La casa proibita – parte quarta

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazioni)

N.d.R: clicca qui per le altre parti di Urzone.

L’odore della casa, un misto di legno umido e marcio addolcito da sentori di cannella, era quello che mi ero immaginato. L’olfatto è rimasto il mio senso preferito, quello che non mi ha tradito mai e che mi ha sempre svelato luoghi ai quali avrei potuto appartenere. Ricordo che ogni volta che dovevo andare da certi amici di famiglia inventavo una scusa per stare male e rovinavo la serata a tutti.
Ma cosa ti prende!, mi urlava mia madre con un tono solo apparentemente non ostile. Sotto il suo timbro deciso a non ferire c’è sempre stato altro. Anche oggi, che la rivedo con grande piacere, appena apre bocca mi trasmette un senso di risolutezza che confina con l’arroganza.
Dobbiamo proprio andare?
Cosa c’è, dimmi…
, diceva mio padre cercando dentro i miei occhi una risposta. Non potevo certo far valere la mia sensazione di estraneità legata all’odore della casa in cui avrei dovuto trascorrere la serata.
Qui invece siamo a posto, mi oriento, sto bene, mi sento a mio agio. E poi c’è Frida. Che strano: trovarsi in un luogo sconosciuto e non sentire nessun disagio.
Osvald, ci siamo già stati qui?
Chissà…
Hai visto quante stanze?
Che bello che ogni tanto mi chiami per nome.

Quando Frida si rivolgeva a me chiamandomi per nome voleva dire che era contenta. Osvald: una volta non mi piaceva il mio nome ma col tempo ho imparato a sentirlo mio. Osvald: non Oswald né Osvaldo.
Davanti a noi una serie di porte che portavano chissà dove.
Ogni stanza un mondo.
Si, Frida…ogni mondo una stanza.
Che facciamo?
Entriamo o non entriamo?

Non ci rispondevamo mai. A domanda seguiva domanda. D’altronde decidere è una cosa che si impara strada facendo. Bisogna discernere, sapere cosa fare e dove andare. Chi si è. Io e Frida non sapevamo ancora cosa sarebbe stato di noi. Vivevamo in uno stato di quiete e irrequietezza che solo minimamente avremmo perduto con gli anni. Quanto era bello e fruttuoso saltare i passi della logica consequenziale! Di tutte quelle porte una sola ci invitava ad aprirla.
Questa…vero?
Certo Osvald…

La quarta. Di tutte era la più scura e la più vissuta. Ancora oggi mi affascina il gioco di indovinare cosa ci sta dall’altra parte. Non è quella cosa che teorizzano gli psicologi sul farsi un’immagine preventiva. È pura curiosità infantile, divertimento, passatempo, svago, distrazione, sollievo. Un pre-vedere con gli occhi interni, con le pupille dell’istinto e delle sensazioni. Anche cosa ci sta oltre i muri è divertente da immaginare, ma le porte… le porte possono chiuderti alle spalle la realtà in cui ti trovi. Ci siamo avvicinati a quella che più di tutte ci sembrava la nostra porta.
Perché proprio questa Osvald?
Quando ero piccolo mi facevano paura.
Cosa?
Le porte, sciocchina!
Ti mandavano in cantina, vero?

Quando le combinavo per bene sì, mi mandavano in cantina. Profondo buio e profondo silenzio. E umido. Dovevo starmene lì per almeno un’ora.
Non avrei mai detto…

Certo che Frida non avrebbe mai detto. Ma ero io a starmene in quel buio solo per avere fatto qualche furberia di troppo. Per essermi nascosto o per aver nascosto sotto il materasso un uovo, sicuro che potesse nascere un pulcino. La mattina un liquido giallo colava per terra e io ero pronto a prendermi la mia punizione. Per questo, davanti a quelle serie di porte, una sola poteva invitarmi al suo segreto.

Nulla Dies Sine Linea

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