Ritorno a Sarajevo – parte prima

Dario Tozzoli

N.d.R: clicca qui per la seconda parte.

The Siege of Sarajevo. Illustrazione di Carlos Latuff. Immagine di dominio pubblico.

Questa non è una storia inventata da me ma il racconto confidenziale di una cara amica. Soltanto dopo un po’ di tempo ho avuto il coraggio di confessarle che, a seguito del nostro ultimo incontro, avevo scritto quello che lei mi aveva raccontato perché… neanch’io sapevo il perché. Qualche oscuro moto interiore mi aveva spinto a farlo, ecco tutto.
Quindi le ho sottoposto a lettura quanto segue e da lei ho avuto il consenso di renderlo pubblico. Anzi, per un certo periodo di qualche anno fa, abbiamo addirittura coltivato la fantasia di tradurlo in un’opera teatrale.
In ogni caso, se da questo racconto riuscisse a trasparire anche soltanto un barlume della bellezza e dell’amore di S.N., sarà valsa la pena di scriverlo.

Avevo compiuto i miei diciotto anni da poco quando vennero i soldati croati nella nostra casa semidistrutta dalle bombe e ci prelevarono per condurci nei campi di concentramento dove ammassavano i musulmani. Eravamo nel pieno della guerra che stava dilaniando la mia terra e la mia gente. Prima di separarci ci lasciarono qualche minuto per il commiato… privilegio dovuto al fatto, credo, che mio nonno fu una figura di grande rilievo nella cultura della ex-Jugoslavia.
Mia madre piangeva con il volto tra le mani. Mio padre mi abbracciò forte e mi disse: «Non so quando e non so come, ma ci rivedremo, perché noi sappiamo cos’è l’amore».
Non ebbi la forza di dire nulla ma anch’io avevo la certezza che ci saremmo ritrovati.
Pochi giorni prima avevo visto dalla finestra, senza vetri, la lunga fila dei musulmani bosniaci, come noi, che venivano condotti ai campi. Di tanto in tanto qualche cecchino sparava e, dalla fila, ne cadeva qualcuno che rimaneva lì, a bagnare col suo sangue questa terra disgraziata. Adesso ero io in una di queste file e i cecchini sparavano ancora. È un miracolo che sia qui a raccontarlo.
Quando arrivammo al campo separarono le donne giovani dalle anziane. Mia madre non c’era, l’avevano portata altrove. Prima di farci entrare nel buio sotterraneo ci costrinsero ancora in fila, questa volta per valutarci fisicamente, come si fa al mercato del bestiame con gli animali. Un soldato piccolo e tarchiato mi si avvicinò, mise una mano ruvida sulla mia guancia e spinse il pollice tra le mie labbra per farmi aprire la bocca. Voleva vedere i miei denti.
Ma il colpo più forte lo ricevetti quando vidi l’ufficiale responsabile del campo. Era, era stato almeno, il migliore amico di mio fratello. Mio fratello studiava in Germania già da un paio d’anni quando scoppiò la guerra. Si trovava ancora là quando ci deportarono e per fortuna non era riuscito a rientrare. Fin da piccola li avevo visti giocare insieme, confidarsi i primi amori, ubriacarsi, andare insieme a pescare. Spesso ero con loro. Si fidanzarono a poca distanza l’uno dall’altro e anche le loro ragazze diventarono amiche.
È passata molta acqua sotto i ponti da allora.

Il ponte ricostruito di Mostar. Fotografia di domino pubblico.

Anche il vecchio ponte di Mostar è stato distrutto ed ora già lo stanno ricostruendo.
Quando, in seguito, mio fratello seppe che il suo più caro amico aveva detto: «Preferisco morire se Mostar non diventerà croata» fu spezzato dal dolore. Da allora non l’ho mai più visto davvero allegro e spensierato. Ancora oggi c’è nel suo sguardo la traccia indelebile della disgrazia che ci ha attraversati.
Non gli raccontai mai ciò che avvenne al campo. Mentii sia con lui sia con i miei genitori. Non sarebbero stati in grado di capire. Avrebbero sofferto, ancora, senza ragione.
Mostar non diventò croata e fu lui a morire.
Ma prima doveva ancora consumarsi, in questa tragedia balcanica, un’ulteriore tragedia privata che mutò, alla radice, il volto e la prospettiva dei miei sentimenti, insieme a tutto il resto. La distruzione totale del mondo sereno che aveva preceduto questi tempi terribili si svolse in modo spietato come se, nell’anima, ogni costruzione degli affetti e dei sentimenti dovesse essere rasa al suolo, proprio come fuori. Non soltanto il mondo fuori ma anche il mondo di dentro crollava senza pietà lasciando solo un mucchio di macerie. Avvertivo questa rovina in un grumo di dolore, anche fisico: sordo, cieco, muto. Un lancinante grido soffocato, tanto più mostruoso quanto più sepolto… nel silenzio.
Il gorgo malefico nel quale ero capitata, prolungamento singolare di un maleficio ben più ampio, mi costrinse a trovare, dentro me stessa, una forza d’amore inaudita, capace di comprendere l’infamia più grande. A questo fui costretta.
Quando mi vide mi riconobbe subito. Me ne accorsi. Nonostante le mie condizioni e per quanto tentassi di dissimularmi tra le altre mi aveva identificato, ma distolse subito lo sguardo da me. Era stato ospite nella nostra casa, aveva pranzato e cenato con la mia famiglia, spesso nostra madre gli preparava il letto nella stanza di mio fratello. Avevamo riso e scherzato insieme. Tutto ciò non contava più nulla? Il vento dell’odio e della guerra era davvero riuscito a spazzare tutto quanto in un colpo solo?
Ora che mi aveva visto, speravo in cuor mio che mi avrebbe aiutata.
E, alla fine, lo fece. Ma prima successe quanto segue.
Dopo due giorni, durante i quali restammo a marcire nel sotterraneo, vennero due soldati cristiani e prelevarono me e un’altra ragazza. Ci portarono in un edificio poco distante. Lei la condussero lungo un corridoio poco illuminato di cui non riuscivo a scorgere il fondo. Non so che fine abbia fatto: non l’ho più rivista. Io fui condotta al piano superiore. Mentre salivo le scale uno dei soldati insinuava la canna del fucile tra le mie gambe, sollevandola fino a farmi male. Avevo paura, una paura tremenda, ma cercavo di controllarmi.
Mi fecero entrare in una stanza molto illuminata. Un grande tavolo con gli avanzi di un banchetto, sul lato sinistro. Sul lato destro, una grossa stufa. Bicchieri e bottiglie sparsi dappertutto… sedie. Una decina di soldati allegri e semiubriachi parlavano ad alta voce e fumavano. Tra loro c’era lui, l’amico, quello che era stato l’amico di mio fratello. E proprio lui esclamò, quando mi vide entrare,: «Ecco la piccola troia musulmana».

Nulla Dies Sine Linea

↑ Grab this Headline Animator

Bookmark and Share

Annunci

Un pensiero su “Ritorno a Sarajevo – parte prima

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...