Lettere da New York

Carlotta Scioldo*

Manhattan ed il ponte di Brooklin

Manhattan ed il ponte di Brooklin. Foto di AngMoKio, CC 2.5

Mentre al sesto piano della Federal Court di New York l’imputato Gotti Junior, ormai diventato icona della mafia italiana per i media americani, cerca di difendersi pacificamente contro l’accusa di aver ucciso, facendo parte del clan Gambino, un soldato nel 1990 al World Trade Center, di essere principale responsabile di cifre immense di riciclaggio di denaro sporco, di aver fatto da volta gabbana al più famoso, in quanto criminale, padre pur di difendersi dall’ergastolo, al pian terreno della vicina Criminal Court, senza riflettori scintillanti puntati sopra le vicende, passano in rassegna velocemente nomi e numeri di uomini di pelle scura che escono e entrano ammanettati e accompagnati da una o più guardie da una porta a destra per poi uscire da una a sinistra. Gli avvocati e i giudici quasi rigorosamente di pelle bianca, capelli brizzolati e camicia azzurra, non si scompongono per farsi rispettare. Il tono di voce rimane soave e pungente mantenendo sempre lo stesso volume. I secondini accompagnano gli uomini da una porta all’altra facendoli scorrere davanti all’immanente e ingombrante scrivania, di legno e lastrata nero, alta, dietro la quale spunta il busto del giudice, alle spalle del quale scintilla la scritta “In God, We trust“.
Spettatori di questa vicenda di quotidiana routine sono ora i parenti degli imputati, altrettanto di pelle scura, molti dei quali non capiscono la sentenza o per problemi di lingua o di volume, la voce della corte viene assorbita dal più alto vociferare che arriva da fuori. Si disperano in un giro fugace di sguardi e di pianti, senza capire, dall’altra parte il ritmo del passaggio dal tavolone sembra aumentare e soprattutto mai arrestarsi. Seduti accanto a questi, su panche di legno lucidato, una decina di studenti dell’Nyu, con la testa piena di dottrine “postmoderne” che probabilmente pensano a come poter analizzare ciò che vedono attraverso strutture decostruttiviste.

New York City

New York City. Foto di Daniel Schwen, CC 2.5

Fuori New York continua a scorrere come sempre fa, senza tregua, inafferrabile. I gialli taxi guidati da afroamericani, tailandesi, indiani, continuano a susseguirsi l’un altro fino a lasciare Manhattan per raggiungere il citato ponte di Brooklyn, le linee delle diverse metropolitane continuano ad intrecciarsi con i loro diversi pubblici dettati dal quartiere, per rendere questo grande cuore pulsante funzionante.
Mentre i bambini di pelle bianca, con zainetto in spalla e pantaloncini di velluto a coste blu Ralph Lauren, per mano alla loro mamma bionda, che spesso porta a spalla il suo materassino per fare yoga, ultima moda newyorkese, zampettano in comode Clark’s scamosciate attorno alla 45esima strada, cento strade più a nord, in Uptown, una moltitudine di bimbi di pelle nera e dagli occhi grandi ti scrutano incuriositi dalla tua pelle bianca bianca e i capelli rossi. I ragazzini qua stanno per le strade, cantano, reppano, ballano, si spostano da Donut’s a Domino a McDonald’s per sgranocchiare qualcosa, poi salgono su una metro a caso, ballano dentro i vagoni sperando che qualche downtown man sganci un dollaro.
Quassù i vecchi giocano a scacchi per strada, ci sono tornei, regole, ruoli, le donne spesso parlando spagnolo tra loro, pochi sanno l’inglese nella micro macro-comunità latina di Harlem, i bimbi giocano per strada. Tutto avviene per strada, il loro privato si trasforma in pubblico, in museale, come hanno teorizzato in downtown, nelle Università, in visibile ai turisti, in antropologicamente interessante.
Mentre negli undici piani della prestigiosa biblioteca dell’università privata Nyu e il suo quartiere invaso da dipartimenti, uffici, palestre, cinema, ristoranti, librerie, milioni di volti delle più diverse nazionalità si affrettano a fotocopiare, studiare, ricercare, appuntare, trascrivere e ornare, sempre presentando la loro id card per essere riconosciuti, vistosamente intere famiglie in metro, per strada, fuori dai negozi, ti chiedono l’elemosina.

L'area metropolitana di New York

L'area metropolitana di New York. Immagine di dominio pubblico.

Mentre si sale e scende velocemente, affannosi e numerosi in spaziosi ascensori, nell’edificio 180 on Broadway, sempre lo stesso uomo, indiano con gli occhi azzurri, seduto sullo stesso sgabello di pelle nera usurata apre e chiude la porta di ferro battuto dell’ascensore per far salire i brevi passeggeri…
Mentre più in uptown si sale le pelle diventa più nera, mentre più in downtown si scende la pelle diventa più bianca…
Mentre in 33 Wooster Street nel lontano 1969 R. Schechner fonda il teatro più sperimentale, innovativo e “antiborghese”, ora nell’isolato di fronte si trova il negozio di Chanel, e accanto Tommy Hilfigher, e accanto Lacoste, e accanto donne sulla cinquantina con naso rifatto passeggiando attendono il verde dei semafori per sventolare all’aria i loro sacchetti di cartone ben definito dei riconosciuti negozi.
Mentre giacche di tweed scozzese attendono l’ascensore al pian terreno per poter salire, tenendo in mano una tazza di lungo caffè Starbuck’s, nei jazz club di Harlem notte e giorno la radice della vera musica si fa carne…
Mentre all’angolo sotterraneo della metropolitana dell’affollata 42esima strada il vecchio blues man decaduto suona la sua pianola giocattolo e tutta New York gli passa davanti veloce, davanti a lui solo persone girate verso 45 gradi a sinistra per guardare le gare di wrestling sui grandi televisoroni disponibili e il suono della telecronaca inghiotte il blues…
e mentre io scendo giù a ritirare preziose apparecchiature foniche per il Wooste Group l’uomo che fa il postino, un giapponese con gli occhi occidentali, è felice perché è l’ultima consegna e dopo andrà a casa a leggere.

*N.d.R: l’autrice vive attualmente a New York.

Nulla Dies Sine Linea

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