Marc Augé e lo Jutland

Salvatore Smedile

Krik Vig, Jutland, luglio 2009. Fotografia di Chiara Costardi.

Krik Vig, Jutland, luglio 2009. Fotografia di Chiara Costardi.

È dai tempi in cui iniziava a parlare dei non-luoghi che seguo Marc Augé. Un’ammirazione sincera, nata più dall’averlo ascoltato in pubblico che dalla lettura diretta dei suoi scritti. Nei miei primi anni a Torino ero un assiduo frequentatore della Fiera del Libro. Sarà stato l’abitare in una nuova città, sarà stato che vent’anni fa il Salone aveva una dimensione più umana, sarà stato che avevo un’altra età ma un paio di giorni di fila non me li toglieva nessuno. Più che girare per gli stand curiosavo tra i dibattiti e gli incontri con gli autori. Sarò un po’ nostalgico ma mi sembra che le proposte di allora fossero più fruibili e a portata di mano. Oggi, con i suoi 1400 espositori e 300000 visitatori, la Fiera è diventata un luogo dove ci si perde. Eccessivo dire un non-luogo?
Dunque, mi nutrivo di Marc Augé senza spendere una lira. Avendo la casa piena di libri non mi è mai venuto il senso di colpa per essere sparagnino. Non potendo acquistare tutti gli autori del mondo ho imparato ad aprire le orecchie e ad ascoltare. Non so quante volte ho visto Marc Augé col tono rassicurante della sua voce, la pronuncia di un simpatico francese e la sua quiete. Ho aspettato vent’anni ad acquistare un suo volume. Troppe volte l’ avevo sentito parlare “dei luoghi che si transitano ma non si abitano, di viaggiatori smarriti in paesi sconosciuti”; troppe volte in un ipermercato o in un aeroporto mi sono venute in mente le sue divagazioni.
Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione della Fiera, Marc Augé era a Torino con il suo Il bello della bicicletta. Questa volta non sono andato ad ascoltarlo ma finalmente sono diventato un suo lettore a pieno titolo. Probabilmente la spinta è stata il viaggio nello Jutland in bicicletta che andavo a preparare. Un po’ di guide, riviste, consigli di amici (benché sia sempre più convinto che ognuno di noi si costruisce il proprio paese solo quando è in viaggio) e infine il gioiello di un antropologo che ancora non frequentavo sulla carta.

Sebbersund, Jutland, luglio 2009

Sebbersund, Jutland, luglio 2009. Fotografia di Chiara Costardi.

La copertina è perfetta: titolo, estratto del testo, autore, marchio editoriale. Tutto estremamente riconoscibile e intrigante. La forza della semplicità. Prima di partire l’ho letto e gustato in una sera. Concetti elementari, apparentemente ovvi, che digerisci lentamente. L’incipit (“È impossibile parlare del bello della bicicletta senza parlare di sé.”) e la conclusione (“In bicicletta, per cambiare la vita! Il ciclismo come forma di umanesimo.”) indicano una via e sono già sufficienti per meditare.
Era la prima volta che decidevo di caricarmi in macchina la bicicletta. Basta con scarpinate e fitti itinerari programmati, assoluta libertà al caso, in direzione di dove ti porta il vento.
E vento è stato, sempre e ovunque. Nel giro di due giorni ho lasciato alle spalle l’estate mediterranea. Piacevolissima la gradualità: Svizzera – Germania – Jutland. Ovvero arrivare a destinazione in qualche modo preparati linguisticamente e corporalmente. E finalmente le prime pedalate nella parte più settentrionale, sotto la Norvegia e la Svezia. A volte il vento ti spinge da dietro, perlopiù ti contrasta e ti sbarra la strada ma non ti lascia mai solo. Terra, mare e cielo sono congiunti da un patto di sangue che li ha voluti inseparabili. D’estate i giorni sono lunghi e riservano sorprese ad ogni istante. Qualche volta la pioggia gioca brutti scherzi; altre volte il sole è talmente forte che si incunea nel cervello. I danesi mai ostili. Una volta, in una landa sperduta, due cicliste mi fermano.

Bjergeborg strand,Jutland, luglio 2009

Bjergeborg strand,Jutland, luglio 2009. Fotografia di Chiara Costardi.

Dopo esserci accordati con quale lingua comunicare mi chiedono: “Qual è la sua direzione?”. “Giro senza meta”, rispondo. Mi guardano, sorridono e aggiungono. “Noi invece ne cerchiamo una”, e ci salutiamo. Poi le città, così straordinariamente rigurgitanti di ciclisti di ogni età. Un mondo inverosimile. Poi le abitazioni, quasi tutte su un piano con molto legno e vetri, senza tende né recinzioni. L’impressione era di esserci già stati, lassù. E ho iniziato a pensare a certi passi del libro di Marc Augé che avevo lasciato a casa. Sono tornati a galla da un profondo che riconosceva un paesaggio nuovo e conosciuto. “Ha il significato di un sintomo… appena siamo in sella, cambia tutto… Il mondo esterno si impone concretamente nelle sue dimensioni fisiche. Ci resiste e ci obbliga a uno sforzo di volontà ma, allo stesso tempo, si offre a noi come spazio di libertà intima e di iniziativa personale, come spazio poetico….”.
Forse Marc Augé sta cercando delle vie d’uscita dai non-luoghi. Forse il futuro è nei nostri piedi e nella nostra volontà di essere veri.
Al ritorno ho riletto Il bello della bicicletta a sorsi lenti. Chissà perché il traduttore non ha mantenuto il titolo originale (Éloge del la bicyclette) ma non importa, rimane sempre un grande libro. Ho rifatto il mio viaggio a ritroso e ho capito che lande desolate e mari sterminati hanno bisogno dei nostri occhi per esistere.

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2 pensieri su “Marc Augé e lo Jutland

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