Il teatro della memoria. Il progetto – spettacolo Storie di libertà

Alessandro Curino

Master di primo livello in teatro sociale e di comunità. Università degli Studi di Torino, Facoltà di Scienze della Formazione, anno accademico 2008 – 2009. Relatore: Prof. Alessandro Pontremoli.

Intervista a Luigi Scanferlato

Luigi Scanferlato è stato uno dei principali protagonisti di questa avventura. Ex partigiano, fra gli intervistati durante la fase progettuale, uno dei più disponibili al dialogo ed al confronto ed anche uno dei pochi con ancora una buona memoria, anche grazie al sostegno della moglie. “Gigi” è stato l’unico che ha accettato di presenziare allo spettacolo, in più occasioni, al fine di prendere parte ad un momento conclusivo di dibattito e confronto con il pubblico. Dice di se stesso che è timido ed introverso, ma fin dalle prime battute ha sempre dimostrato una certa propensione al dialogo, anche con una certa capacità ironica ed autocritica, lucida e in molti momenti fortemente teatrale. Ho scelto di incontrarlo nuovamente per aggiungere un nuovo, centrale punto di vista privilegiato, a distanza di anni dal debutto dello spettacolo, sapendo che avrei incontrato grande disponibilità.
Mi reco dunque a casa di Gigi portando una buona bottiglia di vino. Luigi mi accoglie nel soggiorno – cucina, dove sta lavorando sul tavolo alla sua collezione di francobolli, una vera passione che dura da molti anni e che ormai ha invaso armadi, mensole, angoli. Ci sediamo, gli spiego il perché della mia richiesta e gli chiedo se potrò utilizzare un registratore per facilitarmi il lavoro. Gigi mi ricorda subito che lui è timido ma che comunque non ci sono problemi. Tiro fuori le domande che mi ero preparato e l’intervista inizia.
Da subito mi rendo conto che non è possibile imporre il mio filo logico, e che anzi, devo cercare di seguire l’esposizione ed il fluire della memoria di Luigi, sottoponendo così le domande nel momento in cui le stesse si rivelano adatte. Lontano dal microfono confidenze, confronto e verità hanno comunque proseguito il loro corso, in un tempo di condivisione che si faceva con il passare del tempo sempre più prezioso. Ma non riporterò qui tali conversazioni, che resteranno nell’intimità del nostro incontro. All’intervista partecipa anche la moglie, che lui chiama Cina, la quale in alcuni momenti interviene per dire la sua, in altri per supportare la memoria del marito. La mattina si è poi conclusa con l’invito a cena, a bere il vino che avevo portato ed a proseguire seduti a tavola discorsi, ricordi, attualità, famiglia.
Di seguito domande e risposte dunque, non nell’ordine a cui avevo pensato, ma in quello che si è rivelato durante l’intervista ridotte e risistemate per essere fruibili, ma con le parole dello stesso Gigi:

Cosa pensi dello spettacolo che hai visto? È stato aderente alle storie da te e da voi raccontate?
Come insieme è andata bene, anche se la mia vita è stata differente. Io non ho fatto la vita dei partigiani di base. Ad esempio la storia delle staffette non era proprio così. Nella scena dove entrate e cantate la canzone, non è che noi la cantavamo. In ogni posto dove andavo ne cantavano una. Era difficile che noi cantassimo. Noi si viveva da dodici a diciotto persone per baita, perciò dodici diciotto persone che cantano… difficilmente cantavamo, sempre in silenzio, si può dire che abbiamo cantato poco ecco.
Nella scena della casa, dove c’è il padre padrone, li è vero, anche se a casa mia mio padre avevo otto anni quando l’ho perso, io avevo la madre…non sono diventato un lazzarone ma se avessi voluto lo potevo diventare. In casa io quella cosa non l’ho provata, avrei voluto un padre che mi insegnasse di politica. Alcune cose che avete raccontato non le ho provate.

La scelta dello spettacolo è stata quella di non schierarsi, utilizzando un tono drammatico ma anche ironico.
È giusto che non ci sia stato uno schieramento antifascista altrimenti era un altro spettacolo. Allora, cerco di arrivare a come eravamo prima. Perché io sono diventato partigiano. Noi avevamo la fifa di piazza Carlina, adesso ci chiamiamo gli amici di Piazza Carlina. Giocavamo a guardie e ladri, a mosca cieca, a cavalluccio. Frequentavo i gruppi rionali. Perché sono diventato un antifascista, ma è grossa la parola né? Perché correvo in bicicletta, con le ruote spesse così, che a fare venti km faticavo… Io ero nei marinaretti ma non volevo fare il militare. La divisa del marinaretto era una cosa che alle ragazze piaceva, ma quella dell’andare a fare il militare no, ad andare avanti e indietro, avanti e indietro, non si faceva nient’altro. Eravamo sottoposti ai capigruppo che erano dei prepotenti, dei vanitosi, io non so ma secondo me erano cattivi, così una cosa messa sopra l’altra, quando ho dovuto scegliere ha fatto si che anche non sapendo nulla dall’altra parte… non li potevo vedere insomma, è stata un po’ una ribellione ma non posso dire di essere stato un antifascista.

La parola guerra oggi che cosa significa oggi per te?
È una vergogna. Perché è morta tutta questa gente, a cosa è servito? Adesso dico una cosa brutta, piuttosto fermate le nascite, dite che ne puoi avere uno e pazienza. Se il mondo sta crescendo continuamente e abbiamo paura che un giorno o l’altro non darà più nutrimento a tutti… certo la chiesa è la chiesa e non vuole questo ma io penso che sia uno sbaglio. Non so cosa pensano gli altri, non mi interessa, ad ogni modo per me la guerra non dovrebbe esistere, ma neanche quelle piccole discussioni, e anche nella politica non ci dovrebbe essere quell’odio, si dovrebbe discutere e poi alla fine chi ha ragione se la tiene.

Pensi che la guerra sia servita a qualcosa?
Per me la guerra non è servita a nulla. Il problema sta nel denaro. Perché le cose, l’oro deve costare così caro se se ne tira fuori a quintali tutti gli anni, e così per tutte le materie che noi conosciamo. Perché si deve spendere a fabbricare la bomba atomica se è a fini militari, per la guerra… io sarei contro la guerra via, non so come…

Oggi quale memoria c’è di quegli anni?
È un po’ come le feste, una abitudine (quando c’è il 25 aprile). Gente che effettivamente è interessata, interessata per modo di dire, sarebbero i partigiani, i parenti dei partigiani. La storia deve rivivere come monito. Non dovrebbe più capitare. E poi attenzione a mettere un uomo al potere che fa e disfa a suo piacimento, perché la sua ambizione può portare di nuovo a ciò che è successo.

Che differenze ci sono fra le guerre di ieri, la tua guerra, e quelle di oggi?
Qui è un’altra questione, la guerra che abbiamo combattuto noi era una guerra totalmente a parte, non si può dire che è stata una guerra. Per i partigiani è stata una cosa a parte. Non abbiamo mai combattuto uno di fronte all’altro, noi avevamo la fortuna di avere la montagna alle spalle… Io le pallottole le ho sempre dovute contare. Io non ho fatto la guerra, perciò non posso esprimermi sulla guerra, io dico che la guerra è una vergogna, nient’altro.

Alcuni partigiani alla domanda “oggi combatteresti ancora” hanno dato risposte diverse.
Io combatterei ancora però so che il mio combattimento sarebbe zero, attenzione, però l’idea io ce l’avrei di combattere. Perché l’esperienza che ho oggi, che non è tutta, è una parte solo, dato che sono passati sessanta anni che ho discusso, parlato e discusso, dopo sessanta anni avrei della vita partigiana un’altra opinione, agirei differente. Ad esempio, per dire così quello che mi viene in mente: io a Revello ho fermato un carabiniere, avevo un pistolino lungo così, gliel’ho puntato nella schiena, lui si vede che si è fidato perché avevo diciotto anni e ci ho detto dammi la tua pistola. Lui si vede che non era contrario a noi e mi ha dato la sua pistola. Poi ci siamo girati uno di fronte all’altro così, che se avesse voluto mi dava uno schiaffo… perché era più vecchio di me no. Abbiamo cominciato a discutere e compagnia bella, un bel momento, non ti racconto di cosa abbiamo discusso, io gli ho restituito la rivoltella perché mi ha detto la devo pagare e compagnia bella… se voleva quel signore lì mi ammazzava. (…) Quella era ingenuità, se io sapessi quello che so oggi… l’avrei fatto ma con un altro sistema, non ci avrei dato la pistola, non mi sarei messo davanti, ma mi sarei tenuto dietro alla schiena, avrei anche parlato ma la pistola non gliela rendevo.

Quanto è importante ricordare, o quanto vorresti non ricordare?
Io ricordo tutto volentieri, va bene, non ho mai avuto dei casi… Un po’ per ambizione, quando racconto, anche se in principio sono un po’ restio e dopo… è ambizione, l’orgoglio diventa ambizione… si è anche orgoglio. Se racconto che non dovete fare così e così è una cosa, se racconto invece solo per raccontare… racconto un fatto. Non vorrei più che avessero la stupidità che ho avuto io, ed anche tanti altri né, perché io continuo a dire che tutte quelle lapidi che abbiamo, il novanta per cento per non dire il novantanove, sono state tutti di ragazzi, coraggiosi fin che vuoi, ma che non hanno pensato a quello che poteva capitare. Si sono buttati allo sbaraglio senza sapere… come ho fatto io né però… solo che io ho avuto sempre una fortuna… invece bisognerebbe pensare alle cose prima di farle.

Che cosa pensi dei giovani e delle nuove generazioni?
Io credo che i giovani di oggi farebbero le stesse cose che abbiamo fatto noi, non cambierebbe mica niente perché purtroppo abbiamo tante teste, tante idee. Bene o male la politica esiste, perciò io credo che sarebbe la stessa cosa. Una guerra forse non verrebbe accettata, forse dico, perché quelli che si sono buttati per primi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ma una guerra partigiana non credo proprio (non verrebbe accettata).

Oggi c’è il pericolo che il passato sia dimenticato?
Quando andiamo via… sì. Verrà dimenticato. Ne parleranno così, perché la storia sarà sempre storia però per me verrà dimenticato, anzi stanno già dimenticando, perché c’è qualcuno che mi dice l’A.N.P.I. non sanno cosa sia, quando dico che ho fatto il partigiano… “cosa hai fatto? Ah si quelli la!”.

Il teatro è un buon mezzo per parlare della memoria?
Sì, il parlare, sarà bellissimo, ciò che vuoi, ma alla fine è dire delle cose astratte. Il teatro fa vedere delle cose positive. Per me il teatro se potesse servirebbe molto più delle parole, dei discorsi, è un po’ come la televisione via. Il teatro è una cosa bella, ma non ci vado, mi accontento della televisione. Prima non potevo, adesso che potrei anche usare qualche soldino, non ho più voglia. Come mezzo per raccontare è più forte di tutto, non so se c’è un altro mezzo…

Cosa vorresti dire a chi leggerà questa intervista e la tesi in cui si troverà?
Un giorno passando li dietro a piazza Bernini, ho visto un bidone… io guardo sempre per i francobolli, perciò quando mi vedi fai finta di non vedermi… ad ogni modo c’era il bidone pieno di tesi, ne ho prese sette o otto… ma pieno né…
Vorrei che chi legge fosse interessato effettivamente a quello che sta leggendo. Vorrei dire alle persone di credermi… però potrei essere anche bugiardo, aver raccontato quello che han fatto gli altri… io non ho mai raccontato quello che han fatto gli altri, ho sempre raccontato…
Non lo so, potrei dire “leggetemi”… mi metti nei pasticci…

Un tuo pensiero finale. Cosa vorresti che venisse raccontato nello spettacolo che invece non è stato fatto?
Mi metti in difficoltà, dovrò andarlo a vedere un’altra volta poi ti rispondo… Io vorrei che faceste una scena… allora siamo stati in pochi, e abbiamo scelto da una parte e dall’altra. Vorrei che la gente avesse più coraggio. Quando c’è una questione da risolvere, si dovrebbe… che poi sia la parte giusta o sbagliata…più gente di coraggio, che non pensasse solo al suo. È quello che penso sempre, non so se penso bene o male, ma… Vorrei una scena che invece di dire fingo per non andare a combattere dicesse mi son pentito, per dire…, di non aver scelto, di non aver partecipato. Senza entrare nella politica eh…?!

Nulla Dies Sine Linea

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