Sergio Gonzáles Rodríguez a Ferrara per il Festival di Internazionale

Salvatore Smedile

Nel vicolo

Sergio Gonzáles Rodríguez, Ferrara, ottobre 2009. Foto di Salvatore Smedile.

È un po’ che sento parlare di Sergio Gonzáles Rodríguez, lo scrittore messicano che ha fortemente contribuito ad aprire gli occhi sui femminicidi di Ciudad Juárez. Sembra la solita storia nera che riguarda il sud del mondo dove tutto è possibile perché non c’è legge che tenga e dove anche dio pare essersi perso, ma è molto di più. Sono stati gli amici di SUR (Società Umane Resistenti) a sensibilizzarmi sull’argomento. Quanti fatti ci passano accanto e non ce ne accorgiamo, quante tragedie esulano dalla lista delle nostre priorità, quante connessioni con il presente non facciamo in tempo ad interpretare! Lungo la frontiera maledetta, tra Messico e Stati Uniti, delle sparizioni e dei crimini al limite dell’assurdo, fuori da qualsiasi immaginazione umana, vengono messi a tacere sotto gli occhi di tutti. Nell’era del digitale e della rete che basta un tasto ad attivare, bisogna ancora fare i conti con l’omertà e un’impunità pressoché totale.
Appena ho saputo che quest’anno al Festival di Internazionale a Ferrara sarebbe venuto Sergio Gonzáles Rodríguez, mi sono accordato con gli amici di SUR per andarlo a conoscere di persona. “Se è amico vostro è amico mio”, aveva risposto loro quando gli avevano scritto della mia intenzione di allestire uno spettacolo sui fatti di Juárez.
A Ferrara cerchiamo Rodríguez direttamente nel vivo del Festival annunciandoci come suoi amici. Comprendiamo subito che dovremo fare un po’ di anticamera: ogni giornalista straniero ha al seguito un’accompagnatrice che, oltre a fargli da interprete, coordina gli appuntamenti con le tv e i giornalisti. Anche noi vorremmo intervistarlo. In breve lo agganciamo e lo trasciniamo in un bar. Non parlo spagnolo ma in Anita ho un’interprete eccezionale. Sergio è affaticato e chiede una birra ristoratrice. Il corpo, martoriato da un pestaggio seguito alla pubblicazione del suo Huesos en el desierto, ha i segni vivi del prezzo pagato per non aver taciuto. I rumori lo infastidiscono e il suo passo non è più coordinato. Ordino un succo di mirtilli. “Cos’è?”, chiede. “Non ce l’abbiamo in Messico… Ha un bel colore però”. Ha bisogno di divagare e noi lo assecondiamo. Ci ha seguito Diana Washington Valdez, giornalista di El Paso Times, americana ma orgogliosa delle sue origini indie. Capelli lunghi naturali e abiti che non seguono le mode. Sempre in guardia perché abituata a non fidarsi di chi le gira intorno, essendo stata anche lei più volte minacciata per i suoi reportages investigativi sulle morti di Juárez.
Rodríguez trova il modo di prendersi in giro: “Sapete perché ripartirò per il Messico già dopodomani?… Ho l’esame per l’abilitazione giornalistica”. Risata generale. Prima di uscire il barista mi chiede: “Chi è quel signore?”. Rispondo quasi risentito: “Sergio Gonzáles Rodríguez, lo scrittore messicano”. Dal suo sguardo capisco che vorrebbe saperne qualcosa di più. “Ha visto Bordertown, il film con Antonio Banderas e Jennifer Lopez?”. “Ho capito… arrivederci”. A volte basta una parola a fare da ponte e ci si intende a meraviglia.

Il salotto

Il dibattito con Sergio Gonzáles Rodríguez, Ferrara, ottobre 2009. Foto di Salvatore Smedile.

Il dibattito (Messico: la nuova frontiera del narcotraffico) si svolge al Teatro Comunale. Il moderatore, Carlo Bonini di Repubblica, fa domande generiche senza mai andare nel concreto, oltre i soliti discorsi della legalizzazione, del degrado delle istituzioni. Nelle loro risposte spesso gli intervistati lanciano input che il giornalista non sempre riesce a cogliere in pieno. Il narcotraffico messicano è la parte oscura dell’economia globale ma un dibattito pubblico è uno show con precise regole salottiere da rispettare. L’apice si raggiunge quando una ragazza racconta della sua esperienza: il nonno sequestrato a Juárez, un riscatto di 50000 dollari pagato mettendo insieme i risparmi di tutti familiari, il terrore in cui si vive laggiù senza che nessuno faccia nulla, come se non ci fosse nessuna autorità in grado di intervenire. Un inferno dove non si riesce più a vivere e ci si chiude in casa per difendersi dai propri simili. Le violenze sulle le donne di Juárez trovate amputate e uccise con riti sacrificali, i cui numeri ufficiali vengono spesso smentiti, costituiscono un imbarbarimento sociale istituzionalizzato.
Finito il dibattito, ancora un paio di interviste e finalmente Rodríguez ci chiede di portarlo a cena in un posto muy tranquilo. Gli amici di SUR abbandonano l’idea dell’intervista: la cinepresa è pronta ma non sono pronti Sergio Rodríguez e Diana Valdez. Di una giornata spesa a rincorrere discorsi più o meno uguali rimane la stanchezza e forse la convinzione che serva davvero scrivere di cose che scottano. Entrambi confessano a malincuore che dieci anni fa avevano qualche speranza in più di cambiare il mondo. La serata trascorre saltando da un argomento all’altro mantenendo costante il confronto tra le nostre culture di provenienza. “Ti porterà fortuna Juárez”, mi dice Diana Valdez.
Il giorno dopo i riflettori del Festival saranno puntati su qualcun altro e gli amici messicani che lasciamo per le vie di Ferrara torneranno ad essere due sconosciuti nel mare del giornalismo impegnato.

Nulla Dies Sine Linea

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2 thoughts on “Sergio Gonzáles Rodríguez a Ferrara per il Festival di Internazionale

  1. germana buffetti ha detto:

    Non si fa abbastanza per far conoscere questo autentico orrore. Non mi piace la parola orrore spesa a piene mani sui giornali per pigrizia mentale e per fare colpo, ma qui è la sola possibile.
    Mi meraviglio di quante poche persone ne siano al corrente. Io l’ho scoperto per caso in libreria e da allora se ci penso non riesco piu’ a dormire.Non ho avuto la forza di vedere il film. Cosa avrebbe potuto aggiungere dl resto ? ma seguo tutte le iniziative
    Verrò a vedere lo spettacolo

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