La massa critica

Giovanni Guizzardi

Galileo Galilei, ritratto di Justus Sustermans, 1636. Immagine di dominio pubblico.

Fin da bambino sono stato educato a disprezzare la quantità. Era meglio fare poche cose bene che tante male, era il bel gesto quello che contava, la qualità non aveva prezzo, non era importante quanti soldi avevi, ma come li spendevi. Perle di saggezza popolare, a prima vista. Al di là di un generico senso comune, però, si trattava di zavorra ideologica e moralistica che troppo a lungo mi ha impedito di interpretare la realtà in modo più efficace. Se è indubbio infatti che è meglio che qualcosa sia di qualità buona piuttosto che cattiva, è altrettanto vero che la natura della qualità ha basi quantitative. In altre parole, la qualità è solo un effetto e da sola non può darci ragione di nulla. Non c’è bisogno di scomodare Richard Feynman e la teoria quantistica, anche Dio parla il linguaggio dei numeri. Lo aveva intuito già tanto tempo prima Pitagora, ma la scoperta fu di Galileo. Quella sottile trama di nessi invisibili che lega l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo è la matematica. La grande rivoluzione galileiana è il passaggio dalla descrizione verbale dei fenomeni alla loro misurazione, cioè dalla soggettiva qualità alla oggettiva quantità. I criteri dell’oggettività e dell’invarianza sono alla base della possibilità di formulare leggi generali che diano ragione dei fenomeni naturali.
Ogni giorno il sistema immunitario di ogni essere vivente distrugge numerosissime cellule difettose. Nulla di strano, è il suo lavoro. Se non ci riesce, però, le sopravvissute si riproducono. Per un po’ la loro crescita non provocherà sintomi, poi, apparentemente d’improvviso, quei sintomi compariranno. Ciò accadrà quando quelle cellule saranno diventate così tante da costituire un problema. Solo allora un medico dalla faccia forzatamente serena diagnosticherà con pacata mestizia un tumore.
Ogni anno, nel mio lavoro di insegnante, si ripresenta a settembre un’angosciosa domanda: “Come sarà la prima?” Due anni fa era di pessima qualità, l’anno scorso era meravigliosa, quest’anno fa nuovamente schifo. Eppure, tutti gli anni, non mancano fra i nuovi allievi gli elementi di indiscutibile valore. Ciò però che ha reso la prima dell’anno scorso meravigliosa è stata la quantità di bravi ragazzi che ne facevano parte: non erano migliori di quelli dell’anno prima o di quelli dell’anno dopo, erano solo di più. Quest’anno infatti ce ne sono così pochi che, come per incanto, al problema didattico si è abbinato il problema disciplinare, perché come è ovvio chi non capisce niente fa del casino e chi fa del casino continua a non capire niente. Se poi a fare del casino sono in troppi, il danno è collettivo perché nessuno capisce più niente. Se fossero di meno, il gruppo riuscirebbe a gestirli e col tempo a integrarli, se però superano un certo numero, diventano massa critica e rendono la classe simile a loro.
La madre di mia figlia è nata a Napoli e là ha abitato per quarant’anni. Grazie a lei ho conosciuto quella famosa città, frequentandola assiduamente per un lungo periodo. Non so quante volte ho parlato con la mia compagna dei mali di Napoli, della sua violenza, della sua sporcizia, della sua ignoranza, sebbene né lei, né i suoi familiari, né i suoi amici napoletani siano violenti, sporchi o ignoranti. Quando è venuta a vivere con me si è accorta che di napoletani a Bologna ne vivono veramente tanti, e che non pochi di loro si riconoscono subito non solo per l’accento, ma anche per il volume della loro voce e per l’aspetto inurbano e poco rassicurante. Tuttavia la mia compagna conviene che non c’è paragone fra la qualità della vita di Bologna e quella di Napoli. Soprattutto nota che di delinquenti ce ne sono ovunque, ma a Napoli gli onesti vivono nel terrore di essere derubati, rapinati, taglieggiati, o più banalmente di essere vittime di qualche comportamento aggressivo e deviante, mentre a Bologna solo i paranoici nutrono simili timori. L’unica spiegazione che riusciamo a darci di questo mistero è che di violenti, cafoni, farabutti e ignoranti ce ne sono dappertutto, ma a Napoli un bel po’ di più, e fanno tendenza.
Un extracomunitario entrato clandestinamente in Italia e dedito alla prostituzione, allo spaccio o al furto è un caso umano. Cinquecentomila sono un caso politico. Cinque milioni sono una catastrofe nazionale.
Similmente, un elettore della Lega è un caso umano, cinquecentomila sono un caso politico, cinque milioni sono una catastrofe nazionale.

Carlo Maria Cipolla, Allegro ma non troppo. Copertina.

C’è quindi un limite oltre il quale un gruppo, di qualunque tipo e dimensione, non può sopportare al proprio interno elementi destabilizzanti senza che l’insieme si deteriori. Ma qual è quel limite? Secondo Carlo Maria Cipolla il limite non c’è. Nel suo ormai classico volumetto Allegro ma non troppo (Ed. Il Mulino) il celebre storico dell’economia enuncia le cinque leggi della stupidità umana, sostenendo che per quanto alto sia il numero di stupidi che crediamo facciano parte di un insieme, noi sempre ne sottostimiamo la reale quantità. Il caso presentato da Cipolla è altamente significativo, giacché egli definì stupido uno che fa del danno agli altri senza ottenere alcun vantaggio per sé (in caso contrario sarebbe un delinquente). Ora, secondo la teoria dei giochi un delinquente produce un gioco a somma zero. Infatti ciò che la vittima di un delinquente perde, il delinquente lo guadagna, e quindi alla fine, se pur in modo iniquo ed immorale, i conti tornano. Se però il danno lo fa uno stupido, i conti non tornano più perché a guadagnarci non è nessuno, e quindi c’è una perdita generale del sistema.
Con tutta probabilità Cipolla però si sbagliava. Infatti esiste la “Legge 80/20”. Si tratta di una legge empirica, formulata da Joseph M. Juran, ma che è nota anche con il nome di principio di Pareto (o principio della scarsità dei fattori), e che è sintetizzabile nell’affermazione: la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause. Ciò non induca però a tirare un sospiro di sollievo, giacché non significa che di stupidi ce ne sono pochi, ma che ne bastano pochi per fare danni enormi. Le cifre ovviamente sono indicative, ma sembra che bastino venti imbecilli per far saltare un sistema dove operano ottanta persone in gamba. Francamente, non stento a crederlo. Per fortuna i numeri sono oggettivi, per cui il discorso è perfettamente ribaltabile. Infatti secondo Cipolla una persona intelligente è quella le cui azioni producono beneficio agli altri ed anche a sé, per cui forse c’è una debole speranza per il futuro. A patto che in Italia ci sia almeno un 20% di persone intelligenti. Per il momento, non sembra proprio.

Nulla Dies Sine Linea

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2 thoughts on “La massa critica

  1. Dario Tozzoli ha detto:

    Non esistono solo 1) gli INTELLIGENTI, che riescono ad acquisire vantaggi avvantaggiando gli altri; 2) gli STUPIDI, che hanno la prerogativa di saper danneggiare gli altri danneggiando se stessi e 3) i DELINQUENTI, che traggono vantaggio dal danneggiare gli altri; ma anche 4) gli SPROVVEDUTI che hanno l’incredibile abilità di avvantaggiare gli altri dannegiando se stessi.
    Certo nel nostro malaugurato paese gli intelligenti sono decisamente in netta minoranza.
    Comunque l’autore di questa caratterologia non è Carlo Maria Cipolla ma uno psicologo di cui non ricordo il nome.
    In ogni caso complimenti a Giovanni Guizzardi per l’ottimo articolo. Per chi volesse poi approfondire il discorso quantità/qualità (in chiave esoterica) può leggersi “Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi”, Milano, 1982, di René Guénon. Un saluto a tutti i lettori di Linea.

  2. Giovanni Guizzardi ha detto:

    Grazie per i complimenti e per il consiglio. Purtroppo però sono affetto da una malattia rara e gravissima: non appena sento il nome di René Guénon sono preso dai crampi allo stomaco, mi trasformo in un orco e cerco di impiccarmi col serpente Kundalini.

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