L’inferno di Eva

Salvatore Smedile

Maria Genovese, Eva… vado un attimo all’inferno… ma poi torno, SBC edizioni, Ravenna 2009. Copertina.

Il conturbante di un romanzo è un suo personaggio che continua ad esistere, ci rimane accanto, non se ne va una volta chiuso il libro. È il miracolo della scrittura. Un mondo che, morto nella narrazione, torna a nuova vita e si riattiva nel solipsismo della lettura.
Maria Genovese, che nel portale di informazione www.babylonbus.org fa opera di sensibilizzazione su problematiche del presente, nel suo Eva… vado un attimo all’inferno… ma poi torno unisce intimità e socialità perverse.
La storia è di quelle che può capitare a chiunque. Una quarantenne, sposata e con una figlia, rimasta disoccupata trova lavoro nell’ambito del telemarketing. Perso anche quello si piega a fare l’operatrice in una chat line. Eva sa bene che più riesce ad intrattenere i frequentatori al telefono e più guadagna. Dopo vari rifiuti da parte dei suoi clienti (“l’odioso beep che ti segnala che ti hanno scartata, bocciata, buttata via” perché “non li hai eccitati, intrigati, soddisfatti…”) inizia senza saperlo un viaggio di esplorazione nel profondo delle volgarità maschili. Impara ad avere una voce calda e sinuosa per chi chiama al solo scopo di colmare un vuoto senza fondo. La postazione di lavoro è la sua stessa casa. Anche se svolge la sua attività di notte viene inevitabilmente scoperta da Amanda, la figlia, che riesce in qualche modo a rassicurare. Poi c’è Mirco, il marito fin troppo comprensivo che passa sopra i suoi tradimenti. “Quando attacco il telefono vorrei togliermi di dosso quella strana sensazione di ormoni sulla pelle”. A pagina 20 questo è già un discorso pesante e completo ma i suoi risvolti, le sue conseguenze si capiranno soltanto alla fine.
Ad una scrittura veloce che sovrappone immagini del qui e ora e di un recente passato seguono spaccati della vita sociale di Eva, la sua lotta per riuscire a vivere dignitosamente. I clienti sono maschi che sentono un ingovernabile bisogno di tradire, di poter esprimere e vivere la parte scura che non manifesterebbero mai alle proprie compagne. Alcuni cercano la sfida, non si accontentano di qualche parolina, vogliono essere maltrattati e maltrattare, godono di ciò che sta al limite, che è malvagio, sordido, nascosto, peccaminoso. Una carrellata di scelleratezze a volte ridicole e a volte inquietanti come quella che coinvolge Luisa, una bambina di 16 anni nel pieno gioco di un triangolo sessuale. Solo quando dice “è stato bello sentirti godere”, diventa per Eva reale e tangibile. “È una voce fresca, frizzante, giovane…”, non è un’immagine mentale che ha bisogno di essere sostenuta per esistere. Eva, turbata, non riesce neppure a schiacciare lo zero, a premere il tasto di sicurezza secondo protocollo. Il contratto prevede che si rimanga nel virtuale, che non si facciano incontri fisici, che l’avventura non diventi pericolosa. Non per un’etica particolare ma per evitare al datore di lavoro l’accusa di istigazione alla prostituzione.
L’unico personaggio simpatico è un camionista di 22 anni che di notte attraversa l’Italia con il suo carico. Paolo, marchigiano, un tipo “vero, ruspante”, diverso dagli altri, che riesce quasi a fissare un appuntamento in autogrill con Eva. Una notte di pioggia nei pressi di Bologna Eva, per tenerlo sveglio, butta a caso: “se non avessi solo una bici come mezzo di trasporto, ti raggiungerei in autogrill e ti obbligherei a prendere un caffè”. Paolo rilancia. È disposto ad uscire dall’autostrada per incontrarla, ma lei tentenna. “Di che hai paura? Ci vediamo in un bar, mica a casa tua… per trumbà…”, risponde Paolo a modo suo. È uno che parla chiaro, non usa eufemismi. Per lui il sesso è una cosa naturale e non ha bisogno di camuffarlo con stratagemmi. Il suo problema è di riuscire a non addormentarsi e se continua a chiamare è solo “per dare un volto ad una voce che era in qualche modo entrata a far parte della sua vita”. Ma Eva si ritrae: l’intensità della preoccupazione per Paolo al volante sembra essere più di un’amicizia. In questa loro partita sono entrati inaspettatamente sentimenti ed emozioni. Eva, ricercata professionista del telemarketing, risponde alle voglie sotterranee di maschi che cercano il triviale ma rimane invischiata in una rete invisibile senza sapere il perché. Scopre che può piacere, che è desiderata, che può far girare la testa a chiunque, che è in grado di giocare duro se vuole, che può fare male, che il sesso non è solo questione di organi sessuali. Le sue armi sono la voce con cui crea il suo personaggio e un’immensa fantasia in grado di rispondere a qualsiasi perversa esigenza. Immersa nella sua parte ne diventa vittima. Dichiara che ha 32 anni, che è single e godereccia, che ha numerosi amanti e in ogni momento riesce ad apparire spensierata. Tiene per sé che di anni ne ha 40, una lunga cicatrice di un cesareo, fianchi e glutei appesantiti, che è sposata e che Amanda è la sua grande gioia. Eva è consapevole della propria ambiguità, sa che l’immaginazione, la bella donna che ha creato con la sua voce è diventata vera anche per lei, che gli uomini che incontra in linea lasciano delle tracce indelebili, dei residui nel suo intimo.
Spesso Eva mentre lavora chatta con gli amici. Allo stesso modo una sera si trova a litigare con Mirco, il marito nella camera a fianco che ha preparato una cena romantica. C’è tensione mascherata; a lungo andare la professione di Eva ha generato insicurezze e trepidazioni. Lui l’ha anche osservata in azione mentre cercava di eccitare i clienti. Saltano fuori vecchi discorsi irrisolti e Mirco no ce la fa più. Ma non è tipo che prende di punta la situazione ed Eva vorrebbe, avrebbe bisogno di un marito più deciso (“perché non mi dai della troia?…non riesco a continuare così, se non mi manifesti i tuoi sentimenti… ho bisogno di sapere quanto stai male”). Anche lei è prigioniera di una situazione che non riesce decifrare.
Se c’è un difetto nel romanzo è come Eva esce di scena. Dopo averla evocata e ben caratterizzata, dopo averci messo nella condizione di pensare come lei, il rimpianto è come ci abbandona. L’autrice avrebbe potuto scendere ancora più in basso nell’inferno di Eva perché, a questo punto, c’è desiderio di saperne di più del suo smarrirsi. E se un rimpianto possiamo avere è che non sia stato Zero, “un confine impalpabile fra il negativo e il positivo” il titolo di questa storia che si muove nelle acque torbide di una umanità che non sa amare.

N.d.R. Maria Genovese, Eva… vado un attimo all’inferno… ma poi torno, SBC edizioni, Ravenna 2009. Disponibile qui a 12 €.

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