prefissate, di ripetere meccanicamente ciò che hanno sempre fatto, di pensare solo ciò che hanno sempre pensato. Così, in effetti, se una persona dà il meglio di sé per il bene comune non viene promossa, viene licenziata. Ad essere promosso sarà quello che darà le migliori garanzie di non fare stranezze. Cioè un imbecille. Ovvero: gli imbecilli, come le cellule di un organismo, tendono a replicare se stessi. E sono tanti, tanti di più.
A che conclusione giunge quindi il buon Aprile? Semplice: il peggior errore che una persona intelligente possa compiere è quello di credere di dover porre rimedio a questo stato di cose, assumendo l’atteggiamento del crociato e del giacobino che vuole cambiare il mondo. Deve invece conformarsi alla norma, accettare le regole, per quanto stupide, ed anzi proprio perché stupide. In fondo, dice Aprile, gli si chiede ben poco: solo di attenersi alle soluzioni già stabilite. E se, per agire così, non è necessario essere intelligenti, non è nemmeno indispensabile essere imbecilli. Una persona intelligente può benissimo farlo. Un cretino invece non può decidere di comportarsi da genio. Anzi, i veri geni sono coloro che capiscono che non si può tramutare in persone intelligenti milioni, miliardi di imbecilli, ma non per questo rinunciano alla propria intelligenza. I più la coltivano nel tempo libero, in passatempi innocui e apparentemente cretini, alcuni invece riescono, con molta cautela, a utilizzare la loro intelligenza anche all’interno delle strutture sociali.
Ma è importante che gli imbecilli non se ne accorgano.

NdR: prosegue nel prossimo numero di Linea con L’entropia: ne resterà uno solo. La prima parte invece la trovate qui: L’entropia: premessa.

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4 thoughts on “L’entropia: elogio dell’imbecille

  1. Dario Tozzoli ha detto:

    Molto interessante questo punto di vista entropico, ma l’omologazione nell’imbecillità è solo il primo livello in cui si esprime la necrofilia del sistema capitalistico-consumistico in cui sopravviviamo. Sistema che è interessato ad annullare l’intelligenza individuale e singolare che non si pone al suo servizio. Dietro questa cortina fumogena dell’imbecillità di massa si nasconde un’imbecillità ben più pericolosa, in quanto molto potente: sono gli imbecilli che si credono furbi e che, con il loro egoismo smisurato e in perenne delirio di onnipotenza, riescono a farlo credere alla maggior parte degli altri. Sono questi che, alla fine, muovono la massa di imbecilli come il pifferaio magico muove i topi verso l’abisso. Ciao, Dario.

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