L’etica della trasgressione

Giovanni Guizzardi

Stamattina mi sono affacciato alla finestra di un’aula della scuola dove insegno e ho guardato in basso. Sotto c’è un ampio prato che circonda l’edificio su tutti e quattro i lati. Una mia alunna mi ha fatto notare che era tutto sporco di cartacce e bottiglie vuote di plastica. Sono certo che, zoomando, avremmo potuto ammirare anche cicche e pacchetti vuoti di sigarette. Per difendere chissà perché l’operato dei nostri collaboratori scolastici ho commentato che la pulizia del prato non è compito loro, ma della proprietà, cioè dell’amministrazione provinciale, che ovviamente avrà un contratto d’appalto con una qualche ditta che passerà ogni tanto a far finta di pulire. La mia alunna ha osservato sommessamente che però tutta quella robaccia qualcuno l’aveva buttata dalle finestre della scuola. E certo, abbiamo convenuto, se gli studenti fossero un po’ più educati, se la sorveglianza durante gli intervalli e nei corridoi fosse più attenta, se ogni tanto i bidelli pulissero anche se non tocca a loro, tutto quel merdaio non ci sarebbe.
La cosa è finita lì, ma poi mi sono domandato che cosa mai la dirigenza della scuola avrebbe potuto fare per rimediare. Circolari minacciose? Pene severe? Nuove norme del regolamento interno che vietino questo o quello? O patetiche e moralistiche trovate estemporanee come quella dell’anno scorso, che ha costretto a turno due alunni di ogni classe a spazzare il cortile interno ricoperto di mozziconi di sigarette? Tutto inutile. L’unico modo per evitare che quel prato si trasformi in una discarica è che nessuno lo sporchi, cioè che si manifestino in tutti buone abitudini, buoni comportamenti, buone maniere. Mi scappa da ridere. Eccomenò, se tutti pagassero le tasse ognuno ne dovrebbe pagare molte di meno; se tutti mangiassero più pesce il pesce costerebbe un po’ di meno (perché nel prezzo non sarebbe compreso l’invenduto); se nessuno rapinasse le banche non rischieremmo ogni volta che entriamo nella nostra filiale di restare prigionieri di complicati sistemi di sicurezza nell’apertura delle porte; se ci fosse giustizia a questo mondo le arance maturerebbero d’estate così ci potremmo fare delle dissetanti spremute; se infine il proverbiale nonno avesse le ruote, sarebbe un tram.

Mars attacks, locandina.

A parte alcuni eremiti, sempre più rari, tutti gli uomini vivono all’interno di una comunità.
Più essa è piccola, più agisce in modo da condizionare i comportamenti dei singoli individui che la compongono. Per esempio, non è facile in un piccolo paese indulgere in pratiche adulterine senza che in breve tempo se ne sorrida in piazza. E infatti è nelle grandi città che si manifestano con maggiore frequenza fenomeni di devianza dalle regole condivise, al punto che, se tale devianza cresce oltre misura, non ha più senso parlare di condivisione. La xenofobia nasce da qui. È vero quanto sentenziò Giulio Cesare, secondo il quale “homines timeunt quod nesciunt”, per cui la paura nasce dall’ignoranza, ma è anche vero che per qualunque animale ogni scarto rispetto alla realtà a lui nota può rappresentare un potenziale pericolo. Abbiamo visto tutti da piccoli almeno un film western in cui lo scout Orso Bianco si ferma di colpo mentre cammina in mezzo al bosco e si guarda attorno con circospezione, quindi fa un gesto secco con la mano per fermare quelli che stavano camminando dietro di lui e stringendo gli occhi sentenzia: “Animali di bosco tutti silenzio, questo molto strano!” Magari gli animali di bosco per una fortuita coincidenza avevano deciso in quel momento di starsene muti perché dovevano meditare sulla caducità dell’essere, ma è più probabile che quell’insolito silenzio sia presago di sventure. E se gli indios di Santo Domingo avessero invitato a cena Colombo e tutti i suoi marinai e se li fossero mangiati, si sarebbero risparmiati un sacco di guai. Resto inoltre convinto che gli alieni del film Mars attacks siano persone ragionevoli e di grande buon senso, e che il regista Tim Burton la pensi come me.

I Teletubbies. Per informazioni sul copyright cliccate sull'immagine.

I comportamenti collettivi però non mutano da un giorno all’altro, così come le opinioni più in voga. Certo, c’è sempre un lento mutamento, ma così lento che solo guardando indietro di decine d’anni è possibile accorgersi della differenza. Ciò naturalmente fa sì che coloro che non hanno ancora troppi anni sulle spalle non abbiano di ciò una percezione diretta, ma solo mediata dall’esperienza altrui, tanto da potersi illudere che nulla cambi mai o al contrario che tutto possa cambiare all’improvviso. È per questo che i Teletubbies vogliono sempre che tutto si ripeta identico all’infinito ed è per lo stesso motivo che i movimenti rivoluzionari sono pieni di giovanotti senza un passato.
La velocità del mutamento è inversamente proporzionale all’efficacia del controllo sociale su comportamenti e opinioni collettive, il che spiega perché esso è più lento e faticoso in un piccolo paese di provincia piuttosto che in una grande metropoli. Il conformismo sociale dà coesione al gruppo e gli garantisce sicurezza e senso di appartenenza. Nel corso dei secoli le religioni hanno contribuito grandemente a consolidare criteri condivisi di comportamento (cioè sistemi etici) e se per secoli in Europa si sono combattute feroci guerre di religione è stato anche per difendere tali sistemi, cioè le proprie opinioni collettive, i propri comportamenti condivisi, le proprie regole del vivere civile dalla minaccia proveniente da sistemi morali difformi e spesso incompatibili. Di ciò era consapevole perfino Voltaire, che pure spese tutta la vita a predicare la tolleranza. Disse infatti: “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo, ma per fortuna si è provveduto da tempo”. Questa frase viene citata spesso per sottolineare l’arguzia di Voltaire e il suo conclamato convincimento che non Dio abbia creato gli uomini, ma viceversa. Si dimentica troppo spesso che in essa c’è anche dell’altro, cioè l’affermazione che gli dei sono utilissimi alla coesione sociale delle società umane.

La società italiana, afflitta dal dopoguerra da un deplorevole presente che per decenni l’ha indotta a dividersi tra coloro che rimpiangevano un deplorevole passato e coloro che auspicavano un deplorevole futuro, era ed è una società in crisi d’identità. L’etica condivisa che è scaturita e si è affermata da questa anomia del presente è quella della trasgressione. Il paradosso che si è creato e che impera ormai da più di trent’anni è che esiste un conformismo della trasgressione, cioè la condivisione di comportamenti originariamente scandalosi, ma connotati da valenza etica ed estetica positiva. Se qualcuno ha dubbi su tale affermazione, segua un qualunque dibattito in TV, di qualunque tipo, da quello sportivo a quello politico a quello erotico-sentimentale. O più banalmente, come capita a me, osservi le facce dei propri amici presentandosi a casa loro in giacca e cravatta oppure provi a dare del lei ad una commessa che rumina un chewin-gum con l’ombelico di fuori, le braghe a cagarella, il culo tatuato e tre o quattro piercing in faccia. Il paradosso sta nel fatto che il limite oltre il quale si ha una trasgressione tende a spostarsi sempre un po’ più in là, dal momento che solo essa è regola condivisa. Senza scomodare Leopardi, per analogia vien da pensare all’infinito. Uno dei più affascinanti concetti dell’astrofisica è quello dell’invalicabilità dell’universo. L’universo in realtà ha dei confini, tant’è vero che è in espansione, ma noi non li potremmo superare mai, nemmeno se viaggiassimo alla velocità della luce, perché siamo parte dell’universo e dove siamo noi c’è per forza anche lui. La valenza conformistica della trasgressione produce lo stesso effetto. Ed è in questa empasse che si consuma la mediocrità del nostro presente.

Nulla Dies Sine Linea

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