Le differenti scene di New York

Carlotta Scioldo*

Bronx Museum of the Arts. Immagine di dominio pubblico.

Domenica 15 novembre, il museo del Bronx di New York, interessante dispositivo che cerca di fermare, mostrare, dimostrare e comprovare il flusso di vita che trova espressione in questo particolare e sofferto quartiere, è invaso da pubblici diversi.
Il pubblico di elite raffinata e qualvolta queer, ancora affascinato dai reading stile futurista di Performa 09, importante festival di performance art della contemporaneità mondiale, questa volta si trova rilegato nello stretto secondo piano, mentre il museo non riesce nel suo intento di intrappolamento e di rendere museale la vitalità creativa degli afroamericani del Bronx. Il vasto piano sotterraneo rimbomba di vita, di ritmi, di rime, di slang, la radice dell’hip hop prende qui forma, le collane d’oro del pubblico scintillano, i colori dei loro vestiti ballano… Il motto di Performa 09, “wake up New York”, suona come un gioco d’azzardo infondato. I simposi di argomenti artistico culturale su performance, architettura ed arti visive spesso non tengono testa a tutto ciò che questa città continuamente offre e ha già offerto; le nuove proposte performative con l’obbiettivo di “blur the life” si fanno deboli in confronto a tutto ciò che di per sé c’è già. Spontaneo e necessario.
Le proposte di affittare a casa, a domicilio, un performer con date competenze per alcune ore, di cacce al tesoro per la città per un solo spettatore alla volta, di revival di performance anni ’70, di danze che, decostruttuendosi, diventano immobili per ore, rischiano di offuscare cosa è veramente contemporaneo e scorre nelle vene. Grandi nomi come Mike Kelly, Deborah Hay, Dominique Gonzales Foster si propongono oggi qualvolta come autori qualvolta come curatori di eventi o di se stessi.
Nel resto della città con metodo e ostinazione i colossi dell’avanguardia americana teatrale offrono al pubblico le loro nuove produzioni: qui si respira la fonte di ciò che, seppur nato anni fa, riesce a rinnovarsi e darsi come contemporaneo intrinseco di forma. La forza della tecnica è camuffata dalla maestria dell’esperienza, la danza continua a muoversi di geometria perfetta seppur concettualmente strutturata, la drammaturgia esplora nuovi campi non rendendosi mai noiosa. Mentre Bob Wilson ripropone Quartet, questa volta con la nota Isabelle Huppert, e Lucinda Childs Dance con un cast differente da quello storico, Meridith Monk usa lo spazio dell’incantevole teatro del Brooklyn Festival per creare coreografie musicate che risvegliano lo spazio in modo del tutto nuovo, il Wooster Group con Viex Carre fugge in tournée in Europa per mancanza di fondi, Richard Schechner collabora con il più giovane Benjamin Mosse in Pitch proponendo un interessante montaggio di frammenti di testi in un bel gioco scenografico di luci nello storico teatro la Mama, Philip Glass squarcia le scene musicali con il suo nuovo studio su Kepler e Richard Foreman esplora i nuovi lidi della parola con Willem Defoe. I teatri sotterranei impazzano, il pubblico applaude soddisfatto, spesso in standing ovation.
Molti di questi teatri, quando non usati dalla principale compagnia, ora istituzionalizzata, seppur ancora considerata “off” o addirittura “off-off”, vanno in mano a progetti residenziali dove la “nuova generazione” di performers acquista spazio. Nei vari e diversificati tentativi molti sono interessanti e ben riusciti, in molti si vede il nutrimento e la radice della potente e al tempo dirompente avanguardia americana.
Festival di inizio autunno, quali Prelude 09, organizzato con la collaborazione dei dottorandi di studi teatrali, presentano nuove e vecchie compagnie della scena newyorkese nel fiorire delle loro proposte; il pubblico così può degustare velocemente, come davanti a una vetrina, cosa potrà scegliere nella futura stagione. Nel territorio della proposta commerciale il pubblico è tuttavia entusiasta e non mancano le spontanee occasioni di scambiare opinioni con le compagnie o gli organizzatori.

Times Square, New York, novembre 2009. Fotografia di Diego Meggiolaro.

Spesso tutto questo brulicare teatrale underground, off e off-off occupa pochi chilometri di Manhattan, ad est di Broadway, sotto l’ottava strada, il così detto Village, dove i lampioni sono più radi e di colore ambra. Attorno alla 42esima strada, Times Square, ombelico della città, dove il Nasdaq enuncia le sue quotazioni in tempo reale, così organizzando l’andamento del valore nel mondo, il “theather district” scintilla sfolgorante: è Broadway, con i suoi musical, i suoi storici casts, le sue storie, un pubblico spesso di turisti che cerca il biglietto dell’ultimo minuto…
Ma più sotto, sotto l’off, sotto l’off-off grida, seppure invisibile ai giornali ma essenziale per il grande pubblico, per la città, per la giornata di ogni pendolare e di ogni cittadino newyorkese, la vera arte performativa della città: cantanti, musicisti, cantautori, danzatori danno vita alla loro arte, energica quanto inspiegabile, nella vasta vita sotterranea della metropolitana. La performatività diffusa nei suoi flussi, riflussi e fughe dai teatri, entra nei piccoli bar, negli scantinati del Village, attorno ad un vecchio piano illuminato, nei jazz club dove il brulicare è perenne e il respiro è pieno di vita, diventa turistica e autocelebrativa nelle grandi parate di Halloween, dei veterani, di Thanksgiving della Fifth Avenue finché non rimane a sua volta intrappolata in qualche foto da documentario…

*N.d.R: l’autrice vive attualmente a New York.

Nulla Dies Sine Linea

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