Il Grande Gioco

Davide Picatto

Remnants of an Army, dipinto di Elizabeth Butler. William Brydon davanti ai cancelli di Jalalabd, unico sopravissuto della disastrosa ritirata britannica da Kabul nel 1842. Immagine di dominio pubblico.

Remnants of an Army, dipinto di Elizabeth Butler. William Brydon davanti ai cancelli di Jalalabd, unico sopravissuto della disastrosa ritirata britannica da Kabul nel 1842. Immagine di dominio pubblico.

Quando nel 1901 Rudyard Kipling pubblicò il romanzo Kim, la dicitura Il Grande Gioco (The Great Game) divenne nota al pubblico e cominciò la sua fortuna fino ad essere tornata in auge negli ultimi anni in versione aggiornata. In realtà la sua introduzione non è da ricondurre al narratore britannico, bensì ad un agente dell’intelligence del Sixth Bengal Light Cavalry della British East India Company, Arthur Conolly, morto trentacinquenne nel 1842.
L’etichetta si riferiva al conflitto strategico e diplomatico fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo per ottenere la supremazia nell’Asia Centrale nell’Ottocento, a partire dal Trattato Russo-Persiano del 1813 fino alla Convenzione Anglo-Russa del 1907, con strascichi protrattisi fino alla Rivoluzione Bolscevica.
Gli zar cercavano nell’area nuovi mercati ed un eventuale sbocco sull’Oceano Indiano, mentre i britannici temevano che la loro politica avesse come fine ultimo la conquista del “gioiello della corona”, l’India, quindi, dopo il trattato del 1813 che collocava la Persia sotto l’influenza russa, l’Afghanistan venne sentito come il territorio in cui arrestarne l’avanzata mediante la formazione di uno stato cuscinetto.
Nel 1838 l’Impero Britannico diede inizio alla Prima Guerra Anglo-Afghana imponendo un effimero regime fantoccio guidato da Shuja Shah, incapace però di sopravvivere senza una adeguato supporto militare. Nel 1842 i costanti attacchi portati dai civili nei confronti dell’invasore per le strade di Kabul costrinsero la guarnigione britannica a ritirarsi. 4500 truppe regolari, 12000 soldati Hindu e centinaia di funzionari cercarono riparo in India ma lungo la strada furono attaccati più volte dai guerrieri Afghani. Sopravvisse un solo uomo, il dott. William Brydon, e le ambizioni egemoniche dell’Impero furono drasticamente ridimensionate dopo la disastrosa ritirata, mentre la Russia continuava la sua avanzata verso la regione annettendo formalmente nel 1865 Tashkent e, tre anni dopo, Samarcanda, arrivando a controllare la riva settentrionale dell’Amu Darya.

Battle of Kandahar, dipinto di Caton Woodville (1856-1927). Immagine di dominio pubblico.

Battle of Kandahar, dipinto di Caton Woodville (1856-1927). Immagine di dominio pubblico.

La situazione cominciava a farsi delicata per la Regina Vittoria, appena nominata Imperatrice dell’India: in una lettera inviatele dal Primo Ministro Benjamin Disraeli si proponeva di “pulire l’Asia Centrale dai moscoviti e spingerli nel Caspio”. L’occasione arrivò nel 1878 quando lo zar inviò a Kabul una missione diplomatica non invitata e i britannici a loro volta fecero richiesta al leader afghano, Sher Ali, di riceverne una loro che però fu respinta al confine. 40000 uomini furono allora inviati a Kabul, ma la Seconda Guerra Anglo-Afghana terminò anch’essa, tre anni dopo, con un ritiro delle truppe. A differenza del primo conflitto l’Impero Britannico riuscì ad insediare sul trono un alleato, Abdur Rahman Khan, che in cambio di aiuti militari volti a sopprimere ribellioni interne lasciò loro la conduzione della politica estera del paese.
Una successiva Commissione Anglo-Russa, a cui l’Afghanistan non venne invitato, stabilì che il paese avesse come frontiera settentrionale l’Amu Darya, con conseguente accettazione britannica delle conquiste zariste a nord del fiume.
All’inizio del Novecento i due imperi si avvicinarono con la comparsa sulla scena di un nuovo avversario: il progetto germanico della Ferrovia di Baghdad, che avrebbe unito all’interno dell’Impero Ottomano la città mesopotamica con la turca Konya, apriva le porte del Medio Oriente e dell’Iran al commercio ed alla tecnologia tedeschi. La Convenzione Anglo-Russa del 1907 chiuse il periodo del Grande Gioco. In base al trattato i russi accettavano i britannici come intermediari nelle relazioni diplomatiche afghane in cambio dell’impegno a mantenere i confini stabiliti e a scoraggiare pretese territoriali da parte dell’Afghanistan in territorio zarista, mentre la Persia veniva divisa in due zone di influenza divise da una terza neutrale: ai britannici il sud, ai russi il nord, allo stato cuscinetto il centro. Ad est invece venne garantita l’integrità territoriale del Tibet con cui avrebbero avuto relazioni politiche solo attraverso la mediazione cinese.

2nd/5th Royal Gurkha Rifles, frontiera indiana nord-occidentale, 1923. Immagine di dominio pubblico.

2nd/5th Royal Gurkha Rifles, frontiera indiana nord-occidentale, 1923. Immagine di dominio pubblico.

La Rivoluzione Bolscevica del 1917 annullò però ogni trattato stabilito precedentemente dall’Impero Russo, dando così un nuovo breve impulso al Great Game. Nel 1919 scoppiò la Terza Guerra Anglo-Afghana con l’assassinio dell’emiro Habibullah Khan, impegnatosi fin dall’ascesa al potere nel 1901 a modernizzare il paese ed a mantenerlo neutrale nelle dispute internazionali, nonostante l’insistenza del sultano ottomano che ne voleva l’alleanza con gli stati centrali durante la Prima Guerra Mondiale. Il successore, suo figlio Amanullah, dichiarò la piena indipendenza dell’Afghanistan ed attaccò la frontiera settentrionale dell’India Britannica ottenendo con gli Accordi di Rawalpindi il controllo della propria politica estera.
Nel ventennio successivo Afghanistan, Impero Britannico e Repubblica Sovietica cercarono mediante reciproci accordi di soddisfare al meglio i propri interessi senza cadere in scontri aperti, finché a Seconda Guerra Mondiale in corso gli interessi delle due potenze convergettero nuovamente. Il successivo crollo dell’apparato coloniale inglese tolse dalla scena un attore. All’inizio del nuovo millennio gli attori sono mutati, ma le parti rimangono. E il Grande Gioco può riprendere.

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