Comunità monogenitoriali e politiche nel welfare italiano tra utopia e realtà quotidiana

Valeria Ferrero

Comunità monogenitoriali e politiche nel welfare italiano tra utopia e realtà quotidiana. Università degli Studi di Torino, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di laurea triennale, a.a. 2005-2006. Relatore: Mariani Anna.

Conclusioni

In questo elaborato ho indagato il percorso sociale delle donne sole con figli nel sistema di welfare italiano. Ho così predisposto una ricerca che ricostruisse i termini della parziale visibilità dei nuclei monogenitore, attraverso lo studio delle pratiche discorsive della politica italiana. Ciò che è emerso, a mio avviso, è un quadro che evidenzia non solo una scarsa tutela assistenziale per queste famiglie disagiate, ma anche una carenza di progetti volti a rendere autonome queste donne rispetto allo stesso sistema dei servizi sociali. La complessità del problema costituito dai nuclei monogenitoriali condotti da donne non ha trovato, quindi, riscontro nell’implementazione di adeguate politiche sociali. Gli interventi non sembrano aver eliminato il fenomeno della dipendenza economica dalla rete familiare e assistenziale, che da sempre caratterizza il corso di vita delle donne e che costituisce un elemento altresì esplicativo della povertà femminile.
Con questo non voglio certamente dire che i problemi delle madri sole siano frutto solo di una politica sociale sbagliata. “Nelle cose che succedono all’interno di una persona, esiste anche la parte individuale che concorre al proprio malessere. Voglio solo affermare che la socialità è una componente essenziale dell’essere persona. Quando si verifica il contrario, le persone stanno davvero male. Isolamento, come chiusura nella propria isola.” (Cominardi, 2005)
Nessun uomo è un isola, questo è un dato di fatto, ma al contempo è anche la base su cui è possibile sviluppare dei progetti. Questi presupposti, tradotti in azioni di politica sociale, significano portare all’attenzione un insieme di tematiche quali le azioni per le pari opportunità, la solidarietà, il volontariato e l’imprenditorialità solidale.
Il confronto costruttivo con i modelli delle politiche di welfare britannici, e ancor più svedesi, può aprire la strada per la promozione di una cultura attenta, che preveda strategie di sostegno accuratamente mirate e diversificate, al fine di rispondere alle necessità dei genitori soli. A mio avviso, sembra chiaro che la povertà sperimentata dalle madri sole non possa essere risolta all’interno di una logica di trasferimenti monetari passivi, ma necessita di un adeguato e mirato sostegno da parte delle politiche familiari e lavorative. Non dimentichiamo che in Italia le donne sono sottoposte ad una legge di mercato asimmetrica rispetto al genere: potrebbe essere utile a questo proposito riflettere sul fatto che i capitali e il mercato non dovrebbero essere al di sopra delle persone ma adattarsi alle esigenze di queste, dal momento che la società è fatta di uomini e donne, e non di prodotti.
È necessario che si “costruiscano” cambiamenti, tenendo presente ciò che può sembrare un’utopia. È impensabile e quanto mai incoerente lavorare nel sociale senza mirare all’idea di una possibile convivenza serena per tutti, con lo scopo di facilitare tutte le opportunità umane ad emergere. Il disagio vissuto dovrebbe essere esposto concretamente, ma in termini propositivi, non solo da coloro che non hanno doti a sufficienza per cavarsela adeguatamente nel contesto in cui vivono, ma anche e soprattutto, da chi opera nel sociale. Tutte le persone che hanno scelto di operare nel sociale dovrebbero produrre pensieri nuovi, partendo dalla considerazione che tutto ciò che è dannoso al benessere fisico, psicologico ed economico dell’uomo e della donna prima o poi si ritorcerà necessariamente contro chi lo ha messo in atto. A questo proposito, le mie riflessioni vanno a tutte quelle donne che hanno una percezione dei servizi sociali legata solo all’intrusività di questi ultimi. Certo, la percezione di molte utenti bisognose può essere giustamente considerata distorta, ma non dovremmo mai dimenticare di ascoltare le loro opinioni: anche le persone che si trovano a vivere, per molteplici ragioni, al di fuori delle regole comuni possono essere portatrici di verità. Penso che più si provi rispetto per le donne che vivono in situazioni precarie, più ci si possa sentire vicino a loro e le si possa facilitare ad acquisire un’identità sociale, individuale e genitoriale adeguata.
Per quanto riguarda l’ingresso di queste donne alla vita di Comunità o d’Istituto, in molti casi non scelta da loro ma imposta, ritengo opportuno riflettere sull’idea di una società che considera lecito inserirsi a volte nelle libere scelte di queste donne, che spesso dimostrano comunque di essere buoni genitori dal punto di vista affettivo. L’argomento è delicato e me ne rendo conto; per descriverlo in tutte le sue ambiguità vorrei fare accenno al film Provincia Meccanica (regia di Stefano Mordini. 2004, Italia, distribuzione Medusa). L’ipotesi del film è interessante e si domanda perché una famiglia che sceglie di vivere al di fuori dei canoni convenzionali debba andare incontro ad una società che si intrometta nelle sue scelte. La società è rappresentata da: un’assistente sociale che agisce con il benestare di autorità invisibili; un sindacalista che agisce schiacciato dagli ordini “dall’alto” e dai genitori di Silvia -la madre protagonista- che portano la figlia della donna a vivere nella loro casa. Silvia resterà sola con il figlio più piccolo e, distante dal marito, andrà in una Comunità di accoglienza per ragazze madri. È una storia emotiva che fa osservare le vicende da un punto di vista alternativo, cioè di chi finisce inconsapevolmente per diventare un nucleo familiare problematico dal punto di vista sociale.
Non è mai bello essere obbligati a rimanere in un Istituto perché qualcuno o le circostanze lo impongono; e questo soprattutto per i bambini.
Sono le ultime riflessioni che ho esposto che dovrebbero, a mio avviso, essere in qualche modo tenute a mente dagli educatori e da tutti coloro che operano nel sociale. Progettare la vita significa operare insieme, aggiungere significati per il cambiamento del contesto, creare spazi perché la persona possa sviluppare i suoi progetti conciliando autonomia, libertà e integrazione sociale. (Mariani, Santerini, 2002).
In conclusione, dopo queste personali riflessioni, vorrei ancora soffermarmi sulle problematiche esistenziali di queste donne, che come si è potuto vedere possono anche essere molto giovani. Lo smarrimento di queste donne nel sostenere da sole una gravidanza, spesso indesiderata, può essere espresso dalle parole di una canzone scritta nel 1976 da Francesco Guccini. Il titolo del testo è Piccola storia ignobile ed è stata composta proprio durante gli anni delle riforme sul diritto di famiglia cui ho accennato all’interno della tesi, anni in cui la percezione di queste donne era ancora legata all’idea di disonore.

Piccola storia ignobile

“ Ma che piccola storia ignobile
mi tocca raccontare
così solita e banale come tante,
che non merita nemmeno due colonne sul giornale.
[…]
Che non merita nemmeno l’attenzione della gente
quante cose più importanti han da fare
se te la sei voluta a loro non importa niente
[…]
Ma se tuo padre sapesse quale è stata la tua colpa
rimarrebbe sopraffatto dal dolore
uno che poteva dir: «guardo tutti a testa alta!»
immagina sapesse appena il disonore.
Lui, che quando tu sei nata,
mise via quella bottiglia
per aprirla il giorno del tuo matrimonio
[…]
Se solo immaginasse la vergogna
[…]
E pensare a quel che ha fatto per la tua educazione:
buone scuole,e buona, e giusta compagnia.
Allevata nei valori di famiglia e religione,
di obbedienza, castità e cortesia.
Dimmi allora quel che hai fatto
chi te lo ha mai messo in testa?
Dimmi dove e quando l’ hai imparato?
[…]
Di certe cose qui non si è mai parlato.
[…]
E tua madre
che da madre qualche cosa l’ ha intuita
[…]
lei da donna onesta “l’ ha fatto” quasi sempre per dovere.
[…]
E di lui non dire male,
sei stata anche fortunata,
in questi casi sai, lo fanno in molti.
Si lo so,
quando l’ hai detto
come si usa ti ha lasciata.
Poi ha ragione, non potevi dimostrare
che era suo.
Ma ti ha trovato l’indirizzo e i soldi,
e poi non sei neanche minorenne;
ed allora questo sbaglio è proprio tuo:
noi non siamo perseguibili per legge.
[…]
Se te la sei voluta cosa puoi mai farci adesso
che i politici han ben altro a cui pensare…”.

Nulla Dies Sine Linea

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