Ma il minore chi lo rappresenta?

Anna Maria Occasione

Per essere semplici, partiamo dal concetto secondo cui una persona è tale se è soggetto di diritto. Ciò significa che se viene leso un suo diritto deve essere anche in grado di poter far valere la sua lesione, o direttamente, se capace di farlo, o indirettamente, se non capace.
Tale capacità attiene alla possibilità concreta di potersi rivolgere ad un giudice.
Il minore ad esempio, non è capace in questo senso, tanto che se viene leso un suo diritto, sarà il genitore od i genitori a preoccuparsi di difendere la sua posizione.
Pensiamo ad una lesione da incidente stradale, ad una operazione chirurgica mal riuscita, una bocciatura non meritata e così via. In tutti questi casi, normalmente, il genitore chiede assistenza ad un avvocato e, in nome e per conto del minore, fa valere i diritti del minore stesso.
Tale soluzione, quanto meno dal 1975, ovvero sia dalla riforma del diritto di famiglia, pareva la più agevole e la più naturale, partendo dal presupposto che nessuno, meglio di un genitore, sia in grado di avvertire la sussistenza della lesione e quindi di farla valere nella sede più opportuna.
Tempi e contesti mutati, hanno tuttavia condotto ad un ripensamento in senso assoluto.
Le riflessioni sono inizialmente maturate nell’ambito dei rapporti in crisi.
A ridosso della riforma, lo schema di una separazione tra coniugi si presentava con una certa standardizzazione: la moglie in genere non lavorava o se lavorava, godeva di stipendio inferiore rispetto a quello del coniuge; sempre, in genere, alla madre veniva affidata la prole minorenne mentre al padre veniva garantito il diritto di visita; le questioni economiche riguardavano la misura dell’assegno di contributo al mantenimento della moglie e della prole.
Tenuto conto del numero delle separazioni e di una certa tipicità dello schema, le questioni giuridiche non erano (nell’ambito del contesto di cui stiamo discutendo) così frequenti.
Il minore da parte sua aveva il diritto ad essere mantenuto ed istruito (art. 155 codice civile, prima della novella di cui alla legge 8 febbraio 2006 n. 54) ma al di là di questo minimo garantito non venivano ritenuti significativi altri aspetti.
Così pareva normale sia nell’ambito del rapporto genitoriale prospero che in quello in crisi.
Lentamente ma progressivamente la giurisprudenza è stata chiamata ad allargare gli orizzonti.
Ci si è accorti che, anche dal punto di vista giuridico, occorreva un distinguo all’interno del genus prole. Ci si è accorti, ad esempio, che una prima e banale distinzione concerne l’età del minore, se prescolare o no. E nell’ambito dei minori scolarizzati, dovevano in qualche modo distinguersi quelli dotati di capacità di discernimento e quelli privi di tale capacità.
Si è avvertito, inoltre, che nell’ambito di talune procedure particolarmente delicate, il genitore non sempre poteva rappresentare in modo adeguato il minore.
Con la legge n. 149/2001 ad esempio si è prevista l’obbligatorietà della nomina di un avvocato del minore nei procedimenti aventi ad oggetto questioni relative alla potestà, così facendosi strada, in modo istituzionale, che il genitore (od i genitori) possono trovarsi a rappresentare un interesse confliggente con quello del minore.
A distanza di qualche anno, la riforma sul cosiddetto affido condiviso (Legge 54/2006) sottolinea la pregnanza del dritto del minore in più punti: la coppia genitoriale, seppur in crisi, assume le decisioni di maggiore interesse per i figli di comune accordo, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli (art. 155 codice civile); nonostante la separazione (ancora l’art. 155 codice civile), il figlio minore ha diritto .. di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale; all’art. 155-sexies codice civile, si prevede espressamente che il giudice allorché si tratti di assumere i provvedimenti provvisori di affidamento dei figli, disponga l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento.
Si tratta di norme nuove, soggette ancora al vaglio dell’interpretazione dei giudici, che necessariamente andranno limate, riviste, adattate al caso concreto, come sempre accade nei difficilissimi ambiti del diritto di famiglia.
Ma si tratta, in ogni caso, di prendere atto che il bambino (ancor più dell’adolescente sovente in grado di difendersi da solo) non deve costituire mera espressione (o mal celata trasposizione) dei desideri e delle frustrazioni paterne e materne, ma è soggetto di diritto, che ha una sua autonomia e gode di una sua protezione.
In tutto questo, peraltro, sorge un problema di evidenza immediata: chi fa valere i diritti di questo minore?
Come è tecnicamente possibile che nell’ambito di un procedimento per separazione o divorzio od anche in seno ad una famiglia prospera e non in crisi, un minore parli, esprima il suo desiderio, esponga le proprie aspirazioni ed evidenzi le sue inclinazioni o semplicemente possa opporsi alle pretese dei genitori?
Senza voler addentrarsi nell’ambito di problematiche di devianza od esaminare casi limite, la questione è all’evidenza di ordine quotidiano.
Pensiamo, ad esempio, alla scelta della scuola, alla decisione di cambiare sezione, all’iscrivere i figli a sport agonistici e pericolosi, sottoponendoli a tensioni, esami, gare, allenamenti o alla partecipazione di programmi televisivi.
A chi si può rivolgere in questi casi un bambino? Come si può lavorare in una direzione di tutela del minore? Quale tipo di preparazione occorre perché un soggetto esterno alla famiglia possa recepire la voce del minore? E quali ne sono i rischi? Le pressioni? I costi in termini sociali?
È domanda che allo stato non ha una risposta normativa, ma ciò non significa che non debba stimolare riflessioni immediate sul piano etico e comportamentale.
È una domanda che deve far riflettere individualmente, in coppia, in gruppo.
Ogni volta che abbiamo un bambino con noi, dobbiamo ricordarci che è una persona e chiederci sempre e costantemente come saremmo e come reagiremmo al posto suo.
I figli sono tutti diversi tra loro e da ciascuno di noi.
Dal rispetto della loro personalità nascerà il rispetto per la nostra e per gli altri.
I figli non sono merce di scambio, non sono espressione monetaria di un assegno di contributo al mantenimento, non sono pacchetti da portare a casa di uno e dell’altro ad ore stabilite. Non sono fenomeni da far crescere in vitro.
Sono persone che un giorno ricorderanno ed in base a quel ricordo agiranno a loro volta, consapevoli o no.
In attesa che i giuristi pensino, gli avvocati difendano ed i giudici decidano, occorre compiere un serio esame di coscienza e chiedersi ogni giorno se tutto quello che si faccia per i figli sia davvero tale, sia davvero nel loro interesse morale e materiale, chiedersi che cosa ne pensino, anzi chiedere loro cosa ne pensino.
Ascoltarli, in una parola, cosa che non sempre siamo in grado di fare.

Nulla Dies Sine Linea

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