I limiti della sincerità

Giovanni Guizzardi

Mia figlia Ginevra ha un meraviglioso carattere. Io la definisco un’entrista, nel senso che in ogni circostanza trova naturale proporsi all’attenzione altrui entrando nel gruppo per partecipare in prima persona alle comuni attività. A questo lato solare della sua personalità se ne aggiunge un altro non meno luminoso, la facondia. Ginevra trova naturale che tutti coloro con cui interagisce siano felici di ascoltare la sua voce garrula, condividano i suoi interessi e apprezzino i suoi punti di vista. Il suo argomento preferito sono le Winx, di cui conosce nomi, poteri magici e fidanzati. Può parlare per ore del loro fantastico mondo, cosa che non sempre contribuisce a tener desta l’attenzione dei suoi pur pazienti ascoltatori, a meno che non si tratti di sue coetanee. I maschietti infatti prediligono i Gormiti, pare. Come tutti i bambini della sua età, non ha senso morale. Sa che esistono il Bene ed il Male, ma fatica, a cinque anni, a discernere l’uno dall’altro. Così, quando talvolta le capita di uscire dal mondo fatato delle Winx, formula pareri ed esprime giudizi che rispecchiano sempre esattamente il suo pensiero. A una signora non più giovane né avvenente può rivelare che le ricorda la befana, ad un signore sovrappeso può ridere in faccia esclamando che è un ciccione, ad una signora ucraina che potrebbe essere sua nonna può correggere sorridendo gli errori di pronuncia chiedendole come parla. Nulla di strano, l’innocente sincerità dei bambini è nota a tutti, tanto da aver ispirato la favola del re nudo. È per questo però che io e sua madre ci siamo trovati di fronte ad un problema pedagogico di non lieve entità, che ignoro se e come venga affrontato dagli altri genitori: come spiegare ad una bimba di cinque anni che dire sempre la verità non solo non è sempre una buona cosa, ma spesso porta anche un mucchio di guai? Come evitare che, col manicheismo semplicistico della sua età, si convinca che allora la menzogna sia una virtù? Come insegnarle a distinguere i casi in cui si deve dire ciò che si pensa da quelli in cui è meglio non farlo? In poche parole: qual è il limite della sincerità?
Non so quante persone adulte ho conosciuto in vita mia che, mentre si conversa, ad un certo punto ti guardano fisso negli occhi e con la delicatezza di un unno ti informano con un ghigno beffardo che loro non hanno mica paura e le cose non le mandano a dire ma le dicono in faccia. Come ciliegina sulla torta, dopo aver tradotto in atto questa gratuita minaccia si compiacciono con se stesse come Mussolini al balcone ed aggiungono che loro sono fatte così e non ci possono fare niente. Ne deduco che i loro genitori da quel problema pedagogico non sono stati minimamente sfiorati.
Nemmeno i genitori del bimbo della favola del re nudo si erano posti il problema, direi. In quel caso però la questione si presentava diversa. Non si trattava di tacere una cosa sconveniente per non ferire qualcuno. Infatti gli adulti credevano che l’abito indossato dal re fosse visibile solo da chi non era cretino, per cui, sgomenti nell’apprendere di esserlo, col loro silenzio cercavano di nascondere la cosa agli altri per evitare una brutta figura a se stessi. Il bambino invece, del tutto ignaro e inconsapevole di ciò, non ha alcuna remora ad urlare ridendo ciò che vede coi suoi occhi, sebbene sia cosa assai sconveniente per il re.
Simile, ma non identico, il caso del mitico Fantozzi durante il dibattito che segue la visione forzata della Corazzata Potëmkin.

Qui il grido “Per me è una boiata pazzesca!” si configura come un atto di disperato eroismo che espone consapevolmente Fantozzi al ludibrio dei colleghi. E se poi essi invece esultano e lo acclamano come il loro catartico liberatore, questo è il vero lato comico della faccenda. Infatti Fantozzi ha espresso un’opinione che, almeno in teoria, avrebbe potuto ferire la suscettibilità degli altri spettatori, se mai tutti loro fossero stati dei convinti estimatori di Eisenstein. In tal caso, secondo me, non solo Fantozzi avrebbe fatto bene a tacere, ma di sicuro non avrebbe aperto bocca.
Dunque, sapere che ciò che pensiamo può dispiacere a chi ci ascolta è il limite oltre il quale la sincerità è meglio che non vada, poiché cesserebbe di essere tale e si trasformerebbe in scortesia. E infatti, quando manca questa consapevolezza si verificano le cosiddette gaffes.
Sì, però in questo modo diviene impossibile il libero confronto di opinioni diverse. Se, ogni volta che qualcuno esprime un parere difforme da quello di altri, questi ultimi si sentono offesi, allora si spiega la rissa continua nei dibattiti politici in TV. È ovvio però che se uno ha un’opinione diversa dalla mia, secondo me la sua è sbagliata e quindi lui, sempre secondo me, è in errore. Ciò tuttavia, senza che sia nelle mie intenzioni, può minare la sua autostima e mettere in dubbio le sue incrollabili certezze, e ciò per lui è un male senza che a me ne venga alcun vantaggio immediato. Altrettanto ovvio che se la difformità di opinioni verte su come si debba preparare la parmigiana di melanzane non c’è motivo in fondo di alterarsi, mentre se si tratta di questioni politiche o religiose la faccenda diventa più scivolosa e può assumere maggiore importanza, coinvolgendo sistemi di pensiero, stili di vita, consuetudini radicate e tabù ancestrali. Non credo sia un’idea intelligente andare in una moschea affollata a sostenere l’inesistenza di Allah: può anche darsi, se hai fortuna, che tu ne esca vivo, ma di sicuro l’unico risultato che le tue parole ottengono è di suscitare una profonda ed inutile ostilità. Se poi vai a dire in un centro vegano che le proteine animali favoriscono la crescita psico-fisica dei bambini non hai scampo, tanto vale buttarsi nel Po con una pietra al collo. Meglio tacere.
A questo proposito tempo fa, in occasione del mio articolo su Felice Ippolito, il papà di questa adorabile rivista mi scrisse: L’articolo, manco a dirlo, va bene (anche se contro le opinioni di tutta Linea, ma tentiamo di darci un’aria di apertura mentale, del tipo “guarda che fighi che siamo a pubblicare idee che non ci garbano”). Mi resi allora conto che, se anche la squisita tolleranza della redazione e dei lettori poteva consentirmi di esprimere in questa sede le mie opinioni, io comunque, al di là delle mie intenzioni, rischiavo di comportarmi come quello che va nella moschea a denigrare Allah. Ed è per questo, perbacco, che da allora certi articoli alla redazione non li mando più, nel senso che mi autocensuro. In altre parole, quando un contesto è repressivo e intollerante è lui che pone i limiti della tua sincerità, ma quanto più invece è libero tanto più è opportuno prestare personalmente attenzione al limite della sincerità.

Nulla Dies Sine Linea

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Un pensiero su “I limiti della sincerità

  1. Naturalmente non credete al buon Guizz: noi siamo duri e puri, e la nostra censura è una mannaia terribile. Tagliamo orecchie, amputiamo arti e mozziamo teste.

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