L’entropia: la globalizzazione omologante

Giovanni Guizzardi

Rudolf Clausius, lo scopritore del concetto di entropia. Immagine di dominio pubblico.

Ciò che è affascinante del concetto di entropia sta nel caos di cui è sinonimo, in relazione ad un sistema chiuso. Infatti quando in un sistema non vi è più alcuna differenza termica fra i suoi componenti, ciascuno di essi è perfettamente amalgamato e mescolato agli altri in modo irreversibile. Una classica metafora di tutto ciò è lo zucchero nella tazzina di caffè o il sale nell’acqua degli spaghetti.
Una definizione divulgativa del concetto di entropia può essere quindi quella di disordine. Quando in casa non si trova qualcosa, ciò dipende dal fatto che non si trova dove dovrebbe essere. Una scarpa nel frigo, un prosciutto nella vasca da bagno o un bagnoschiuma sotto il materasso sono espressioni vistose ma corrette di disordine. E tale disordine è il frutto di un uso indiscriminato dello spazio, per cui ogni luogo è uguale ad un altro per lasciarvi gli oggetti. Così a casa mia, quando il disordine regna sovrano in ogni stanza ed è divenuto impossibile scoprire dove diavolo sono finiti i miei occhiali o le matite colorate di mia figlia, siamo soliti affermare, con sguardo truce e mani sui fianchi, che è giunta l’ora di ridurre drasticamente l’entropia del sistema.
Il secondo principio della termodinamica afferma però che in un sistema chiuso la funzione di stato di entropia non può mai decrescere. I fisici d’altra parte sostengono che l’unico sistema realmente chiuso è l’Universo. Ciò è esatto, perché a casa mia due volte alla settimana arriva dall’esterno Nina, la nostra fidata collaboratrice moldava, e l’entropia, per un po’, tende a calare. Tuttavia gli elementi stabili interni al sistema, cioè io, la mia compagna e mia figlia, nonché il cane, siamo perfettamente in grado di annullare in brevissimo tempo il lavoro svolto da Nina e di riportare il sistema al medesimo caos di prima. Anzi, di più. Dicono i fisici che nei tempi lunghi l’entropia tende a raggiungere un valore massimo, che corrisponde a una temperatura uniforme ovunque nel sistema. In questo caso, il sistema non è più in grado di compiere alcun lavoro, cioè muore. Per i sistemi aperti, invece, l’entropia può rimanere costante, o anche diminuire, ottenendo però un aumento di entropia delle sorgenti o dei sistemi con cui comunica che supera in valore assoluto la diminuzione dell’entropia nel sistema considerato. E infatti non richiede alcuno sforzo aumentare l’entropia, come ben sa mia figlia quando gioca nella sua cameretta con la sua amica Helen, ma lo sforzo necessario a rimettere tutto a posto dopo che Helen se ne è andata è sicuramente molto maggiore, come ben sanno i suoi genitori e l’eroica Nina.

Carrello della spesa abbandonato. Fotografia di Sandro Ravazzolo, licenza CC 3.0

Orbene, c’è qualcosa di indefinitamente sinistro in tutto ciò, come mi è capitato di pensare una sera. Stavo portando a spasso il cane quando mi sono avvicinato ad un bidone della spazzatura per depositare con senso civico le sue produzioni solide. Accanto al bidone c’erano un carrello del supermercato, un vecchio televisore e un numero indefinito di sacchetti dell’immondizia buttati per terra, sebbene il bidone fosse semivuoto. Ho pensato che nessuna persona civile avrebbe potuto creare uno schifo del genere. La mattina dopo ho incontrato per strada due cinesi che trasportavano gioiosamente un altro carrello verso quel bidone. Non so perché, ma mi è sorto il sospetto che secondo loro inserendo la monetina nell’apposito marchingegno non si ha solo il diritto di usare il carrello, ma si diventa con modica spesa proprietari dello stesso. Lo so, a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si prende.
Sarebbe facile ora affermare per analogia che gli immigrati aumentano in modo esponenziale l’entropia del sistema, ma se penso alla indomita Nina, mi smentisco da solo. Un mio amico tendenzialmente razionale ed ottimista una volta ha affermato che gli immigrati non sono un problema che temporaneo, perché i loro figli e i loro nipoti nasceranno in Italia e in un modo o nell’altro si adatteranno, così come i nostri figli e i nostri nipoti. Come dargli torto? Ricordo ancora quando, cinquant’anni fa, ci fu la migrazione biblica dal sud al nord e c’era chi rifiutava di affittare ai “marocchini” perché, si diceva, appendevano in salotto il caciocavallo, tenevano le galline in terrazzo e coltivavano pomodori nella vasca da bagno. Però l’impetuoso sviluppo del triangolo industriale non avrebbe avuto luogo senza di loro e senza il loro caciocavallo, le loro galline e i loro pomodori.
Ora, i figli e i nipoti di quei “marocchini” li riconosci solo dal cognome. Fra poco, molto poco, nemmeno quello significherà più qualcosa. E allora?
Allora non è vero che gli immigrati creano entropia perché ci incasinano la vita. Al contrario, creano entropia quando si omologano e di casino non ne fanno più. Ma stiamo parlando non del sud e del nord dell’Italia, stiamo parlando del mondo intero, cioè dell’unico vero sistema chiuso, per quanto riguarda il genere umano. Quando tutti gli uomini saranno uguali su tutto il pianeta Terra, quando ci sarà una sola cultura, una sola lingua, una sola legge, quando tutti gli uomini vivranno in pace senza più country né religion too, come cantava John Lennon, vivremo in un immenso alveare e potremo solo sperare nell’arrivo degli extra-terrestri.

NdR: trovate le prime tre parti di L’entropia qui: Premessa, Elogio dell’imbecille e Ne resterà uno solo.

Nulla Dies Sine Linea

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