Girolata

Davide Picatto

La baia di Girolata, luglio 2009. Fotografia di Davide Picatto.

La baia di Girolata, luglio 2009. Fotografia di Davide Picatto.

Non saranno più di 300 metri di dislivello, però con un promontorio intermedio da superare. Il sentiero parte in alto e scende nella boscaglia fino ad una prima spiaggia deserta, solo qualche vacca al pascolo, quindi si arrampica in mezzo ai cespugli fino a raggiungere una cresta che domina la baia di Girolata, una piccola cala protetta da una torre genovese seicentesca non raggiunta dall’asfalto: ci si arriva solo via mare o via mulattiera.
Un’ora potenziale di cammino che in pieno luglio diventano due. Sole a picco, aria difficile da inalare, respiro pesante, sudore a strati, fatica triplicata, scorte d’acqua attaccate ogni dieci minuti di marcia. Tra stagione, mese ed orario abbiamo sicuramente sbagliato qualcosa, ma tant’è, una volta partiti la meta deve essere raggiunta, ed il percorso è comunque spettacolare. Due mulattiere, una che si arrampica in cima al promontorio mediano, l’altra che taglia a mezza costa lo strapiombo sul mare. Un percorso celebre in Francia: un paio di documentari hanno narrato la vita di Guy “le facteur”, ex legionario che sei giorni alla settimana lo percorreva con il suo barbone bianco per consegnare la posta. In pensione dal 2008, non è dato sapersi chi o cosa lo sostituisca oggi.
La discesa verso la baia ridà fiato, ma il sole continua ad essere inclemente. Raggiunta la spiaggia si affievolisce dietro a qualche nube e la luce pulsa grigia per sfondare la barriera e tornare ad arrostire la macchia mediterranea. Camminiamo fra ciottoli, alghe secche e sabbia. Il villaggio corre a mezzaluna dal promontorio opposto, quello difeso dalla torre, fino a noi. I primi edifici sono delle baracche in legno trasformate in bar da spiaggia, ma saranno così anche i successivi. La torre risulta privata, quindi inaccessibile, il paese è invece un agglomerato di ristorantini e negozietti di cianfrusaglie. Da qualche parte avevo letto che era un tipico villaggio di pescatori, nella realtà invece si presenta come un tipico villaggio di ristoratori.
Ci corichiamo in spiaggia, io deluso. Provo a rimediare nuotando, la maschera ed il boccaglio per scandagliare gli scogli. Per allontanarmi dalla riva devo zigzagare fra le barche da diporto che coprono la baia facendo attenzione ai gommoni dei marinai in cerca della costa. I fondali mi riappacificano un po’ con il luogo, ma neanche loro si meritano la sfacchinata per raggiungerli. Al ritorno la spiaggia è invasa. Alcuni barconi attraccano ogni due ore sfornando turisti che affollano la sabbia piantando ombrelloni o che riempiono i bar ordinando birra Petra, pastis e gelati. Una nube di cavallette diligenti che invece di distruggere i raccolti li fecondano benvolute dagli agricoltori.

Dragut. Immagine di dominio pubblico.

Dragut. Immagine di dominio pubblico.

Decidiamo di cambiare baia, di tornare a quella delle vacche incontrata lungo il cammino. Nel caldo assurdo affrontiamo la salita. Ci fermiamo spesso, per bere, riposare, guardare il mare dall’alto. Lancio un ultimo sguardo alla torre. Nel 1540 non c’era quando Dragut si fermò nella cala per dividere il bottino delle razzie con i suoi corsari e, avvistate sei galee ed una fregata agli ordini di Giorgio Doria, si gettò al loro inseguimento con sette delle sue imbarcazioni. Attirato in una trappola, rimase inchiodato dal fuoco d’artiglieria di una fortezza costiera e di altre 15 galee che gli impedivano la fuga. Colpita più volte la sua barca, Dragut fu catturato e consegnato ad Andrea Doria che lo mise ai remi della sua ammiraglia. Il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Jean de la Vallette, in visita presso il condottiero genovese, lo incontrò dicendogli che così si usava fare con i vinti. La visita fu ricambiata anni dopo quando la Vallette, catturato dai corsari berberi, venne incatenato a sua volta al remo e Dragut, tornato nel frattempo in libertà, gli fece notare quanto fosse mutevole la fortuna. Fortuna che decisamente mutò per i pescatori di Girolata: trascorsi cinque anni dalla sua liberazione, il corsaro turco si vendicò radendo al suolo il villaggio.

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