Campi Bisenzio, 12° vertice antimafia

Maria Genovese

21 Novembre 2009 – 12° Vertice Antimafia di Campi Bisenzio

Anche quest’anno si è svolto il consueto vertice nato nel 1999 per volontà di Antonino Caponnetto, e che continua ad essere portato avanti dalla Fondazione Caponnetto a Campi Bisenzio presso la limonaia che porta il nome del magistrato.
Campi Bisenzio. Un piccolo comune della provincia di Firenze, che da tempo ha preso la consapevolezza del fatto che la mafia non è un fenomeno locale che fa scempio del sud, ma una precisa responsabilità dell’intero Paese. Un paese che stenta ancora oggi a prendere coscienza del fatto che la mafia è ormai sistema diffuso, che rischia di intaccare istituzioni e tessuto sociale anche delle realtà più sane. Consapevolezza importante che deve diffondersi rapidamente, per evitare la pericolosa sottovalutazione di un problema che non riguarda più da tempo il solo Sud.
L’entità di questa sottovalutazione diventa drammaticamente evidente ed eclatante, se osserviamo gli ambiti europei: essendo considerato problema specifico dell’Italia, la vita di chi vive sotto scorta per la sua attività contro la mafia in Belgio improvvisamente diventa sicura. È quanto accade a Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela che, in occasione delle ultime elezioni europee, ha lasciato l’incarico per diventare europarlamentare. “Saro” come lo chiamano gli amici della Fondazione, una volta superati gli italici confini perde automaticamente il diritto alla scorta. In Europa il pericolo mafioso miracolosamente scompare. Eppure appena due anni fa la Germania ha vissuto una strage che portava la firma della ‘Ndrangheta (Duisburg, agosto 2007).
In un mondo globalizzato, caratterizzato dalla velocità di scambi, comunicazione, spostamenti di cose e persone, è assolutamente miope, se non ingenuo, pensare che un sistema come quello mafioso, che nella corruzione trova la sua linfa, possa fermarsi di fronte ad un confine che tra l’altro non esiste più.
La mafia si è globalizzata ma non si è altrettanto globalizzata la lotta alla mafia”, ha dichiarato Debora Serracchiani.
Questo diventa quindi il preciso impegno dichiarato dai tre membri del parlamento europeo presenti al vertice, Rosario Crocetta, Sonia Alfano e Debora Serracchiani: rendere consapevole la Comunità Europea dell’esistenza di un problema che solo insieme può essere affrontato perché possa essere superato.
I volti e i nomi che si susseguono sul palco prendendo la parola e snocciolando fatti e propositi sono numerosi. E da capogiro: Crocetta, Diana, Alfano, Lumia, Grasso…
Piero Grasso. Per circa trenta minuti cattura l’attenzione dei presenti con uno dei discorsi più ispirati ed arrabbiati che il vertice (e non solo) ricordi: “Come cittadino sogno di liberarmi da un incubo: milioni di processi civili e penali che giacciono in uffici deserti e mal attrezzati, destinati ad essere definiti chissà quando. Mi risveglio dall’incubo e sento parlare di riforma della giustizia e spero che si ponga finalmente rimedio a questa situazione“. Ma il risveglio è peggiore dell’incubo stesso: il processo breve. Una riforma della giustizia che anziché snellire la procedura abbrevia “d’ufficio” i processi, diventando di fatto una prescrizione: è assolutamente inverosimile che dei processi riescano a vedere conclusione nel tempo di due anni per grado di giudizio.
E peggio ancora, per finanziare il “processo breve”, un emendamento dell’ultima ora in finanziaria obbliga la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia che entro 120 giorni non vengono assegnati a fini sociali: matematicamente impossibile che ciò accada. I tempi tecnici sono troppo lunghi, per cui inevitabilmente questi beni verranno venduti: quale sarà la probabilità che ciò possa avvenire in un normale clima di libera concorrenza? Secondo Piero Grasso “in un momento di crisi come questo, solo la criminalità organizzata ha la liquidità sufficiente per partecipare alle aste pubbliche e il potere di intimidazione tale da far andare le aste deserte per favorire i prestanome”.
Se a questo aggiungiamo lo scudo fiscale che consente il rientro in Italia dei capitali detenuti illecitamente all’estero e il ddl sulle intercettazioni secondo cui non si potranno iniziare le indagini in assenza di evidenti elementi di colpevolezza (“queste indagini si avviano da intercettazioni ambientali su notizie di reato che non hanno connotati mafiosi”: Piero Grasso in Commissione Giustiza 24/11/2009), il cerchio si chiude intorno ai regali offerti alla mafia da questo governo. E la rabbia di chi lavora da tempo contro la mafia è scontata, oltre che giustificata.
Dopo l’intervento di Piero Grasso è difficile tornare a prendere la parola, tra gli applausi di una sala che saluta in piedi le parole del procuratore antimafia. Ma il vertice procede, e procede la passerella di nomi che hanno il sapore di “vip”. Ad un’osservazione superficiale.
Nomi di figure che diventano icone: e qui l’errore di fondo di noi “comuni mortali”. Perché ad osservare tutti loro a distanza ravvicinata è evidente tutta l’umanità di persone che non hanno scelto una vita speciale, non hanno chiesto di diventare “eroi”, l’umanità di persone che avrebbero diritto ad una vita normale in un mondo normale, dove la mafia è l’eccezione e non qualcosa con cui alla fine dei conti bisogna convivere.

Nulla Dies Sine Linea

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