La casa proibita – parte prima

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazioni)

N.d.R: clicca qui per le altre parti di Urzone.

STRISCIA CASA

La casa è cresciuta con me. Quand’ero bambino, giocando per le strade del quartiere, se finivo nel vicolo dovevo fermarmi. Mi appariva più grande di quello che era. Dicevano che in quella casa un macellaio avesse ucciso sua moglie, che una setta di tibetani l’avesse occupata per riti esoterici, che uno scrittore cileno avesse scritto il suo ultimo romanzo, che una famiglia di meridionali vivesse con dei conigli, che una vedova vendesse affetti e calori in cambio di affetti e calori.

CONIGLIMaldicenze che a volte capivo pienamente e a volte a modo mio, come un bambino può permettersi di capire. Quando è che si diventa adulti? Quando è che si riesce a giudicare correttamente quello che ci dicono? Crescendo ho imparato a svagarmi con altro ma quando passo dal vicolo ritrovo la casa della mia infanzia e mi fermo. E si ferma anche il mio cuore.
Quella volta con Frida, la mia amichetta di Amburgo conosciuta al mare l’anno prima, in vacanza da noi per qualche giorno, avevamo deciso di entrarci.
Sei sicura?
L’ho guardata negli occhi per vedere se tradiva delle incertezze.
Con te mi sento tranquilla.

LUI LEIEra la prima volta che qualcuno si fidava completamente di me. In quel preciso momento ho capito che stavo per diventare grande.
Dunque avevamo deciso di entrare nella casa proibita. Era una sera di agosto verso l’imbrunire quando ci siamo incamminati senza farci notare. Ogni tanto mi volgevo indietro per assicurarmi di non essere visti. Le piante del balcone, non troppo curate, testimoniavano presenze furtive. Una casa abitata saltuariamente.
Come mai è sempre chiusa?, mi chiese Frida un po’ intimorita.
Hai paura?, incalzai.
No, con te no. Lo sai.
Ci siamo guardati con un’intensità molto vicina all’amore ma che amore non era. Piuttosto, complicità.

LA PORTAÈ fatta, mi sono detto.
Senza accorgermene mi sono trovato dentro. Il portone, stranamente, era aperto. Un po’ di forza per abbassare il maniglione e in un batter d’occhio lo abbiamo aperto e richiuso alle nostre spalle. Tra noi e l’interno ancora un tendone scuro a fare da filtro. Odore acido di polvere che prendeva alla gola.
Come nelle vecchie chiese, dicevo sottovoce a Frida. Lei mi stringeva la mano ma era decisa più che mai. Come se l’accesso alla casa significasse qualcosa di molto importante. A quel punto non ci rimaneva che oltrepassare la soglia.
Vado prima io?, chiesi a Frida che smise di respirare. Avrei voluto baciarla ma l’intensità delle emozioni che stavamo vivendo erano più forti dell’impulso di un bacio.
Vai!CASA

Mi ritrovai dentro un mondo irreale. L’esatto contrario di come appariva all’esterno.
Ogni cosa al suo posto, vissuta ma non trascurata. Una scala che portava al piano superiore, un divano su cui appoggiare vestiti e oggetti, un portaombrelli, un angolo dove lasciare le scarpe, un guardaroba, una porta per un probabile accesso in cantina, quadri ad olio di figure mitologiche sudamericane, una cucina con un lunga panca e un tavolo con una tovaglia a quadretti celeste.
Via libera!, urlai a Frida e ci ritrovammo in quella casa di nessuno.
Dopo vari minuti trascorsi a guardarci intorno Frida ruppe il silenzio: Da dove cominciamo?
Pensai tra me: Bisognerebbe sapere quanto tempo abbiamo.

BALCONE E PIANTENon le dissi nulla per non turbarla. Più che dalla cantina ero incuriosito dalle stanze al piano superiore. Era diventata un’ossessione vedere quel balcone dall’interno, capire quale continuità poteva esserci tra il dentro e il fuori.
Saliamo?
Frida annuì. Certo per lei, trovarsi in quella casa dei sogni, così diversa da quella di Amburgo, aveva un valore aggiunto.

N.d.R.: clicca qui per le altre puntate.

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