Fedro e Socrate

Dario Tozzoli

(I)

L’immobile demone del Mezzogiorno
s’è inghiottito tutte le ombre
e con esse l’ombra di Socrate
in modo che non sarà più Socrate
a tenere davvero il discorso
ma il discorso stesso
con lacci divini
a tenere Socrate.

(II)

Le sacre e sonore cicale
in concerto recano alle Muse


l’umano spirituale tributo
col puro piacere del canto
che in musica soave
l’amor di Sofia trasforma.
E vigili restando
e del tempo padroni
tra le oniriche divinità del luogo
gli innamorati dei discorsi
il premio divino ricevono.

(III)

Ninfe danzano leggiadre
tra le rocce del ruscello
e vasto aleggia
l’ipnotico canto di cicale
sopra l’erba fresca e verde
mossa da leggero venticello.
Vicino all’amico
Socrate s’adagia
con un filo d’erba tra le labbra…
a seguitare l’amoroso colloquio.

(IV)

Alla domanda su Borea
e sulla pietosa sorte d’Orizia
Socrate a Fedro risponde:
Non qui la rapì ma più in giù
Ma, credi tu – incalza l’amato –
a questa triste storia
e alle altre, infinite, sui mostri?

Non ho tempo – continua l’amante –
per raddrizzare i mostri
e ridurli a ragione
prima d’aver me stesso conosciuto…
se mostro io medesimo sono,
peggiore di Tifone,
o mansueto ed alato animale
che in pascolo divino si pasce

(V)

Il grande platano fiorito intanto
moltiplica profumo d’intorno
e nella quiete dell’ora
Fedro e Socrate
alla sua ombra riposano.

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