Ritorno a Sarajevo – parte seconda

Dario Tozzoli

N.d.R: clicca qui per la prima parte.

The Siege of Sarajevo. Illustrazione di Carlos Latuff. Immagine di dominio pubblico.

Si vedeva che era ubriaco. Gli occhi di tutti i soldati furono puntati su di me. Difficile non immaginare i fucili di un plotone d’esecuzione.
«Adesso ci farai un bello spettacolino…» disse qualcuno che poi scoppiò a ridere sguaiatamente. Qualcun altro afferrò una sedia e la spostò nel centro della stanza.
L’idea di poter dare spettacolo, nonostante le condizioni in cui ero, l’idea di essere costretta a denudarmi di fronte a loro, e non solo dei vestiti, quest’idea – è molto strano – ebbe l’effetto di tranquillizzarmi. Ero di nuovo padrona di me. Io stessa ero stupita di questa mia reazione.
Tutti cessarono di schiamazzare. Sentivo l’attenzione dei soldati concentrarsi e appiccicarsi sulla mia pelle. Sapevo che specie di spettacolo volessero. Avvertivo i loro sguardi cercarmi e frugarmi dappertutto ma, come ho detto, una strana calma fece cessare il tremito delle mie gambe. Grazie a Dio non mi ero orinata addosso. Erano asciutte.
«I ragazzi hanno voglia di divertirsi» disse lui: quello che fino all’altro ieri avevo considerato un volto amico. «Spogliati» proseguì, «siediti su quella sedia e facci vedere bene come sei fatta. Davanti e di dietro. Dicono che le musulmane, al contrario di quanto sembra, siano molto brave nell’arte dello spogliarello».
Sapevo ciò che mi aspettava ma sorrisi con tranquillità facendomi scivolare via il vestito. Mi sedetti sulla sedia e, dopo essermi tolta il resto, mi prestai a far vedere loro tutto ciò che volevano vedere. Sapevo che la vera oscenità non è quella di un corpo messo a nudo. La vera oscenità non è mai nel corpo ma sempre nello sguardo di chi guarda. Era il loro sguardo ad essere osceno – lo sguardo del tiranno – non le pieghe intime della mia pelle.
Continuavo a sorridere.
«Queste musulmane sono proprio delle troie» disse qualcuno, mentre altri scoppiavano a ridere.
Un soldato mi costrinse a bere vodka tenendomi la testa dietro, come se non fossi stata in grado di reggerla da me. Poi versò il resto del bicchiere sul mio ombelico, non so perché. Sentii il freddo liquido che mi colava tra le gambe. Era lo stesso liquido che mi bruciava in gola. Mi asciugai i bordi della bocca con il dorso della mano e dissi, con mia stessa sorpresa : «Vorrei che mi applaudiste per lo spettacolo che vi ho fatto».
Molti applaudirono davvero, forse solo per scherno. Sentivo, comunque, di aver ammansito un pochino quell’animale collettivo, eccitato, terribilmente multiplo, che si trovava con me in quella stanza. Poi un soldato mi si avvicinò con un crocifisso intimandomi di baciarlo.
Sul legno della croce il Cristo, in gesso, aveva le gambe e le braccia spezzate. Lo baciai senza smettere di sorridere. Il soldato mi diede uno schiaffo che mi fece voltare la faccia.
«Piantala di ridere puttana» disse, «rispetta questa croce».
«Io sono su questa croce» gli risposi guardandolo senza ombra di sfida «come potrei non rispettarla?».
Calò un silenzio imbarazzato, quantomeno confuso.
L’ufficiale mi si avvicinò. Ora mi sembrava di non averlo mai visto prima. I suoi lineamenti mi erano del tutto sconosciuti. Solo la sua voce restava la stessa. Mi ordinò di stendermi a terra dove qualcuno aveva gettato una coperta.
«I ragazzi vogliono continuare a divertirsi» disse, «ti sbatteremo tutti, a turno, ed io sarò il primo».
«Ma voi non mi violenterete» risposi, continuando a sorridere docilmente, mentre mi distendevo sulla coperta «non mi violenterete perché io farò l’amore con voi, con tutti voi e» aggiunsi, «farò in modo che, nonostante tutto, piaccia anche a me. Voglio godere. L’amore è più forte di qualsiasi violenza».
Se esisteva una sfida tra me e loro non era sul piano della situazione che stavamo vivendo: questa non era che il precipitato, il risultato di un gioco giocato altrove. La vera sfida che avevo loro lanciato stava ad un altro livello per raggiungere il quale avrebbero dovuto trascendere se stessi e la situazione contingente, come avevo fatto io, e arrivare alla consapevolezza dell’assoluta nullità della condizione umana. E, da ciò, a un assoluto abbandono che avrebbe vanificato la sfida stessa.
Alcune mani mi afferrarono e qualcuno mi fece divaricare le gambe. Dalla prospettiva interiore che avevo raggiunto, per colpirmi, avrebbero dovuto dapprima attraversare se stessi, colpire a morte se stessi, e questo mi metteva al riparo da loro: al riparo da tutto. A volte, per il santo volere di Dio, il male si rivolge contro se stesso, si autoannulla, lascia di nuovo spazio alla vita che ricomincia a fluire e il cuore ritorna a battere.
Credo che mi abbiano presa per matta, o qualcosa del genere, ma non riuscirono a violentarmi: li avevo spiazzati.
Offrii loro, senza fare resistenza, tutto ciò che credevano di dovermi strappare con violenza. Avevo vinto. L’amore, malgrado tutto, aveva vinto.
Qualche giorno dopo un soldato venne nel sotterraneo dove ero ancora rinchiusa con le altre e mi fece uscire. Pensai che volessero ancora divertirsi con me invece mi accompagnò all’uscita laterale del campo.
«Vai» mi disse soltanto, dopo aver aperto i cancelli «vai e non ti voltare. Sei fortunata».
Mi misi a correre con le gambe che mi tremavano. Non ero ancora del tutto sicura che qualche cecchino ben appostato non mi buttasse giù con un colpo.
Soltanto lontano dal campo compresi che ce l’avevo fatta.
In seguito seppi che il terreno che avevo attraversato nella fuga era minato e avevo rischiato di saltare in aria. Per fortuna non fu così e qualche tempo dopo ci ritrovammo tutti a Sarajevo, sani e salvi.
Ripenso alle parole di mio padre. L’amore aveva vinto.

Nulla Dies Sine Linea

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