Verba volant…

Giacomo Bosio

Testa di Platone, copia romana. Glyptothek, Monaco, Germania. Immagine di dominio pubblico.

In un’antica novella egizia si narra che un giorno un sacerdote si recò dal faraone annunciando di essere giunto a una nuova, entusiasmante scoperta, la scrittura: attraverso di essa, annunciò, gli uomini avrebbero potuto finalmente ricordare ingenti quantità di dati. Il re, dopo averlo ascoltato, ribatté mestamente: “La tua invenzione non avrà altro esito se non quello di far aumentare l’arroganza tra gli uomini, i quali crederanno di ricordare più cose e invece, relegando i propri ricordi alla scrittura, in realtà dimenticheranno tutto”.
Il mito è evidentemente frutto di fantasia e cercare di individuare chi per primo abbia associato un fonema a un segno grafico è una pretesa impossibile; tuttavia, la questione che pone è molto interessante: qual è il ruolo culturale della scrittura? E, risalendo (polemicamente) ancora più a monte: essa è davvero da ritenersi cultura, o è solo un’arrogante illusione di una saggezza inconsistente?
Del problema si era occupato anche Platone, che nel Fedro scriveva: “La scoperta della scrittura avrà l’effetto di produrre la dimenticanza nelle anime che l’impareranno, perché, fidandosi della scrittura, queste si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro di sé medesime”. Contestualizzando, bisogna sottolineare che colui che scrive queste righe è figlio di una cultura basata sul lògos e soprattutto sulla parresìa; e una nazione che aveva un termine apposito per descrivere la libertà di parola si può dire che si presenti sola. Atene, infatti, come altre città dell’Ellade, aveva fondato se stessa su questo principio, e di esso fece il suo più grande punto di distacco rispetto alle civiltà precedenti, in particolare quelle mesopotamiche. In tutte quelle civiltà, la parola scritta era alleata di una casta sacerdotale detentrice del potere e diventava simbolo del potere stesso sulla massa. Un muro che i Greci erano riusciti ad abbattere.
Dopo Platone, tuttavia, la Grecia passò rapidamente dal Classicismo all’Ellenismo, un periodo nel quale la scrittura si impose come mezzo di comunicazione e conservazione della cultura. In particolare, i filologi alessandrini furono i primi a operare una sistematica (ri)organizzazione del patrimonio culturale ellenico, trascrivendo (in qualche caso per la prima volta) pilastri della tradizione orale greca quali l’Iliade e l’Odissea. È grazie a loro – e, in seguito, ai monaci amanuensi – che noi oggi possiamo disporre di una biblioteca classica, per quanto talvolta incompleta.
Non è un caso se, proprio nell’Ellenismo, si possono ritrovare le radici della cultura scritta tipica della nostra modernità. In tal senso può essere interessante citare il caso linguistico della frase: verba volant, scripta manent; solo una cultura che si fondasse sul libro poteva infatti arrivare a stravolgere il significato di questo celebre modo di dire.
Se oggi tale proverbio invita a non fidarsi delle parole e a “mettere tutto per iscritto”, pochi sanno che invece per gli antichi Romani esso assumeva un significato diametralmente opposto: se uno aveva delle idee, era inutile che le affidasse alla scrittura, perché “le cose scritte rimangono a marcire”; solo le parole, al contrario, potevano “volare” di bocca in bocca e in tal modo diffondersi.

Il logo di Wikipedia.

Aggiungerei che, senza un riferimento scritto, quelle idee si sarebbero affidate troppo all’attendibilità dei messaggeri, magari anche pronti a piegarle ai propri desideri, e anche un po’ troppo al caso, per il quale noi oggi non possiamo accedere al patrimonio culturale di alcune nazioni del passato per via della loro tradizione orale; ma io sono figlio dello “scripta manent”…
Una scrittura, quella odierna, che sta cambiando rapidamente volto. Prova ne sia che oggi l’opera enciclopedica più grande del mondo non è scritta, ma digitata: è Wikipedia, un acronimo che significa “What I Know Is” (ovvero: “Ti presento quello che so”). Un gigantesco contenitore multilinguistico e multimediale a cui ognuno può contribuire con il proprio “pezzo di scienza” e usufruire delle conoscenze di milioni di utenti-scrittori. Con Wikipedia, anche l’ultimo muro è superato: oggi non solo chiunque può leggere, ma chiunque può scrivere, e può essere letto, corretto, confutato o approvato.
Ma la contemporaneità ci insegna che non solo gli “scripta” manent, ma anche i video, le registrazioni audio, le fotografie…
Che Platone si sbagliasse? No, Platone non si sbagliava. In primo luogo, come si è detto, perché era figlio della propria epoca; ma non solo per quello. Come per gli allievi del Liceo, anche per noi, figli di una multimedialità e di comunicazioni di massa, credo debbano valere le parole del filosofo, perché “fidandoci della scrittura (e della multimedialità, e dell’audio-video, eccetera), non ci abituiamo a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, ma dal di dentro e da noi medesimi”.
È come se di fronte a noi avessimo lo spartito di una gigantesca sinfonia, la più grande della storia. Ma da sola non suonerà mai.

Nulla Dies Sine Linea

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