Marcel Proust a Torino

Salvatore Smedile

Marcel Proust, dipinto di Jacques-Emile Blanche. Museo d'Orsay, Parigi. Immagine di dominio pubblico.

In inverno Torino tira fuori quel tormento di un’epoca che se ne va senza rimpianti. Il freddo umido pesa più di quello che dovrebbe pesare. In centro, pur chiusi da lunghi portici che solo apparentemente proteggono dal gelo, viene voglia di infilarsi nei bar e vivere senza precisi programmi, stare in attesa degli eventi o immaginare di trovarsi in un altro secolo. Chiedersi per gioco a quale casta si sarebbe appartenuti, se la nostra esistenza sarebbe stata più facile o difficile, avventurosa o noiosa. Spiare con discrezione i camerieri addobbati nelle loro comiche livree, fantasticare uomini illustri che sono passati da qui lasciando nell’aria deboli segni della loro presenza.
Marcel Proust lo vedrei bene a zonzo per caffè esclusivi, belle sensazioni, futilità che darebbero senso ad una vita sfuggente come una faina. Refoli di vento che vanno e non tornano più. Attimi. Rendez-vous con cioccolate calde montate a mano, giusta dose di fecola, di latte e di cacao, zuccherose quel tanto da lasciarle amarognole e suadenti, persuasive, invitanti. Non eccedenti nel dolce, non mortificanti, un gradevole che sta al confine di sensazioni che si rivelano una sorpresa, una meraviglia, una memoria antica. Da solitari o in compagnia, pronti per un itinerario di parole. Forse il più completo e più economico dei viaggi. Un discorso tira l’altro e via… un altro luogo, un desiderio, un rimpianto, un sogno, un fantasma che diventano realtà più della realtà, al di là delle percezioni e al di là dei sensi. Un corpo che ha piacere di essere corpo ma anche mente, capace di pensare e di sapere di pensare l’effimero, l’inconcludente. E anima, per fondersi in tutto questo per guardarlo e goderlo appieno.
Eccolo, Marcel, che passeggia sotto i portici spiando tra le vetrine dei bar. Non fa solo freddo: piove un misto di acqua e neve. Ma non c’è da preoccuparsi con questi marciapiedi coperti che sono un vero salotto di strada. Qualsiasi tempo faccia la gente ha voglia di stare fuori, di guardarsi intorno, di capire cosa c’è di nuovo in città. A volte non c’è nulla; a volte è tutto così insolito e diverso. La nebbia non si vede quasi più ma oltre la nebbia ci sono ancora delle cose da scoprire, delle atmosfere, dei climi, delle situazioni. Predomina il piacere di guardare e di farsi guardare. Dici Torino e dici portici. Flusso di persone, zona intermedia tra casa e strada, camminatoio pubblico senza distinzione di razza e di ceto, dormitorio per chi non ha una dimora, luogo privilegiato per suonare o per chiedere l’elemosina. Massima esaltazione per esibizionisti: non c’è nulla di meglio di un portico per farsi notare in qualsiasi giorno dell’anno. Massima espressione dello spirito borghese.
Ma in quale bar entrerebbe Marcel Proust? Non sto cercando una trama per un racconto: è che Torino d’inverno ispira decadenza, fine di un’idea del mondo che non ha più nulla da dire, scampoli di una gloria che fu e che non tornerà mai più, piacere sconfinato del bello in sé, celebrazione delle piccole cose quotidiane che appartengono ad un certo stile subalpino. Falso e cortese? No, non può essere…Torino è Torino, un unicum, un mondo a sé che non c’è più, dissolto nelle sue recentissime forme urbane.
C’è una cosa da cui Marcel si farebbe assolutamente tentare: riusciamo ad indovinare in quale pasticceria comprerebbe dei marron glacé? Di uguali non ce n’è; sono tutti diversissimi nella confezione e nel gusto. Adoro presentarmi improvvisamente dai miei amici con una confezione di queste delicate prelibatezze. Numero pari: due, quattro o sei. Di più non me la sento. Certo potrei anche prenderli di scarto, quelli che non sono rimasti interi durante la lavorazione e che non possono essere venduti a prezzo pieno. Ma come presentarmi da Irene senza che anche l’occhio abbia la sua parte? Non me lo perdonerebbe mai. Lei così altera, disdegnosa delle cose senza anima. Eppure sono tutte castagne di prima scelta e le mani del pasticciere sono sempre le stesse. Non cambia nulla. Quasi quasi lascio perdere e mi porto a casa i marroni a metà prezzo. Bisogna acquisire un po’ di comunissima praticità per godersi i piaceri della gola senza dissanguarsi. Lo stile non ne risentirebbe comunque. Una volta che si sciolgono in bocca il gusto è sempre quello.
Sarà poi vero che Torino, come suggerisce Fred Kapner, è “l’ex città più triste del mondo?”.
C’è da credergli o è una trovata pubblicitaria? Il freddo umido sta tornando con la solita intensità e indifferenza e aumenta il desiderio di evasione, di luoghi tiepidi, temperati, caldi. Qualcosa bisogna pur inventarsi per sopravvivere: viaggiare con le papille gustative seduti su comode poltroncine di un locale storico conversando su questioni classiche del mondo: Quando tornerà la primavera? Nevicherà domani? È finito il grande freddo? Per quanto tempo ancora si troveranno marron glacé lavorati a mano? Sino a quando resisteranno gli ultimi bagliori di una fin du siècle che ostenta dominio di una forma che non è più?
Marcel, solo tu che conosci la decadenza e i suoi risvolti potresti rispondere con animo pacato. A noi rimane la fretta del presente e l’urgenza di questioni indelicate.

Nulla Dies Sine Linea

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2 pensieri su “Marcel Proust a Torino

  1. urzeneurzene ha detto:

    Sei proprio sicuro che entrerebbe da Baratti o cercherebbe un bar meno in vista ma più nascosto, intimo, esoterico, propriamente letterario?
    S.

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