La battaglia che salvò l’Occidente

Davide Picatto

La prima pagina de La Padania, 29 dicembre 2009.

Martedì 29 dicembre, in piena campagna contro “l’odio politico” e contro chi inneggia alla violenza dai banchi del Parlamento, dalla stampa d’opposizione e dalle pagine di Facebook, La Padania, quotidiano di partito diretto da Umberto Bossi, si dà alla Storia.
Un’altra Lepanto per fermare l’Islam il titolo a tutta pagina sulla prima. Mentre Al Qaeda rialza la testa si pensa a quello che avvenne nel 1571, quando Pio V promosse la Lega Santa. La battaglia di Lepanto fermò l’ondata islamica in Occidente. Oggi, invece, la chiesa appare arrendevole. A centro pagina il dipinto di Paolo Veronese che illustra l’evento è sormontato da un altro titolo: La battaglia che salvò l’Occidente.
Il 7 ottobre del 1571 nelle acque di Lepanto si scontrarono le flotte dell’Impero Ottomano e della Lega Santa. Riprendendo lo spirito delle crociate, papa Pio V era riuscito miracolosamente a porre sotto un’unica bandiera 79 galee provenienti dalla Spagna (soprattutto dai Regni di Napoli e Sicilia), 28 da Genova, 12 dalla Toscana, 3 dal Ducato di Savoia e l’esigua flotta dei Cavalieri di Malta oltre alle 50 imbarcazioni fornite da Venezia, delle quali fondamentali furono 6 grandi galeazze pesantemente armate. Lo scopo della Lega era di portare soccorso a Cipro, allora sotto dominio veneziano, invasa dai Turchi che avevano posto l’assedio alla città di Famagosta. La flotta in realtà non raggiunse mai l’isola: il 14 di agosto si trovava ancora a Napoli dove Giovanni d’Austria, il comandante delle forze cristiane, stava ricevendo il vessillo benedetto dal pontefice, mentre Famagosta era ormai caduta. L’assedio era stato durissimo e Lala Kara Mustafa, il comandante ottomano, aveva perso 52.000 uomini quando il 1° di agosto la guarnigione veneziana si arrese con la promessa di poter lasciare Cipro. La promessa non fu tuttavia mantenuta: i turchi accusarono i nemici di aver trucidato alcuni prigionieri, il 17 agosto Marcantonio Bragadin, capitano della fortezza che aveva più volte rifiutato proposte di pace, venne scorticato vivo e i veneziani furono incatenati ai remi delle navi ottomane.
Nonostante la caduta di Cipro, il maltempo e la brutta stagione alle porte, la flotta cristiana navigò incontro a quella nemica giungendo il 6 di ottobre davanti al golfo di Patrasso.

La battaglia di Lepanto, dipinto di Paolo Veronese, 1528-1588. Immagine di dominio pubblico.

Il giorno successivo più di duecento navi per parte si trovarono schierate con oltre duecentomila uomini a bordo fra rematori, marinai e soldati. La battaglia durò cinque ore e, nonostante lo strano comportamento di Gianandrea Doria che si allontanò dallo scontro per poi rientrarvi in seguito contribuendo alla rottura dello schieramento nemico, comportamento che portò alcuni ad accusarlo di vigliaccheria e di aver tentato di salvaguardare le imbarcazioni genovesi, che furono tra le meno colpite da perdite, e che gli procurò una minaccia di morte da parte del Papa nel caso in cui avesse messo piede a Roma, la flotta Ottomana fu sconfitta: 80 galee e 27 galeotte turche affondate, altre 130 barche catturate, 30.000 caduti, 8.000 prigionieri, 15.000 cristiani liberati dai banchi avversari. Grande contributo alla vittoria della Lega fu portato dall’uso strategico che questa fece delle 6 galeazze veneziane, grosse imbarcazioni poco maneggevoli ma anche difficilmente abbordabili che, posizionate al centro del campo di battaglia come esca, furono scambiate da Mehmet Alì Pascià, l’ammiraglio turco, per navi da carico: in realtà erano state pesantemente armate di cannoni ed equipaggiate di numerosi archibugieri che fecero strage di nemici.
Mehmet cadde durante la battaglia e la sua testa venne innalzata sull’albero dell’ammiraglia spagnola. Non subirono sorte migliore i prigionieri turchi: molti vennero trucidati dai veneziani anche per vendicarsi di Famagosta. Don Giovanni D’Austria inviò ovunque imbarcazioni per portare la notizia e nelle città cristiane fu solennemente festeggiata la vittoria.
La flotta turca, con un’ottantina di unità rimaste, fece ritorno a Costantinopoli guidata da Uluc Alì, ovvero Giovanni Dionigi Galeni, detto Occhialì, un rinnegato di origini calabresi convertitosi all’Islam, futuro ammiraglio. Non era l’unico “turco” di origini cristiane: da sempre l’Impero Ottomano cercava fra gli abitanti dei Balcani i giovani migliori per farli entrare nel corpo dei Giannizzeri, il corpo d’élite, la guardia personale del Sultano, e nelle fila burocratico-amministrative dello stato dove parecchi ricoprirono la carica di visir. Gli stessi pirati barbareschi avevano sovente origini cristiane, e non di rado capitava che un prigioniero abbracciasse l’Islam per ottenere la libertà e la possibilità di crearsi una nuova vita: uomini nati privi di speranza una volta catturati facevano presto a rinnegare un misero passato in cambio di una nuova carriera in qualità di mercanti o di corsari.
Nonostante la sconfitta fosse stata un duro colpo per la Sublime Porta, la prima vera sconfitta della flotta Ottomana che seguiva di pochi anni la disfatta nell’assedio di Malta, e nonostante l’iniezione di fiducia e morale che la vittoria portò nelle terre cristiane, che presto però tornarono alle loro divisioni nazionalistiche, la battaglia di Lepanto altro non fu che un evento bellico da inserirsi in un quadro più ampio che aveva determinato la conquista turca di Cipro e, quindi, una vittoria complessiva da attribuirsi al grande impero “multietnico”. Certo è che l’incredibile avanzata dell’Impero Ottomano subì una battuta d’arresto nel Mediterraneo Occidentale. La sua decadenza era ancora però lontana dall’arrivare: in sei mesi la flotta venne ricostituita mentre la Lega fu sciolta per timore spagnolo che Venezia si avvantaggiasse troppo della vittoria, la Serenissima continuò a perdere i suoi possedimenti nell’Egeo ed il Sultano arrivò ad assediare una seconda volta la città di Vienna nel 1683.
Secondo alcuni cronisti il Sultano reagì a Lepanto perdendo il sonno per tre giorni, secondo altri invece commentò che gli era stata bruciata la barba, ma che con il tempo sarebbe ricresciuta.

Nulla Dies Sine Linea

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5 thoughts on “La battaglia che salvò l’Occidente

  1. livius ha detto:

    …mi chiedo quanti lettori della Padania colgano il riferimento (contraddittorio ed inutilmente strumentale a questo punto) che hai ben descritto tu…
    la maggior parte si sentirà orgogliosa di avere un qualche tipo di vago suffragio storico al suo agire (commissionato agire).
    una piccola parte sfoglierà il libro delle medie nel quale troverà poche notizie (in stile calcistico) del tipo: Cristiani 1, Islamici 0 e sarà felice come sopra ma anche orgogliosa della propria arguzia.
    una piccola parte della piccola parte chiuderà un occhio in nome degli alti fini che una tale propaganda ha in seno.
    Altri, molti altri, spero… scuotono il capo sospirando.

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