Così fanno tutti

Anna Maria Occasione

Uno degli aspetti meno agevoli da affrontare nella vita giuridica di tutti i giorni, è costituito dal sottile rapporto che lega la persona al diritto ed in particolare la difficoltà di far comprendere come da concetti apparentemente astratti derivino conseguenze giuridiche concrete.
Comportarsi secondo buona fede, conservare un bene con la diligenza del buon padre di famiglia, non porre in essere comportamenti che possano danneggiare altri o cose nella titolarità altrui, utilizzare tecniche o mezzi non leciti per ottenere vantaggi sul concorrente o per arrecargli pregiudizio, comportarsi in modo responsabile, sono tutti comandi forniti della medesima cogenza al pari del divieto di non trasportare più di un determinato quantitativo di carico su un mezzo articolato, ma a differenza di quest’ultimo, facilmente sfuggono alla sensibilità dell’autore che, di fronte al fatto, tende facilmente a negare la paternità del proprio operato.
Abituati a non sottoporre a critica alcunché, tanto meno noi stessi, privi di puntelli etici a regolamento dei confini di comportamento, la regola astratta non viene percepita e scivola come una goccia d’acqua su uno specchio.
A complicare il tutto (o a renderlo più agevole, dipende dai punti di vista) il confronto con il mondo esterno, perché se il nostro agire in realtà non è che l’agire di molti o, ancor peggio, l’agire della maggioranza, il baluardo etico della obbedienza alla norma astratta cede irrimediabilmente.
Così fanno tutti: tutti parcheggiano in seconda fila, tutti depositano la lavatrice dismessa nel greto del torrente, tutti a scuola insultano, tutti rubano nelle fiere e così via in esempi che al di là della gravità dell’infrazione, segnano il valico dei propri doveri civili sino a riconoscere di fronte a sé stessi la più totale impunità.
Anzi, qualcuno osa di più, assumendo che questo comportamento reiterato costituisca vera e propria consuetudine, obliterando il fatto che la consuetudine non può mai regolare un caso al posto o contro la legge.
E qualcuno dice di non pagare il biglietto del bus perché sempre in ritardo, il che in base alla mera disciplina contrattualistica può anche aver una sua ragionevolezza (adimplenti non est adimplendum), ma il tutto contrasta con il fatto che il nostro comportamento non ha una valenza solo personale, civile o penale che sia.
Noi facciamo parte di un tutto, di un universo di uomini e donne componenti una società che deve ontologicamente tendere ad essere, in primo luogo, civile e responsabile.
Sempre più spesso, del resto, si sentono proliferare voci, scritti, articoli, libri in cui l’anelito al comportamento eticamente inteso è ambito quale esigenza di porre un freno, un limite, un confine oggettivo e razionale ad un andazzo senza regole in cui il più forte necessariamente prende il sopravvento su chi meno forte è.
Il così fanno tutti non basterà più a giustificare chi non si comporta in modo corretto, giusto, equo, rispettoso, responsabile.
Si parla di etica dell’economia, di etica nell’uso di un marchio (honest concurrent use), di etica nella politica, di etica stradale, di deontologia ed etica, consapevoli che occorre trovare una stabilizzazione che provenga non dalla cogenza della norma, ma dall’intimo di ciascuno di noi.
C’è chi ha studiato con particolare attenzione le ragioni della progressiva degradazione dei valori sociali di quest’ultimo trentennio: Mario Pernioli nel suo ultimo Miracoli e traumi della comunicazione (Torino 2009) parla di infantilizzazione, puerilizzazione della società, agganciandosi in parte ai dogmi di Karl Popper in Cattiva maestra televisione (Milano, 1994) in parte attualizzandone le teorie osservando come il progresso della comunicazione abbia finito per fagocitare gli eventi creando nella sostanza soggetti che definisce autistici, incapaci paradossalmente di esprimersi.
E c’è chi dell’etica ha fatto poesia seppur non in versi, come Ezio Raimondi, Un’etica del lettore (Bologna, 2007), il cui sunto è ben delineato nella presentazione a tergo del libro stesso: nel leggere è implicata la disponibilità ad ascoltare, a entrare in relazione, a non prevaricare l’altro con la propria individualità. Esiste dunque un’etica della lettura, che è fatta di filologia e passione, capacità di intendere e disponibilità a mettersi in gioco.
L’etica sta tutta lì, in quel non prevaricare gli altri, nel rispettare, ascoltare, limitarsi a favore di un bene superiore alla nostra persona, nella radice latina della parola stessa responsabilità, spondeo, do la mia parola, prometto.
Promessa, fiducia, buona fede, concetti tutti ai quali dobbiamo educarci sino al punto che possa lentamente scomparire il così fanno tutti a giustificazione di un vivere superficiale, nichilista, incurante degli altri e dell’ambiente in cui viviamo e ciò per noi e per chi nel futuro ci seguirà.

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