Altai

Davide Picatto

N.d.R: questo articolo è stato pubblicato in origine sul blog Storie, narrazioni, sguardi obliqui il 25 novembre dove potrete leggere i commenti alla recensione lasciati da Wu Ming 1.

Altai, Wu Ming. Copertina.

Se ti ritrovi alle due del mattino coricato sul divano a leggere un libro quando il giorno seguente ti dovrai svegliare alle sette e mezza per andare al lavoro, beh, allora quel libro davvero ti appassiona: questa è legge.
L’ultimo romanzo dei Wu Ming, Altai, l’ho atteso a lungo, l’ho fortemente desiderato, l’ho prenotato, l’ho pagato l’assurda cifra di €19.50 (che diavolo sta passando per la testa delle case editrici?), l’ho divorato nello scarso tempo a disposizione rinunciando ad ore di sano riposo e l’ho lasciato depositare. Risultato? Non è uno di quei libri che rileggerei, non è una di quelle opere che raccomanderei caldamente. Qualcosa non mi è andato giù, qualcosa è andato storto nella lettura.
L’attesa era grande: dopo dieci anni ecco il seguito di Q, un romanzo che ha venduto parecchio e che ha fatto epoca, che letto al momento giusto ti mette fuoco al culo (ma anche se letto in altri momenti: ad ogni rilettura, negli anni, l’effetto rimane immutato) e che tutti gli ammiratori volevano ritrovare. Fortunatamente non è stato così. Nonostante i Wu Ming avessero annunciato il ritorno al loro esordio, nonostante la fascetta pubblicitaria che avvolge il volume e nonostante gli acchiappa lettori scritti un po’ ovunque, dalla quarta di copertina al più minuto commento su Facebook, il libro c’entra veramente poco con il diretto antenato. E gli stessi autori lo hanno precisato a più riprese.

Q, Luther Blisset. Copertina.

La distanza è segnata da aspetti banali e da altri più approfonditi: si va dal contesto geografico (dal centro Europa ci si sposta nel Mediterraneo Orientale) a quello storico (quindici anni dopo, dal periodo della riforma protestante all’Impero Ottomano pluriculturale dello scontro di civiltà con l’occidente); dai personaggi (da Q sono traghettati in Altai un vecchio Gert/Tiziano/Ismail, una defunta Donna Gracia ed un entusiasta Giuseppe Nasi) al loro peso (Ismail è una cornice di saggezza, ma sempre cornice è, mentre qui i veri protagonisti sono due: Emanuele de Zante/Manuel e, a ruota, Giuseppe Nasi); da una trama fitta, roboante, incalzante, ad una riflessiva, fatta di attese, di introspezione; da una scrittura viva, secca, sferzante, paratattica, ad una larga, avvolgente, descrittiva.
È un bene che Altai non sia una ridicola imitazione di Q: non avrebbe avuto senso, né dal punto di vista della dignità autoriale, né da quello del tempo trascorso. Quei dieci anni pesano, i Wu Ming li hanno vissuti alla grande, scrivendo altre storie, incontrando i lettori, lavorando sulla rete e redigendo memorandum sullo stato di una fetta della letteratura nostrana. Ne ero consapevole mentre strusciavo il bancomat in libreria, ne ero felice. Dopo 54, Manituana ed i romanzi solisti la strada non poteva avvolgersi su se stessa e tornare al principio. Tuttavia, alla fine, il confronto è stato inevitabile, e proprio per gli annunci degli autori e per le frasette commerciali che ci svelano un ritorno sul luogo del delitto.

La battaglia di Lepanto, 1571, Yogesh Brahmbhatt. Immagine di dominio pubblico.

Quello che mi ha fatto divorare Altai è la tensione verso il decollare degli eventi, l’attesa del botto, dell’azione incalzante. Quello che me non me lo farà consigliare (che non vuol dire sconsigliare, s’intenda) è l’assenza di uno sfogo per questa tensione accumulata durante la lettura: all’ultima pagina si è ancora troppo carichi. Dopo un inizio col botto la vicenda rallenta, diviene pura introspezione e lotta interna, con sullo sfondo un Mediterraneo variegato, mescolato di religioni, culture, colori, spezie ed odori diversi. Poi, lentamente, la vicenda riprende il flusso della Storia, i protagonisti lottano di astuzia, di ingegno, di diplomazia per influenzarla, ma delegano il suo svolgersi pratico ad altri. Quando poi sono catapultati nel vivo dell’azione, è troppo tardi: sono ormai testimoni passivi, impotenti. Gli eventi li soverchiano, li avvolgono senza che essi possano più interferire con essi (salvare una vita è tutto quello che può fare Manuel a Famagosta, parole di Ismail). Il finale arriva con la vertigine della Storia che li ha ormai sopraffatti.
Il libro è rimasto comunque una buona lettura, nonostante la delusione da aspettativa, da mancato sfogo. Il mondo Turco-Veneziano-Marrano in cui le vicende sono calate è di un fascino irresistibile, e la sua descrizione è sensuale. I riferimenti al mondo di oggi sono continui, evidenti, sia per quanto riguarda la Storia recente (persecuzioni, Shoah, Israele-Palestina, Occidente-Islam…), sia per quanto riguarda le tematiche (il ritorno alle proprie origini, la globalizzazione, la differenziazione culturale, l’immigrazione, il sogno di uno stato utopico, la xenofobia e l’intolleranza religiosa): insomma, non c’è carenza di argomenti forti, e nel testo serpeggia una grande umanità.
Peccato per il ritmo placido: ma questa è sicuramente una scelta ricercata. Mentre Q è un romanzo storico di avventura, Altai è costruito sull’introspezione del protagonista assoluto, Manuel.
Quindi leggetelo, ve lo sconsiglio.

Nulla Dies Sine Linea

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8 thoughts on “Altai

  1. Salvatore ha detto:

    Davide,
    sai che ti dico?: che per capire il paradosso con cui chiudi la tua magnifica recensione non ho altra scelta che comprarlo, Altai. Magari di seconda mano. Almeno sarà servita a qualcosa la tua passione di lettore tradito.

  2. Non vorrei fosse presa troppo negativamente questa recensione: ritengo Altai un libro da leggere per vari motivi (elencati nella recensione) che però mi ha deluso per altri.
    Mi incuriosisce comunque sapere che impressione ne può trarre qualcuno che non ha letto Q.

  3. simona brucoli ha detto:

    Io non ho letto ne’ l’ uno ne’ l’ altro…. in genere non leggo nemmeno le recensioni perchè voglio decidere da sola se legger eun libro oppure no. ciao

  4. Salvatore ha detto:

    Davide ti dirò su Altai. Non immediatamente: è un po’ che non leggo per piacere. Simona, condivido il tuo sospetto verso le recensioni che profumano l’ambiente e che hanno perso il senso della critica. A volte il meglio arriva da chi non ha niente da perdere e niente da guadagnare; da chi semplicemente legge con le proprie categorie e cerca qualcosa che gli serve. S.

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